L’attività politica in Libano è in vero e proprio tumulto: dopo poco meno di due anni e mezzo senza Capo dello Stato e con un Governo ad interim che gestiva la stretta amministrazione quotidiana, mentre alcune emergenze ingigantivano all’orizzonte in maniera preoccupante, l’avvenuta elezione di Michel Aoun alla poltrona presidenziale ha innescato un “effetto domino” che ai cittadini del Paese dei Cedri dà l’idea di essere finalmente usciti dal limbo dell’incertezza.

Il Neopresidente ha convocato il capo del partito “Al-Mustaqbal” (Movimento Futuro), Saad Hariri, figlio del più celebre Rafik, incaricandolo di una missione esplorativa per la formazione di un Governo di larghe intese che possa affrontare con autorevolezza i numerosi problemi del paese: primi fra tutti l’emergenza rifiuti e le deficienze della rete di produzione e distribuzione energetica nazionale.

Hariri, ovviamente, punterà a una Grande Coalizione non troppo diversa da quella che ha sostenuto l’interregno del suo predecessore Tammam Salam, con il coinvolgimento dei partiti sciiti Hezbollah ed Amal, alleati “di ferro” del Presidente Aoun e del suo Libero Movimento Patriottico.

In Libano nessuno lo dice apertamente, ma tutti sanno che il “limbo” che ha paralizzato la vita pubblica nazionale era strettamente legato all’attesa di una svolta decisiva negli eventi siriani.

Se essi fossero stati favorevoli ai terroristi la coalizione 14 marzo, di Hariri e dei suoi alleati conservatori, filoisraeliani, filoamericani, filosauditi, ne sarebbe stata rafforzata, ma col continuo e convinto sostegno di Russia, Iran (e anche del piccolo ma addestratissimo ‘esercito’ degli Hezbollah) che tiene i piatti della bilancia a favore del Governo di Assad, alla fine sono stati gli alleati maroniti di Hariri a segnalare al loro partner di maggioranza di non poter più tenere il paese “sospeso” col rischio di una grave erosione del loro bacino elettorale cristiano a favore della formazione dell’Ex-generale.

Acconsentire ad Aoun di trasferirsi nel Palazzo della Baabda è stata una cocente sconfitta per Hariri e soci e Samir Geagea, l’ex-galeotto capo delle “Forze Libanesi” ha provato pochi giorni dopo a smussare l’impressione di una capitolazione suggerendo, nel corso di un’intervista, che l’assenso a una presidenza Aoun fosse stato dato per fare una specie di “dispetto” all’Iran, che Geagea suggeriva avrebbe voluto vedere il Libano paralizzato per molti mesi ancora.

A strettissimo giro è arrivata la replica del Ministero degli Esteri di Teheran, veicolata tramite l’ambasciata a Beirut, nella quale la Repubblica Islamica smentiva recisamente questa ricostruzione, ricordando come a più riprese i suoi rappresentanti si fossero espressi a favore dell’elezione di Michel Aoun a Presidente.

Da parte sua, il Neopresidente, dopo avere affidato ad Hariri l’incarico per il nuovo Governo, ha ricevuto in un lungo téte-a-téte l’ambasciatore siriano Ali Abdulkarim, che si è presentato accompagnato nientemeno che dal Ministro degli Affari Presidenziali Mansour Azzam, arrivato appositamente da Damasco; i due si sono trattenuti con Aoun per buona parte della mattinata, nel primo incontro diplomatico del suo mandato.

Del resto l’invito era più che prevedibile, visto che, subito dopo la sua elezione, il primo messaggio di congratulazioni pervenutogli veniva proprio da Damasco ed era firmato Bashar Assad.

Un quarto di secolo fa le truppe di Hafez Assad sfondarono le difese dell’Armee Libanaise e costrinsero Aoun, allora Presidente a Interim e Primo Ministro del Libano, ad abbandonare la Baabda e partire per tre lustri di esilio in Francia, ma chi si stupisce di questi cambiamenti di atteggiamento conosce poco la storia del Medio Oriente, dove alleanze ed equilibri di potere sono mobili come nelle più movimentate partite di ‘Backgammon’, il gioco da tavolo levantino per eccellenza, dove le strategie più ponderate e le precauzioni più minuziose spesso vengono sconvolte da un singolo getto dei dadi.

Paolo Marcenaro