Conte, Trump

Non è un mistero che l’Amministrazione Trump abbia accolto dapprima i risultati elettorali dello scorso 4 marzo e quindi il varo del nuovo governo M5S-Lega capitanato da Giuseppe Conte come due positive novità per quanto riguarda le proprie strategie in Europa e nel Mediterraneo. L’idea che un simile esecutivo, come poi in effetti è almeno in parte avvenuto, sottraesse l’Italia all’influenza dell’asse franco-tedesco avvicinandola al “fronte duro” dei paesi del Gruppo di Visegrad, appariva assai allettante a Trump, che non a caso ha riservato a Conte una considerazione ben più calorosa di quella tributata a Trudeau e a Macron (si pensi al vertice del G7), poi ribadita dal successivo e più recente incontro di Washington.

Andrebbe poi aggiunto, al quadro geopolitico europeo in costante mutamento, il fatto che in Austria sia già da qualche tempo in sella il giovane Sebastian Kurz, e che ciò permetta soprattutto alla Lega di realizzare una “continuità geografica” con un altro importante alleato, la CSU di Horst Seehofer, “spina nel fianco” di Angela Merkel. Così, al quartetto del Gruppo di Visegrad, si affianca quello oggi formato dall’Italia, dall’Austria, dai popolari bavaresi e dall’ultimo arrivato, lo sloveno Janez Jansa, molto legato all’ungherese Viktor Orban e che con le ultime elezioni tenutesi a giugno nel paese sembrerebbe essere ormai ad un passo dal ritorno alla guida della piccola ma importante Slovenia. C’è, insomma, in Europa, la ricomposizione di quell’antica area “austro-ungarica” che vede l’Italia come sua alleata, secondo degli equilibri che già avevamo del resto visto in azione anche un secolo fa, fra Ottocento e Novecento, quando la grande monarchia danubiana esisteva davvero.

Questo, chiaramente, per quanto riguarda l’Europa continentale: ma per quanto riguarda il Mediterraneo e il Medio Oriente, la questione non è certamente meno complessa, ed anzi pure in questo caso i richiami col passato non sono proprio marginali. La Germania ha sempre coltivato il sogno di allargarsi ad est e soprattutto a sud-est attraverso i Balcani e il Caucaso, come anche l’ormai antica ferrovia Berlino-Baghdad ci ricorderà. Quel progetto, in un certo senso, non è mai davvero tramontato, anche se gli Imperi di allora sono ormai un ricordo del passato, a cominciare soprattutto da quello turco ottomano. Tuttavia, sono dei “ricordi” che spesso e volentieri si è cercato di far rivivere, e le ambizioni del presidente turco Erdogan ne sono in fondo una chiara dimostrazione. Dall’appoggio ai nemici di Assad in Siria alle ingerenze in Iraq, fino alle frizioni con lo storico avversario iraniano e a ricadere anche con tutti i suoi alleati chiave, Hezbollah in primo luogo, non senza poi dimenticare il tentativo di far capolino in Libia a ceneri della Jamahiriya ancora calde, l’ambizioso ed autoritario presidente turco ha fatto di tutto per ricostituire, a suo modo, lo “spazio ottomano”. Anche i Balcani, in questo senso, non sono sfuggiti alle sue attenzioni e la Turchia ha operato, in sinergia ed in simbiosi con l’Arabia Saudita, per favorire la penetrazione della cultura musulmana wahabita e dei relativi capitali che l’accompagnavano in molte aree, dal Kosovo all’Albania, fino alla Bosnia. Proprio a Sarajevo, in tempi recentissimi, Erdogan è stato accolto da un vero e proprio bagno di folla.

E qua si configura il primo ginepraio per l’Amministrazione Trump, ma a guardar bene anche per l’Italia, indipendentemente da quale possa essere il suo governo. La rimonta turco ottomana e la riemersione della Germania in Europa continentale sono due pesanti eredità dell’Amministrazione Obama che Trump vuole in qualche modo contenere, e che del resto creano non pochi fastidi anche al nostro paese. Su questo aspetto si può quindi individuare un terreno d’intesa fra Washington e Roma, ma naturalmente senza troppo esagerare. L’Arabia Saudita è un paese che per l’Italia come per gli Stati Uniti costituisce un alleato a cui ben difficilmente si può dire di no, per varie e note ragioni. Come “prova d’amore”, con cui dimostrare la propria fedeltà, agli americani come a chiunque altro i sauditi chiedono un atteggiamento più intransigente nei confronti dell’Iran, col quale hanno in atto un pesantissimo braccio di ferro. Sono sciiti, legati all’Iran, quegli Houthi che si sono impadroniti per esempio dello Yemen, paese al confine meridionale con l’Arabia Saudita, e contro cui la coalizione militare capitanata da Riyad sta di fatto perdendo la guerra. Grazie agli Houthi, l’Iran può ottenere un forte controllo sul Mar Rosso e sui suoi traffici (motivo per cui anche l’Egitto, dopotutto, si è schierato contro di loro, dalla parte di Riyad, oltre che per i forti crediti che quest’ultima vanta nei confronti dell’economia egiziana), da assommare a quello che già esercita direttamente sullo Stretto di Hormuz, e che potrebbe paralizzare le capacità saudite di esportare quote rilevanti del proprio petrolio. Già adesso la politica saudita di collocare sul mercato greggio in grande quantità, provocandone il calo dei prezzi, ha pregiudicato fortemente le entrate di Riyad, e questo sarebbe quindi un rischio molto pernicioso. Il peggio è che questa politica non ha invece colpito in maniera eccessiva l’Iran, che pur avendo riportato comunque delle conseguenze per il calo delle entrate derivanti dalla vendita del petrolio può comunque contare su un’economia e un sistema produttivo più diversificati. Paradossalmente, ne sono rimasti maggiormente colpiti i sauditi e i loro alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Kuwait, ecc), che infatti borbottano non poco, col rischio che pure l’alleanza  tra le varie petromonarchie del Golfo adesso non sembra può così solida come prima.

Insomma, colpire l’Iran, usando come protesto il mancato rispetto degli accordi sul nucleare (un’accusa comunque pesante da rivolgere in sede internazionale, e che già sta creando non poche incomprensioni con gli alleati e i partner internazionali, europei, russi e cinesi in primis) e comminandogli in questo modo delle sanzioni ancora più pesanti di quelle che precedettero la firma dell’Accordo 5+1, per i sauditi e a questo punto anche per gli americani (non senza dimenticare Israele) appare come la soluzione più congeniale. Trump, del resto, l’ha già detto: “chi farà affari con l’Iran, non potrà farne con noi”. Questo, indubbiamente, è già un limite per i rapporti fra il nostro governo e l’Amministrazione Trump, giacché come ben sappiamo le varie imprese italiane, pubbliche e private, sarebbero invece assai ben contente di poter fare liberamente affari a Teheran. Del resto, tedeschi e francesi sono già approdati in Iran da diverso tempo guadagnando tempo e terreno preziosi, e molte altre possibilità di commercio e di guadagno sono ormai appannaggio dei nuovi concorrenti russi e cinesi. Gli spazi per l’Italia, se non vengono giocati bene ed occupati per tempo, rischiano quindi di ridursi sempre di più.

Anche guardando al Mediterraneo, la situazione appare piuttosto precaria. Stabilizzare la Libia e ritrovare in essa un interlocutore unico ed affidabile, è una priorità per il nostro paese come del resto lo è, anche per altre ragioni, per il resto dei paesi mediterranei e nordafricani. L’Italia, storicamente, ha un legame profondo con la Libia, ma lo stesso possono dirlo, sebbene in termini diversi, anche i francesi e gli inglesi, per non parlare degli statunitensi, ed ancor più i tunisini e gli egiziani. Il discorso si potrebbe del resto facilmente e doverosamente allargare anche ai paesi che confinano col meridione libico, e che con la Libia forte e ricca di un tempo hanno avuto rapporti di varia natura, in ogni caso sempre molto importanti, dal Ciad al Niger, andando ancor più giù nel cuore della cosiddetta Africa Nera. Sulla Libia, com’è facile immaginarsi, c’è una forte concorrenza fra interessi diversi, e ciò non rende facile la ricerca e soprattutto l’applicazione di misure comunemente riconosciute ed approvate per restituirle unità e stabilità.

Il governo Conte, diversamente dal precedente, sta cercando di dialogare non più soltanto con le autorità di Tripoli, ma anche con quelle di Tobruk, ovvero col governo controllato dal Generale Haftar, che al momento gode di rapporti privilegiati soprattutto con la Russia, l’Egitto e la Francia. Il tentativo principale del governo italiano, in sostanza, è di fronteggiare l’influenza francese nel paese e al contempo di rinsaldare la ritrovata intesa con l’Egitto, dove Eni opera da tempo con grande successo (andrebbero ricordati, a tal proposito, i giacimenti recentemente scoperti presso il delta del Nilo, tra i quali spicca Noor, individuato nello scorso mese di giugno, che in base alle prospezioni sarebbe addirittura il più grande giacimento di gas naturale del Mediterraneo). Se nel caso della Libia è soprattutto la Francia a mettere i bastoni fra le ruote all’Italia, nel caso dell’Egitto a farlo è invece l’Inghilterra, che è uno strettissimo alleato degli Stati Uniti di Trump. Solo un possibile cambiamento del governo inglese, che in questo momento non pare godere di ottima salute, potrebbe aprire nuovi varchi per l’Italia, giacché un eventuale approdo di Corbyn al numero 10 di Downing Street sicuramente potrebbe risultare piuttosto indigesto al presidente americano. Ma, finché il premier continuerà ad essere Theresa May, le possibilità resteranno a dir poco risicate.

E’ in ogni caso lodevole il tentativo italiano di stabilire una linea di dialogo anche con Tobruk e non soltanto con Tripoli, sebbene risulti assai nota l’antipatia di Haftar per il nostro paese. Certo, tutto può cambiare, e in questo senso nulla andrebbe giudicato come eterno ed immutabile: Haftar, dopotutto, ha nella flessibilità e nell’imprevedibilità delle sue alleanze e delle sue scelte politiche, probabilmente, uno dei principali segreti della sua longevità politica e militare. Considerato ciò, un possibile tentativo italiano di mediare fra le parti in lotta in Libia potrebbe dare al nostro paese una maggiore visibilità, indipendentemente dai suoi esiti. In ogni caso, il rafforzamento dei rapporti con partner fondamentali come l’Egitto e la Russia ed il contemporaneo saper sfruttare le debolezze inglesi e francesi sarà il criterio minimo per permettere all’Italia di raggiungere in Libia dei risultati quantomeno onorevoli.

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