Dopo la stagione più travagliata e deludente degli ultimi trent’anni, era nell’aria la notizia che in casa del Milan stesse succedendo qualcosa di epocale, la conferma è arrivata qualche giorno fa quando il club rossonero ha ufficializzato il passato del 47% delle quote societarie a tale Bee Taechaubol, per tutti Mr. Bee, un sedicente magnate thailandese. Si sta così per chiudere quindi una delle presidenze, quella targata Silvio Berlusconi, più importanti della storia del calcio. Personalmente ritengo che Berlusconi sia stato più dannoso in calcio che in politica (so che questa dichiarazione farà storcere il naso a qualche lettore di Repubblica o a qualche fan della Dandini o di Santoro) perché il suo ingresso di prepotenza nel mondo del pallone è stato paragonabile alla classica palla di neve che, scendendo a valle, finisce per formare una vera e propria valanga catastrofica. Per arrivare al sodo, il momento del declino del calcio italiano è nato con l’arrivo di Berlusconi: chiunque volesse tener testa a Sua Emittenza, doveva solamente spendere, spendere e ancora spendere… sono così nati i Borsano, i Tanzi, i Cragnotti, i Cecchi Gori, autentiche diramazioni impazzite (poi stroncate nella vergogna) dell’albero maestro berlusconiano. Tutto il resto è storia purtroppo nota, anche se, per capire il fenomeno Berlusconi, bisogna prima analizzarlo ai raggi X, considerando l’evoluzione della sua lunga storia d’amore rossonera, dalle origini all’epilogo oramai vicino. Personalmente dividerei il trentennio calcistico berlusconiano in tre parti:

1. 1986-1992: sono gli anni della Rivoluzione Culturale berlusconiana applicata al calcio, un autentico ciclone che ha spazzato tradizioni, consuetudini, sicurezze di oltre cinquant’anni di calcio professionistico grazie ad un approccio innovativo sia fuori dal campo (squadra-azienda, approccio manageriale, attenzione al lato mediatico/pubblicitario) che in campo (zona integrale, calcio-spettacolo con conseguente rottura con il tradizionale calcio all’italiana). L’inizio di questa rivoluzione copernicana è stato sicuramente l’acquisto di Roberto Donadoni dall’Atalanta nell’estate 1986, i bergamaschi, infatti, da almeno tre lustri erano soliti cedere i loro migliori prospetti (Scirea, Cabrini, Prandelli, Fanna, Marocchino, Tavola, Bodini) alla Magna Juventus, autentica e indiscussa regina del mercato italiano. L’acquisto di Donadoni, pagato 10 miliardi di lire, fu il segnale che nel mondo del calcio italiano i rapporti di forza stavano cambiando. Sul versante sportivo reputo il Milan allenato da Arrigo Sacchi (altra creatura inventata, questo è un indubbio merito, da Berlusconi) una delle tre squadre più sensazionali mai viste su un campo da calcio con cinque fuoriclasse assoluti (Maldini, Baresi, oltre i tre olandesi Gullit, Rijkaard e Van Basten) più altri tre/quattro grandissimi giocatori come Tassotti, Ancelotti e Donadoni.

2. 1992-2007: il 1992 è stato però un anno cruciale, sia per le sorti del movimento calcistico che per quelle del nostro Paese. A partire dalla stagione 1992/93 infatti vengono tolti i limiti di tesseramento alle rose delle squadre si Serie A, così Berlusconi può finalmente, grazie al suo grandioso potere sia economico che mediatico, fare razzia di Palloni d’Oro, stelle, stelline (e qualche meteora) finendo per costruire non un undici ma ben due di assoluti campioni. Questo è stato, a mio avviso l’apice del Berlusconi calcistico. Se il Milan di Sacchi ha cambiato il calcio, il Milan più forte in assoluto e probabilmente la squadra più forte e completa mai vista su un campo da calcio, è stato il Diavolo dell’anno solare 1992 allenato da Fabio Capello (anche in questo caso vale lo stesso discorso fatto per Sacchi), che però, causa anche dissidi interni, è durato meno di quanto meritasse. Mentre Berlusconi sta attingendo le più algide vette del mondo calcistico, il mondo politico italiano è in pieno subbuglio. Il ciclone Mani Pulite, manovrato dalla “longa mano d’oltre oceano”, oltre che da una magistratura che Berlusconi crede stalinista ma che è invece semplicemente supina agli ambienti stranieri (in particolare e stelle e strisce), cancella un’intera classe di partiti, cioè quelli che rappresentavano la classe media (destra DC e PSI) per lasciare spazio alla coppia formata dai “rinnegati” comunisti del PDS (che Dio li stramaledica per l’eternità!) e dalla sinistra DC (tradizionalmente più filo atlantica del lato destrorso della Balena Bianca). Ebbene, il paese, grazie a questo autentico golpe giudiziario, resta improvvisamente senza quei partiti che avevano rappresentato fino ad allora la maggioranza (seppur risicata) degli italiani. Berlusconi è l’unica persona in Italia che, può colmare quel vuoto di potere e ci è riuscito. L’entrata in politica consiglia di conseguenza, in ambito calcistico, all’ex tecnico dell’Edilnord un profilo più basso: infatti, Adriano Galliani, noto fino ad allora per la sceneggiata del faro Marsiglia, comincia a acquisire fette di potere sempre più ampie. Così, le fortune del Milan incominciano a dipendere strettamente dagli esiti del Berlusconi politico: non è un caso che, dopo anni abbastanza anonimi (1996-2001), coincidenti con l’egemonia del centrosinistra prodiano/dalemiano, alla vittoria berlusconiana alle politiche del 2001 sia seguito un quinquennio di grandi successi, soprattutto europei. Berlusconi, da buon animale politico, ha capito che calcio e politica sono un binomio perfetto che va sempre a braccetto!

3. 2007-2015: la parabola discendente del berlusconismo è stata lenta ma inesorabile. Il 2007 infatti rappresenta la prima svolta: dopo l’insperato trionfo di Atene, il Divo Silvio si è stufato del Milan, in politica rivince le elezioni più per demeriti altrui che per meriti suoi, ma il suo astro è ormai in declino. La sua anima gemella Galliani incomincia ad accorgersi quanto sia difficile fare le nozze con i fichi secchi, nonostante affari (leggi Ibrahimović) con i soliti amici e amici degli amici (leggi Preziosi, Raiola, Bronzetti). Il vero salto nel precipizio però, Berlusconi, lo compie nel suo “biennius horribilis” 2011/12: a novembre 2011 viene esautorato dal colpo di Stato della giunta dei bocconiani capeggiata da Monti mentre a maggio, in campo calcistico, perde uno scudetto in mezzo ad un mare di polemiche contro la risorta Juve agnellina. E’ la resa definitiva: è la fine del Berlusconi politico, la fine del Berlusconi calcistico. L’Uomo di Arcore non sa più lottare contro il tempo e i mutamenti che ha subito il nostro mondo negli ultimi dieci/quindici anni: egli rappresenta ormai, con i suoi pregi (pochi) e difetti (tanti) una fase di capitalismo ormai obsoleta, quella legata all’industria fordista e al mercato nazionale, quando oggi la società (e il calcio) si sta moltiplicando per quattro/cinque, specialmente dopo la crisi del 2008 e il giro di vite da parte delle oligarchie bancarie/finanziarie: le industrie ancorate sul territorio nazionale (come la Mediaset) non servono più, così come con il consenso ricercato a son di spot televisivi e slogan da stadio come il taumaturgico “E Forzaaaa Italiaaa! Meno male che Silvio c’è”. La società controllata dai clan oligarchici si sta moltiplicando per tre/quattro: servono istituti di credito, manager, maneggioni con le scarpe in cinquanta paesi (soprattutto paradisi fiscali) del globo terracqueo, la politica deve essere sempre più sottratta alla volontà popolare e ancorata al giudizio di mercati ed esperti finanziari. Ecco spiegato come mai il declino, calcistico ma anche politico, di Silvio Berlusconi.

Francesco Scabar

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