L’8 settembre del 1941 cominciava l’assedio di Leningrado, uno degli episodi più tragici ed eroici di quella immane epopea del Novecento che fu la Seconda Guerra Mondiale.

Il tutto ha i suoi prodromi nei primissimi giorni dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica, l’Operazione Barbarossa con cui Hitler stracciò e si rimangiò le promesse di non aggressione e coesistenza pacifica siglate a Mosca da Molotov e Ribbentrop il 23 agosto del ’39.

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Dei tre obiettivi che insieme al Donbass e a Mosca il Führer nazista propose ai suoi Generali come traguardi della prima fase dell’invasione della Russia, Leningrado (già Petrogrado e San Pietroburgo) era in linea d’aria il più vicino al confine e, a una lettura dell’ordine di battaglia tedesco, le forze assegnate alla sua cattura sembravano poderose: due intere armate e un Panzergruppe ammontanti in totale a venti divisioni di fanteria, tre divisioni corazzate, due divisioni motorizzate e una di “Panzergrenadiere”.

Ad esse si contrapponevano, organizzate nel “Fronte di Leningrado” tre armate sovietiche (8°, 23°, 48°) che come al solito corrispondevano in forza a tre corpi d’armata secondo la terminologia occidentale, e tre gruppi operativi informali (Koporoye, Slutsk e Meridione).

Prese alla sprovvista dall’aggressione tedesca e gravemente danneggiate nelle prime giornate di ostilità, le forze sovietiche condussero una ritirata combattente, utilizzando il paesaggio baltico, fitto di foreste, di corsi d’acqua (affluenti della Dvina e della Neva), di pantani e zone moreniche al meglio delle loro possibilità, in attesa di potersi ancorare al grande centro urbano e stabilirvi un capo d’una linea di estrema resistenza.

Leningrado

Inizialmente le forze mobili tedesche sembravano divorare spazi come avevano fatto in Polonia e in Francia: Lituania e Lettonia vennero superate in nove giorni; poi, il ritmo dell’avanzata cominciò a rallentare, le “punte di lancia” corazzate e motorizzate presero a rimanere isolate dalle fanterie, i “balzi” delle unità mobili dovettero venire temperati da ordini che raccomandavano di evitare frammentazioni che potessero dare adito a contrattacchi e accerchiamenti.

Leningrado

Una volta raggiunta l’antica città anseatica di Novgorod e le rive del Lago Peipus (dove Aleksandr Nevskij diede il fatto loro ai Teutonici-Portaspada) il Corpo Corazzato comandato da Erich Von Manstein ricevette il compito di girare intorno al Lago Ilmen e troncare la ferrovia che collegava l’ex capitale degli Zar con Mosca.

Impreviste piogge estive diedero agli invasori tedeschi un assaggio anticipato di cosa volesse dire “stagione del fango” (Rasputitsa) in Russia, costringendo i genieri ad abbattere migliaia e migliaia di alberi per costruire passerelle e sentieri di tronchi su cui far procedere i veicoli.

I russi approfittarono di ogni istante per concentrare forze, scavare trincee e fossati anticarro, approntare brigate di volontari in tutta l’area urbana; per la prima volta, osservando lo spiegarsi della manovra tedesca sulle mappe, viene presa in considerazione la possibilità che la grande, splendida città sulle rive della Neva potesse rimanere isolata e subire un assedio.

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Cartina del Fronte di Leningrado.

In preparazione a tale evenienza oltre un milione e settecentomila civili (tra cui quasi mezzo milione di bambini) su un totale di circa tre milioni e duecentomila abitanti vengono evacuati preventivamente e distribuiti lungo il Volga, gli Urali, nella Siberia e in Kazakhstan, tuttavia molte donne e bambini, in particolare le famiglie degli operai impegnati nelle numerose fabbriche d’armi della città (Leningrado forniva da sola circa il 10 per cento della produzione d’armamenti sovietica) rimangono in città.

San Pietroburgo
Leningrado (San Pietroburgo) oggi.

A fine agosto il collegamento tra il Fronte di Leningrado e il Fronte di Volkov viene interrotto, dando inizio a un’odissea gloriosa e terribile che durerà 872 giorni per terminare il 27 gennaio 1944: gli abitanti di Leningrado sapevano benissimo che la paranoia slavofoba hitleriana non lasciava loro alcuna speranza di resa.

Hitler, per nulla addolcito dalle meravigliose architetture della città, ne aveva già ordinato la completa distruzione con un “Befehl” datato 29 settembre 1941. Pur non riuscendo a realizzare questa sua demoniaca fantasia, Hitler ordinò e vide realizzata, prima della fine dell’assedio, la distruzione del Palazzo di Caterina, del “Peterhof”, del Palazzo Gatchina e di quello di Strelna, che avevano avuto la sfortuna di trovarsi nella zona dei sobborghi caduta in mano alle forze tedesche.

Il fotografo russo Sergei Tarenkov ha creato una serie di potenti immagini "fotomontando" a paesaggi della città moderna scorci e dettagli risalenti al periodo dell'assedio.
Il fotografo russo Sergei Tarenkov ha creato una serie di potenti immagini “fotomontando” a paesaggi della città moderna scorci e dettagli risalenti al periodo dell’assedio.

L’enumerazione delle sofferenze patite dagli abitanti di Leningrado durante l’assedio, tra bombardamenti, penuria di ogni possibile genere di consumo, epidemie di tifo, va oltre le possibilità di questo breve articolo eppure, a fronte del catalogo di orrori spietati che presenterebbe qualora fosse redatta anche solo parzialmente, si staglia, come tributo alla forza incrollabile della volontà umana, che trae vigore dalle più tremende avversità, l’esempio della Settima Sinfonia di Dmitri Shostakovich, che rimase nella città assediata dividendosi tra il lavoro di composizione di un’opera che incarnasse lo spirito di resistenza dei suoi concittadini e il servizio volontario in una brigata di pompieri.

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Dmitri Shostakovich serve il suo paese come volontario

Alla fine il Governo Sovietico obbligò il grande musicista a lasciare la città temendo per la sua vita, ma egli pretese che, una volta terminata, la sua opera venisse eseguita per la prima volta a Leningrado, cosa che avvenne il 9 agosto del 1942.

Paolo Marcenaro

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