Sulla sorte dei nostri quattro connazionali rapiti in Libia stanno fiorendo numerose congetture, che solo il tempo ed eventuali notizie da parte dei rapitori ci potranno confermare o smentire. S’è parlato degli scafisti, dei terroristi, così come di semplici rapitori privi di motivazioni politiche ed interessati solo ad ottenere un lauto riscatto. Quest’ultima ipotesi non tranquillizza comunque gli animi, giacché alimenta pur sempre il timore che, proprio andando in cerca di denaro, costoro possano vendere i loro ostaggi anche ad organizzazioni terroristiche vere e proprie.

In attesa di notizie più certe, comunque, possiamo aprire delle riflessioni su ciò che è diventata la Libia grazie allo spropositato ed insensato attacco del 2011. Perchè il peccato originale alla base anche di quest’ultimo dramma risiede proprio in quella guerra, che ha trasformato un paese solido e tranquillo in una smisurata terra di nessuno, dove imperversano bande di terroristi e di predoni.

Una guerra che serviva, nelle dichiarazioni dei suoi animatori e patrocinatori, a difendere e sostenere una rivoluzione “pacifica e democratica” dalla vendicativa repressione di Gheddafi. Peccato, però, che la verità fosse esattamente l’opposto, dal momento che quella “rivoluzione” era solo un colpo di Stato debitamente truccato e pilotato dalla Francia e dall’Inghilterra con l’ausilio dei loro portatori d’acqua del Golfo, e di cui infine è stata soprattutto Washington a trarre beneficio.

Bisognava non soltanto difendere quel pugno di mercenari, quasi tutti stranieri, che i nostri media presentavano come libici purosangue, ma soprattutto prevenire l’arrivo delle truppe governative a Bengasi, prima che quella “rivoluzione” venisse definitivamente smontata ed il complotto denunciato a livello internazionale da Gheddafi, magari persino in sede ONU.

Così la NATO è entrata in guerra, ed anche l’Italia è stata ovviamente della partita. Il seguito è noto a tutti: in pochi mesi la pur accanita resistenza libica è stata sopraffatta dalla soverchiante forza militare atlantica e la Jamahiriya è caduta, fino al linciaggio di Gheddafi a Sirte. Da allora, sebbene in Libia continui ancora ad operare con un certo successo la “resistenza verde” gheddafiana, il paese è ridotto ad una grande Somalia alle porte dell’Europa, in cui nessun attore politico presente dispone della forza adeguata ad imporsi sui concorrenti riaffermando l’unità politica e l’autorità dello Stato.

Il nostro paese, tuttavia, continuava ancora ad aver bisogno della Libia: della sua energia e dei suoi mercati. Il numero d’italiani operanti in Libia, drasticamente calato durante la guerra del 2011 e subito dopo, ha gradualmente cominciato a risalire. Molte imprese sono tornate ad affacciarsi in Libia, sebbene il loro numero ed il loro giro d’affari, per ovvie ragioni, non sia ancora riuscito ad eguagliare i livelli prebellici.

Gli italiani in Libia, ovviamente, si trovano a dover fare i conti con un contesto profondamente mutato rispetto al 2011: allora, come dicevamo, il paese era stabile e sicuro, mentre oggi è in mano a varie tribù, ad organizzazioni terroristiche come l’ISIS, a signori della guerra e via dicendo. Bisogna contrattare e farsi dare la benevolenza e la protezione del potente di turno ovunque si vada.

Era quindi facilmente prevedibile che per l’ennesima volta dal 2011 dei nostri connazionali venissero rapiti cadendo nelle mani di chissà chi. Ora, il nostro paese deve fare tutto il possibile per ottenerne la liberazione; ma, allo stesso tempo, le sue autorità, che nel 2011 inneggiavano alla guerra contro Gheddafi, ben farebbero a recitare il “mea culpa”.

Cosa che, purtroppo, non faranno mai.

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