Le radici coloniali del dibattito sulla cittadinanza in FranciaPARIGI – La polemica scatenata dall’attuale dibattito sulla decadenza di nazionalità, ai danni dei terroristi, mette ancora una volta la Francia di fronte alle proprie contraddizioni. Quello che potrebbe essere erroneamente considerato come un dibattito determinato dall’attuale situazione politica è invece un tema ricorrente nella storia della République. La storia della Francia coloniale è caratterizzata dalla continua riformulazione dei principi di appartenenza alla nazione, in conformità alle esigenze politiche determinate dal contesto storico.
Il principio di cittadinanza trova fondamento nella filosofia illuminista e ha valore costitutivo nell’ideologia repubblicana francese. A garanzia del rispetto dei diritti individuali e della partecipazione alla vita politica, la strutturazione del diritto di cittadinanza costituisce quindi un termine di “inclusione” e “esclusione” nei confronti del singolo. Benché la cittadinanza sia idealmente declinata nei termini dell’universalismo, questo non significa che i diritti connessi siano realmente attribuiti a tutti gli individui. Una distinzione necessaria è quella tra “cittadinanza” e “nazionalità”. Benché oggi questi due concetti siano utilizzati come sinonimi, nel corso della storia rappresentano due fattispecie molto distinte. Inoltre, l’imposizione del modello dello stato-nazione nel XIX° secolo ha permesso di “limitare” il principio di cittadinanza ad un progetto territoriale definito sancendo un legame sacro tra popolo e territorio. La cittadinanza nazionale, quindi, fissa definitivamente la frontiera tra lo “straniero” e il “nazionale”, definito anche “naturale” della nazione.
L’asimmetria tra il principio di “cittadinanza”(nel senso di accesso ai diritti politici) e di “nazionalità” (nel senso di appartenenza alla nazione), trova conferma nella storia della colonizzazione dell’Algeria. Diversamente dagli altri possedimenti coloniali, l’Algeria è considerata “territorio nazionale” in tutto e per tutto; prima della guerra d’indipendenza, tra i coloni ricorreva il detto “il mediterraneo attraversa la Francia, come la Senna attraversa Parigi”. Nella colonia, le società autoctone erano sottomesse allo statuto d’indigène d’Algérie, ciò che attribuiva la condizione di “suddito francese” ma non riconosceva l’acceso ai diritti civili e politici e alla cittadinanza. Nell’ambito della politica imperiale di Napoleone III, nel 1865 agli indigènes è attribuita la “nazionalità” quindi la “qualità di francese”. Nonostante ciò, per accedere ai diritti di cittadinanza l’indigène deve essere “naturalizzato”, ciò che gli imponeva di rinunciare all’applicazione della legge religiosa al suo Statuto Personale (l’insieme di norme che regola lo stato civile delle persone fisiche). La caduta dell’Impero e la costituzione della Terza Repubblica marcano una nuova evoluzione. Nel 1870, il decreto Crémieux dispone la naturalizzazione collettiva degli Israélites indigene d’Algérie, ai quali è attribuito il pieno diritto di cittadinanza. Questa decisione, in applicazione del principio di divide et impera, aggiunge un elemento di alterità tra questi nuovi cittadini francesi e i français musulmans d’Algérie, a vantaggio della stabilità del potere coloniale.
Una relativa facilitazione delle procedure di naturalizzazione sembra intervenire nel periodo tra le due guerre quando la cittadinanza fu estesa alle truppe coloniali che parteciparono allo sforzo bellico (circa il 15% dei combattenti mobilizzati nel corso della Grande guerra, erano originari dei territori coloniali), anche se gli eventi che conducono alla Seconda guerra mondiale cambiano completamente la situazione. Il Governo di Vichy, nell’ambito della politica di “collaborazione” con la Germania nazista, promulga nel 1940 la legislazione razziale che sosterrà il processo di “soluzione finale” e l’Olocausto. Oltre all’applicazione del così chiamato Statut des Juifs, l’abrogazione del decreto Crémieux in Algeria priva della nazionalità e dei diritti di cittadinanza i membri delle comunità ebraiche nord-africane marcando il parossismo della politica razziale francese.
La categoria di français musulman si manterrà fino alla decolonizzazione come “eccezione coloniale”. Il riconoscimento dei diritti politici a questi “sotto-cittadini”, sarà concesso solo dal presidente Charles De Gaulle nel corso dei negoziati che condurranno l’indipendenza dell’Algeria nel 1962, con l’obiettivo di mantenere il controllo sul territorio. Nonostante l’unicità del caso algerino, la frammentazione delle politiche d’attribuzione della cittadinanza rappresenta una costante della storia coloniale della Francia. Il ricorso a tale modello è identificabile anche nel caso dei Protettorati in Marocco e Tunisia e dei Mandati in Siria e Libano, dove l’elemento dell’appartenenza religiosa, oltre che il discorso sull’alterità razziale, è al centro della politica coloniale.
L’appartenenza religiosa e razziale sono stati per lungo tempo una discriminante essenziale nell’attribuzione della cittadinanza costituendo una vera e propria “eccezione coloniale”. Questo principio di “eccezione” può essere applicato oggi nell’analisi delle politiche pubbliche che regolano il fenomeno delle migrazioni “post-coloniali”. Le politiche di naturalizzazione e l’attribuzione della cittadinanza basate sullo ius soli, hanno permesso alla Francia di rispondere a delle esigenze demografiche e di mantenere un rapporto prioritario con l’area del mondo di suo interesse (che corrisponde grosso modo allo spazio internazionale della francofonia). In termini geopolitici, dobbiamo considerare in questo senso il ruolo delle comunità transnazionali, vera e propria leva di politica estera al servizio degli interessi francesi nel mondo. Queste politiche, nonostante abbiano permesso a Parigi l’accesso prioritario a determinati mercati e risorse, hanno imposto al paese di dover affrontare l’emergenza del fenomeno del binazionalismo e il fallimento dei modelli d’integrazione pensati negli anni ’90 in termini assimilazionisti.
Nella storia della Quinta Repubblica, destra e sinistra hanno continuato a ricorrere al tema della cittadinanza come strumento politico in risposta allo stato di eccezione e di emergenza nazionale. Dalle banlieues in fiamme nel 2005 al fenomeno dell’estremismo islamista, la risposta della politica al disagio sociale ha determinato l’introduzione di nuovi principi di “esclusione” nonostante l’origine della violenza sia proprio la marginalizzazione subita da una parte della società. In questo senso, la riforma costituzionale del diritto di cittadinanza prevista dal governo del presidente Hollande introduce una misura discriminatoria nei confronti di una categoria “sensibile”: i “nuovi cittadini” ma anche i cittadini di lungo corso, le terze e quarte generazioni, sulla base della loro doppia nazionalità. Viene allora spontaneo, di fronte alla creazione di questa nuova categoria di “escludibili”, domandarsi quale sia il peso dell’eredità coloniale in tale questione. Imporre costituzionalmente un’ulteriore barriera giuridica tra la “cittadinanza piena” e la cittadinanza “revocabile” di “secondo livello”, può costituire un ulteriore elemento di divisione nella società francese, come la storia ci insegna.

Articolo di Andrea Radouan Mounecif

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