Contrariamente a quanto sostenuto da un certo accademismo – marxista ortodosso prima, e sempre più liberale poi – la storia filosofica dei regimi socialisti del ‘900 non si risolve nella semplice adesione alle teorie marxiane, ma presenta dei tratti poco noti, del tutto estranei alla vulgata del materialismo storico, e anzi molto vicini all’etnosofia se vogliamo, ovvero a quelle tradizioni spirituali e simboliste che, per quanto volentieri negate dalla propaganda ufficiale, hanno innervato la vita politica di quei popoli che hanno “fatto la rivoluzione”. Così, non diversamente dai fascismi europei o dal messianesimo liberale statunitense, anche i comunismi hanno conosciuto percorsi analoghi, sotterranei, di sintesi tra innovazione rivoluzionaria e quei retaggi culturali millenari che costituiscono il sale di ogni autocoscienza nazionale.
Il caso più vicino al lettore europeo è anche quello del primo Stato socialista della storia, ovvero l’Unione Sovietica. Essendo lo Stato sovietico, al pari della compagine zarista, un’entità a carattere imperiale incentrata sul ruolo guida del popolo russo (in quanto etnicamente dominante), presteremo di seguito attenzione alla cultura di questa nazione. Del resto, il trionfo definitivo del bolscevismo presso le masse russe e gli intellettuali è dovuto anche al legame stretto tra l’azione palingenetica del movimento rivoluzionario e le aspettative messianiche della nazione russa, che alla fine del 1917 veniva da quasi un secolo di attese e speranze deluse di rinnovamento sociale. Trattando della prima Russia novecentesca, è importante comprendere che lì riforma civile e sentire religioso erano parti integranti di una medesima visione della Russia stessa, e che i connotati ateistici, occidentali, della Rivoluzione d’Ottobre hanno rappresentato più un momento della tensione dialettica tra questi due poli che una drastica frattura.12004800_906187766138960_7223138651686818434_n In questa prospettiva, alla grande violenza dei primi anni dell’Urss (la doppia lotta esterna/interna contro potenze interventiste e Bianchi, le carestie, il comunismo di guerra, la crociata ideologica contro la religione) seguì un periodo di ritorno all’ordine, il che coincise anche con un primo, inconscio, versamento nel contenitore rivoluzionario di contenuti tradizionali. Così, è potuto accadere che i propagandisti sovietici che dovevano descrivere il pericolo del neonato stato sovietico accerchiato riflettessero alcuni temi anticorussi, e non era insolito notare curiosi manifesti nei quali un cavaliere rosso a cavallo in divisa militare con la stella rossa ma armato di spada difendeva la roccaforte proletaria dal drago dell’interventismo.

A livello psichico collettivo non fu ininfluente la connotazione decisamente positiva che il colore rosso aveva nella cultura russa. “Rosso” (krasnyj) e “bello” (krasivyj) condividono la stessa radice, così che dire “Piazza Rossa” significa in qualche modo dire “Piazza bella”. L’onnipresente colore rosso negli stendardi bolscevichi facilitò la conquista delle masse operaie e contadine alla causa di Lenin, masse che interiorizzarono il terremoto politico come una legittima guerra al privilegio e all’opulenza, una lotta a cui un popolo oppresso era predisposto per cultura. Che la Rivoluzione fosse stata vittoriosa più per merito delle aspirazioni contadine all’equità che per l’egualitarismo marxista anche Lenin, che in fatto di cultura era un puro conservatore, lo comprese, se è vero che il passaggio alla NEP non fu solo una ritirata tattica per ragioni pragmatiche, ma comportò anche un riavvicinamento al popolo, estraneo al clima intellettualistico della nuova élite. Lenin stesso fu vittima e strumento della nuova fase, culminata nell’ascesa di Stalin. La mitizzazione quasi cristologica della sua vita, l’elevazione di Lenin a Primo Martire sovietico dopo la morte, l’inumazione (a parvenza di eternità) della sua salma nel mistero del Mausoleo cubista sotto il Cremlino saldarono il nuovo potere alla coscienza russa, di nuovo legata religiosamente e politicamente alla classe dirigente dopo i fallimenti dello zarismo. L’adesione collettiva al mito leniniano confermava quanto il popolo vedesse ancora la politica in termini escatologici.
Nel turbolento periodo della guerra civile, Stalin ricopriva l’incarico di Commissario del Popolo per le Nazionalità, un portafoglio minore, ma di grande rilevanza per la concezione che il georgiano elaborò circa il rapporto tra il potere sovietico e le istanze nazionali dei popoli dell’Urss. La consapevolezza che la cornice ideologica dell’internazionalismo proletario fosse insufficiente a soddisfare i bisogni spirituali delle numerose nazionalità e minoranze fu forse decisiva nella formulazione della dottrina staliniana, inquadrata nel centralismo delle Repubbliche Socialiste attorno alla sacralità carismatica di un Vožd’ (capo, guida).
La progressiva introduzione nel linguaggio di regime del concetto di narodnost’ (spirito nazionale) servì allo scopo. Il culto della personalità di Stalin fu prima di tutto una riproposizione della fede del popolo russo nello car’-batjuška (lo zar che veniva chiamato amorevolmente “il Piccolo Padre”), difensore della patria – lo si vedrà nel corso della Grande Guerra Patriottica – e benefattore remoto ma onnipotente.
Costruire “il socialismo in un solo Paese” portò inevitabilmente a una russificazione dell’Unione, e sapientemente Stalin recuperò per gradi il nazionalismo russo, depurandolo degli elementi più reazionari. Il progressivo aumento delle tensioni politiche con la Germania nazista accelerò questo recupero, come appare evidente nel cinema sovietico degli anni ’30. Erudito di storia, Stalin non esitò a rivisitare il grande passato russo per fortificare lo Stato in preparazione della guerra e rivedeva senza contraddizione come nella propria azione di guida e nomocrate si riflettessero le antiche imprese di Aleksandr Nevskij e Pietro il Grande e particolarmente di Ivan il Terribile, lo zar celebre per la sua crudeltà nei confronti degli oppositori. Che Stalin si rispecchiasse in quest’ultimo, autocrate della Moscovia cinquecentesca, e non in un Pietro I, fautore della prima occidentalizzazione della Russia, era un effetto consequenziale: l’Urss doveva mantenersi impermeabile alle influenze esterne, e il ricorso alla violenza era necessario per tenere uniti gli organi dello Stato e respingere lo straniero. Nell’Aleksandr Nevskij di Ejzenštein lo sfondo della minaccia tedesca era premonitore (la pellicola descrive il conflitto medievale tra russi e cavalieri teutonici), ma lo era altrettanto il richiamo alla santità del suolo patrio, la terra russa da difendersi con l’unione del popolo intorno al suo capo: temi che l’effettivo arrivo delle armate hitleriane avrebbe trasformato in realtà.
Il decorso degli anni ’30 avrebbe poi visto la riaffermazione dei topoi della cultura russa ottocentesca nella nuova forma del patriottismo socialista, con i grandi classici letterari e musicali additati a esempio per l’artista sovietico. Questo passaggio avrebbe ulteriormente russificato la retorica di governo, in modo sempre più pronunciato fino allo scoppio della guerra con la Germania, quando un ennesimo salto di qualità fu inevitabile.
Nel discorso di Molotov del 22 giugno 1941, che annunciava l’invasione, il ministro degli Esteri parlò esplicitamente di “guerra patriottica per la terra natale”, mentre la “Stella Rossa”, giornale dell’Armata Rossa, diramò appelli a una “guerra santa”, che poi divenne anche titolo per un celebre inno dell’esercito sovietico. Impressionante fu poi il famoso intervento di Stalin del 3 luglio, dove le accorate parole “fratelli e sorelle” con cui si rivolse ai cittadini sommersero gli abitudinari “compagni e compagne”, poiché in esse rinverdiva il lessico contadino del popolo unito che lotta in comunione mistica con lo Zar. La situazione peraltro non poteva non suggerire un parallelo con la guerra contro Napoleone, tanto che il rinnovato successo dei classici dell’Ottocento presso le masse fu naturalmente incrementato, se pensiamo che nella sola Leningrado furono vendute più di mezzo milione di copie negli anni della guerra. La verità è che, come fa notare Orlando Figes, “il comunismo fu vistosamente assente dalla propaganda bellica sovietica. La guerra veniva combattuta in nome della Russia, della famiglia dei popoli dell’Unione Sovietica, di Stalin, ma mai in nome del sistema comunista.” Così accadde che mentre l’Armata Rossa si appropriava delle mostrine e delle onorificenze dell’esercito zarista (famoso il caso dell’Ordine della Gloria, che ricalcava nei gradi e nel nastro l’Ordine Imperiale di San Giorgio), mentre Stalin ricordava in contrasto con la storia come lotta di classe “le eroiche figure dei nostri grandi antenati: Aleksandr Nevskij, Dmitrij Donskoj, Minin e Pozarskij, Aleksandr Suvorov e Michail Kutuzov”, faceva inserire nell’inno dell’Unione palesi richiami alla Rus’ (la Russia antica) e reinsediava la Chiesa Ortodossa nel suo ruolo bizantino di instrumentum regni (riaperti seminari e parrocchie, eletto il primo patriarca dopo il 1917). La retorica proletaria e internazionalista calava di tono, né riprese quota dopo la vittoriosa conclusione della guerra, quando uno Stalin trionfante all’apice del potere poté riprendere il ruolo di costruttore dello stato socialista secondo il proprio gusto, e senza ostacoli. 11997335_906192049471865_216565560_nI progetti urbanistici per la nuova Mosca dovevano segnare la continuità tra il passato nazionalista e il socialismo ancora da edificarsi, e infatti un manifesto propagandistico del 1947 ritraeva un giovane ingegnere che guida un cantiere traendo ispirazione dalla nobile figura di un bogatyr’ (il guerriero mitico dell’antichità slava orientale), simbolo della città antica. La costruzione dei sette grattacieli neogotici (le Sette Sorelle) a paradossale ma voluta memoria dei sette grandi monasteri che circondavano Mosca; la sontuosa stazione metro Komsomol’skaja-Kol’cevaja con i suoi interni – monumento agli eroi militari della storia russa – richiamanti elementi della cattedrale del Cremlino di Rostov, come altre nuove stazioni, che andavano richiamando lo stile architettonico da XII secolo delle città “sante” di Vladimir, Suzdal’, sono gli esempi più chiari di come ricorrere a motivi tradizionali e neorussi fosse ormai pratica consolidata di una politica ventennale coerente, “nazionale nella forma, socialista nei contenuti”, come rileva la musicologa Frolova-Walker.

Il decesso di Stalin nel 1953, con tanto di raddoppiamento del culto faraonico di Lenin (la salma del georgiano fu collocata nel mausoleo sulla Piazza Rossa), vide il riflusso dell’innesto puramente russo nel discorso ideologico sovietico. La nuova politica di Chruščëv – contadino ucraino sprezzante verso il nazionalismo panrusso – in aperta opposizione agli anni staliniani, e il seguente operato di Brežnev arrestarono la visione nazionalrivoluzionaria del primo bolscevismo e di Stalin sulle posizioni più piatte di un vago patriottismo socialista, privo però di linfa vitale. Questi decenni di storia dell’Urss meriterebbero comunque di essere indagati in profondità.
A uno sguardo superficiale ci si stupirebbe di fronte alla completa o quasi assenza di una “psicostoria” del comunismo russo, non fosse per la crassa ignoranza che in Occidente, per molteplici ragioni, si è sempre avuta dello spirito russo, capace di coniugare fede religiosa e risorgenza nazionale a una filosofia materialista, quella marxista, nata in Europa, ma penetrata in Russia con un anelito escatologico autonomo che non poteva, quasi occultamente, non trovare risonanza in una cultura spirituale che già storicamente conteneva una mitologia di salvezza, i miti delle città nascoste di Kitez, Ignat della terra beata di Belovod’e, archetipi popolari di un’Arcadia, di nuovo, a venire.

Federico Pastore

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