Oggi 6 febbraio si celebra la Giornata Mondiale contro le Mutilazioni Genitali Femminili. Questa giornata, istituita dalle Nazioni Unite nel 2003, oltre ad essere un’importante occasione di riflessione e di approfondimento, si presta ad essere un amplificatore di informazione e divulgazione di un fenomeno troppo spesso misconosciuto e sottovalutato sia nella sua diffusione ma soprattutto nelle implicazioni culturali, psicologiche, sociali e non ultimo, mediche e chirurgiche ad esso correlate.

Cosa sono le MGF

Le Mutilazioni Genitali Femminili sono, secondo la definizione dell’organizzazione Mondiale della Salute, “tutte le pratiche di rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre alterazioni indotte agli organi genitali femminili, effettuate per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche.”

L’OMS, in relazione al tipo di modificazione apportata, identifica quattro tipi di MGF, nei quali si riconosce un climax ascendente dell’invasività della procedura eseguita. In tal modo l’esclusiva rimozione del prepuzio o la sua associazione con l’amputazione o l’escissione del clitoride (clitoridectomia, l’80% dei casi) costituiscono il tipo I; l’escissione del clitoride in associazione alla totale o parziale asportazione delle piccole labbra, con o senza asportazione delle grandi labbra (escissione) identificano il tipo II; l’asportazione di una parte o di tutti i genitali esterni, con o senza l’escissione del clitoride e la giustapposizione dei margini di taglio mediante cucitura pressoché totale della vulva, con l’eccezione di un piccolissimo introito per il passaggio delle urine e dei fluidi mestruali, (infibulazione propriamente detta) rappresenta il tipo III.

Al tipo IV sono invece ascritte tutte quelle procedure che prevedono la mutilazione o la modificazione dei genitali femminili esterni, eseguiti con qualunque mezzo e prive di finalità terapeutiche. Tra questi vi sono, ad esempio, le perforazioni del prepuzio, del clitoride, delle piccole o grandi labbra ma anche la cauterizzazione dell’introito vaginale o l’introduzione nel canale vaginale di sostanze corrosive al fine di determinare un restringimento cicatriziale della vagina.

Le MGF vengono spesso effettuate da “tagliatrici professionali” le quali, a seconda del contesto in cui vivono ed “esercitano”, rurale o cittadino-ambulatoriale, si avvalgono di strumenti e metodiche molto spesso privi delle basilari forme di igiene ed asepsi. Nelle regioni rurali della Somalia, ad esempio, dove viene praticata l’infibulazione, vengono utilizzati strumenti artigianali ottenuti da materiali locali come le spine vegetali per la sutura e bastoncini di legno per mantenere pervio l’orfizio deflussorio. Di conseguenza è facile intuire tutto il corredo di complicazioni a breve, medio e lungo termine sia di natura internistico-chirurgica come emorragie, sepsi, formazione di fistole o di ascessi, la chiusura cicatriziale dell’orfizio vaginale, la formazione di cicatrici patologiche, nonché di natura psicologica e sociale correlata al trauma e all’accettazione o meno della donna nella comunità di appartenenza, in relazione alla riuscita o meno della pratica modificatoria.

La diffusione del fenomeno

L’esecuzione delle MGF è praticata in oltre 25 Paesi nel mondo, geograficamente dislocati secondo un’ipotetica fascia che comprende Nord Africa ed Africa Subsahariana e si estende verso est, attraverso il Corno d’Africa, raggiungendo la penisola arabica ed i Paesi del Golfo Persico, quali Iran e Pakistan. A questi si aggiungono altri Paesi a maggioranza mussulmana come l’Afghanistan, ma anche distanti da tale fascia, come l’Indonesia ed, in Europa, la regione autonoma del Kosovo.

In questi Paesi le singole componenti culturali e le differenze etniche si evidenziano non solo con la varietà di modificazioni genitali apportate tra comunità distinte ma anche attraverso la diversa strutturazione ed intensità del carico rituale e della valenza sociale della pratica stessa. In tal modo l’esecuzione delle MGF, che nella quasi totalità dei casi avviene tra i 4 ed i 15 anni di età, può rappresentare l’applicazione di precetti religiosi ed effettuata nei primi giorni dopo la nascita, può associarsi all’identificazione di genere o, eseguita più tardivamente, sancire il passaggio alla maturità femminile.

Attualmente l’OMS stima che siano circa 125 milioni le donne che nel mondo sono state sottoposte ad una forma di MGF. Tale fenomeno non interessa più esclusivamente i Paesi dove tali procedure possono essere considerate endemiche (in Egitto, ad esempio, interessa il 96% della popolazione femminile) ma, in seguito ai massicci flussi migratori degli ultimi 20 anni, stime recenti riconoscono in circa 500 mila il numero di donne con MGF in Europa, di queste circa 57 mila in Italia ed altre mille a rischio. Con molta probabilità, a causa delle difficoltà di mediazione culturale e di effettivo censimento, tali numeri sottostimano la reale incidenza e prevalenza del fenomeno.

Una doverosa precisazione è quella di non identificare la pratica delle MGF con l’Islam per tre evidenze a base religiosa e socio-antropologica. In primo luogo, seppure la quasi totalità delle MGF venga effettuata in Paesi a maggioranza mussulmana, l’associazione o la giustificazione di tale pratica ricercata nei precetti coranici non ha alcuna validità, essendo privo, il Corano, di riferimenti a suddette modificazioni genitali femminili. Per contro esistono degli ḥadīth (racconti sulla vita del Profeta Maometto, che fungono da direttivi di costume e di vita) contenuti nella Sunna (il corpo di norme e costume alla base della Legge islamica, la Sharīʿa) in cui si fa accenno non certo alle mutilazioni deturpanti come l’infibulazione ma al khifad, ovvero l’omologo femminile della circoncisione maschile (quindi prevedendo la sola escissione del prepuzio clitorideo) che viene comunque raccomandata e non resa obbligatoria come invece lo è la controparte maschile.

In secondo luogo tale pratica era antecedente all’avvento dell’Islam e già diffusa nell’antico Egitto. In ultimo v’è l’evidenza, secondo fonti Unicef, di Paesi come la Nigeria nella quale prevalenza di tale pratica tra le donne cristiane copte e cattoliche sia oltre il 50% , rispetto al 2% sul totale della popolazione femminile nigeriana di confessione islamica, rendendo la pratica propria della cultura popolare locale e non della religione professata.

La legislazione in Italia

L’Italia, recependo le iniziative internazionali in materia,(come la Dichiarazione e Programma di Pechino – IV Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sulle donne del 1995) con la Legge n.7 del 9 gennaio 2006 “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile”, poi integrata dagli artt. 583-bis e 583-ter del c.p., ha istituito il divieto di praticare le MGF promuovendo inoltre lo sviluppo di una rete di servizi di informazione, prevenzione e contrasto a suddette pratiche ed istituendo servizi di tutela delle donne che hanno subito MGF.

La gestione ed il coordinamento di tale rete e dei diversi Ministeri impegnati in tali progetti è affidata al Dipartimento per le Pari Opportunità, mentre la Direzione Centrale Anticrimine del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno ha creato e gestisce il numero verde gratuito 800 300 558 Contro le Mutilazioni Genitali Femminili.

Il rito alternativo

Figura interessante nel contesto italiano è quella del Dott. Abdulcadir Omar Hussein, ginecologo presso l’ospedale Carreggi di Firenze, nato a Mogadiscio nel 1947 ma da 30 anni in Italia dove ha frequentato la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Firenze. Con la moglie, italiana ed anche lei ginecologa, da anni sono impegnati nella lotta alle mutilazioni genitali femminili, lavorando non solo sul fronte strettamente medico-chirurgico della deinfibulazione e del trattamento delle complicanze delle MGF, ma promuovendo iniziative di incontro con le donne straniere in Italia appartenenti a comunità in cui è culturalmente radicata la pratica delle MGF e creando una rete di professionisti (non solo medici ma anche altre figure come psicologi ed assistenti sociali) atta ad informare e sostenere queste donne. Consapevole della difficoltà di interazione con alcune comunità che per cultura vedono la non esecuzione della “circoncisione femminile” come uno sradicamento profondo dalle loro origini e dalla loro identità e pertanto rifiutandola talvolta con decisione, la coppia di ginecologi nel 2004 aveva messo a punto un protocollo per un rito alternativo il quale prevedeva la puntura del clitoride con la fuoriuscita di alcune gocce di sangue, il tutto in ambiente ambulatoriale, controllato ed eseguito da personale medico. In tal modo si sarebbe aggirata la resistenza di dette comunità alla non esecuzione del rito e si promuoveva la riduzione degli episodi di MGF eseguiti clandestinamente in Italia, che pure ci sono, e venuti agli onori delle cronache come nei casi di Perugia e Verona del 2006, nonché dei viaggi al Paese di origine con tale finalità. Nonostante avesse ottenuto il placet del comitato bioetico locale, la sua proposta venne fortemente osteggiata da organizzazioni femministe che ne bloccarono la probabile ratificazione della Regione Toscana.

Le MGF continuano ad essere una piaga sociale di interesse globale che si esprime fortemente nel contesto dei diritti dell’uomo. La principale sfida resta, ancora oggi, non tanto il trattamento medico-chirurgico, psicologico e sociale, quanto il conflitto culturale, il quale richiederà molti decenni di duro impegno per ridurre in modo efficace l’esecuzione e la contemplazione di tali pratiche sino alla loro abolizione. L’arma migliore, dalla quale non si può prescindere, restano ancora una volta l’informazione e l’erudizione sociale.

Gilles G. Gallizzi

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