Chi si dimostra imbarazzato dopo aver commesso una ‘gaffe’ attira in genere su di sé giudizi favorevoli, poiché con l’imbarazzo mostra il proprio lato fragile, suscitando empatia e comprensione, rivelando inoltre la consapevolezza di aver commesso un errore e la volontà di porvi rimedio.
Nel caso del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti però questo non è accaduto. Infatti le sue scuse, dopo l’infelice affermazione riguardante gli italiani all’estero, non gli sono servite ad evitare una mozione di sfiducia individuale nei suoi confronti.
Non ci soffermeremo troppo sull’iniziativa posta in essere da ‘Lega Nord’, ‘M5S’ e ‘Sinistra Italiana’ che questa mattina al Senato hanno depositato una mozione di sfiducia nei suoi confronti né sulla minaccia della minoranza del ‘PD’ di votare a favore, né sulle polemiche relative ai contributi pubblici ricevuti dal settimanale diretto da Manuel Poletti, figlio del Ministro, quanto sui motivi per cui le sue scuse convincono così poco.
Per prima cosa ci troviamo al cospetto di un ‘gaffeur seriale’ che già ai tempi del governo Renzi aveva inanellato alcune perle, affermando ad esempio che “prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21” e che “l’ora di lavoro a fronte dei cambiamenti tecnologici è un attrezzo vecchio” (ne abbiamo parlato qui: http://www.opinione-pubblica.com/il-lavoro-come-violenza-istituzionalizzata/).
Appena riconfermato, non senza qualche mugugno, nel governo Gentiloni (o Renzi-bis che dir si voglia) ha sfoderato in pochi giorni una bella doppietta, dapprima auspicando il voto anticipato per sventare la possibilità del referendum sul ‘jobs act’ e poi con quella che forse è stata la sua frase peggiore: “Bisogna correggere un’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Se ne vanno 100.000,ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100.000 bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono dei ‘pistola’. Permettetemi di contestare questa tesi. Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo paese non soffrirà a non averli tra i piedi”.
L’impressione è che abbia ragione Stefano Feltri, che su ‘Il Fatto Quotidiano’ ha scritto di non credere che Poletti si sia davvero “espresso male”, come ha asserito, tentando di usare la più banale, classica ed inconsistente delle scuse: in realtà ha detto quello che pensa. Pertinente la citazione del Nanni Moretti di ‘Palombella rossa’, il meno noto corollario alla regola per cui “le parole sono importanti”, ovvero “chi parla pensa male”. E il riconfermato Ministro parla male davvero troppo spesso, anche per questo motivo dovrebbe stare molto più attento alle parole che usa: non è cosa grave fare degli errori, ma lo è non imparare niente da essi.
Non si impara mai dai propri errori quando ci si sopravvaluta, com’egli dimostra di fare quando tenta la via della comunicazione irrituale (“non serve a un fico…”, “pistola…”) che può risultare efficace solo se sorretta da una brillantezza di pensiero che non ha. Del resto questo stile talvolta finisce per rivolgersi contro anche al più brillante di tutti, ovvero Matteo Renzi.
Purtroppo lo stile di comunicazione renziano rappresenta una tentazione per tutti i suoi fedelissimi, anche Roberto Giachetti, di solito così moderato e ricco di ‘aplomb’, ci è di recente caduto con tutte le scarpe. Il grave è che, appena il discorso perde anche solo un minimo di incisività, si nota molto più pesantemente l’arroganza e ad oggi il PD è percepito come un partito di arroganti, di persone non avvezze al chiedere scusa e che se lo fanno non appaiono mai troppo sincere né convinte.
Cercando qualcosa di buono nella dichiarazione incriminata, troviamo solo la buona intenzione di sfatare un luogo comune. Però l’idea che la sua intenzione, come ha tentato di correggere al momento delle scuse, fosse quella di lodare coloro che restano, non ci sfiora nemmeno. Quando di desidera lodare qualcuno, non lo si fa certo insultando qualcun altro. E poi, se si vuole dire male di qualcuno in pubblico, si deve anche avere il coraggio di fare dei nomi: che cosa significa “conosco gente che è bene che stia dove è andata”? Chi sono? E quanti sono? Perché se sono 5 o anche 50, rispetto a una popolazione di 100.000 rappresentano dei casi singoli, del tutto irrilevanti rispetto al discorso che ci aspetta da un politico.
La cosa che preoccupa di più di tutta in questa vicenda però è un’altra e va oltre le responsabilità del singolo: in molti e a ragione si sono scagliati contro la mancanza di rispetto verso gli italiani all’estero, paradossalmente proprio quelli che il governo fino a qualche settimana fa vezzeggiava, aspettandosi che gli portassero voti decisivi per la vittoria del ‘sì’ al referendum costituzionale. Oltre a ciò la tragedia di Berlino, che per somma sfortuna ha coinvolto una di essi, ha ravvivato l’emozione e con ciò l’indignazione.
Troppo poco ci si è soffermati sulla sofferenza di chi si allontana da casa, come se la vita di tutti questi ragazzi della cosiddetta ‘generazione Erasmus’ rappresentasse una lunga vacanza e non anche una serie di ammirevoli sacrifici.
Del resto, ciò rientra perfettamente nella retorica immigrazionista, che chiude gli occhi di fronte all’evidenza che le migrazioni siano soprattutto causa di sofferenza sia per chi se ne va, che di chi vede i suoi connazionali partire, che di chi vede troppi stranieri arrivare (vedi http://www.opinione-pubblica.com/gli-italiani-sono-xenofobi-no-solo-disperati/).
Ma ancor meno si è ragionato sul fatto che le intelligenze valgono come una risorsa strategica, come e più del petrolio o dell’oro, e che lasciarseli sfuggire denota, cosa ben più grave di qualsiasi gaffe, una mentalità da colonia, da ‘italietta’.
Allora un plauso va a chi ha la possibilità di partire e decide di non farlo non per paura, bensì per amore verso l’Italia, ed una tirata d’orecchie alla nostra politica che non fa nulla per tutelare e trattenere i nostri talenti, che tutto il mondo riconosce come preziosi.

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