Tra i tanti discorsi che abbiamo sentito nel corso del 2018, uno riguarda l’Esercito Comune Europeo proposto dal Presidente francese Emmanuel Macron. L’iniziativa, che ha trovato un certo gradimento presso la Germania di Angela Merkel, è comunque ben presto rimasta lettera morta, almeno per il momento, a causa soprattutto delle tante problematiche in cui versa l’Unione Europea oggi. La strisciante crisi di governo in Germania, la rivolta dei Gilet Gialli in Francia, le incognite legate alla Brexit e, non ultima, anche la partita fra la Commissione Europea uscente e i vari governi “populisti” come quello italiano, hanno suggerito ai vertici comunitari e ai principali leader europei di sospendere almeno per questo momento tale progetto. Inoltre non si vorrebbero aumentare le frizioni, già esistenti, con la Casa Bianca, che a sua volta non si capisce bene quale strategia, anche verso l’Europa, intenda adottare: diminuire il proprio impegno nella NATO oppure mantenerlo, se non addirittura rafforzarlo? e che dire, poi, della storica partita a scacchi con la Russia? I vari nodi mediorientali, a cominciare dalla questione siriana e dai relativi rapporti con la Turchia, a tacer poi di Israele, hanno effettivamente gettato nella confusione più totale l’Amministrazione Trump, e di conseguenza pure gli europei (e si badi bene: parliamo di “europei” e non solo ed esclusivamente di “europeisti”).

Al di là di tutte queste considerazioni, comunque, andrebbe fatto notare come il progetto di un Esercito Comune Europeo costituisca un guanto di sfida non soltanto verso la Russia, come in molti hanno subito voluto sottolineare, ma anche e soprattutto un sistema costruito intorno agli interessi della Francia in quello che un tempo era il suo vasto impero coloniale africano, che ancora a Parigi continuano a chiamare Françafrique. Sostanzialmente, la Francia non ce la fa più a sostenere da sola i costi sempre più elevati della sua politica di controllo su quelle che un tempo erano le sue colonie africane, e ha bisogno quindi di scaricarli sui propri alleati europei. L’Esercito Comune Europeo, in questo senso, sarebbe proprio l’ideale e, soprattutto, rappresenterebbe una netta evoluzione in senso offensivo rispetto alla vecchia Comunità Europea di Difesa (CED), che sempre Parigi aveva proposto nel Secondo Dopoguerra salvo poi lasciar cadere nel vuoto a causa di un suo successivo ripensamento. A quel tempo Parigi era impegnata nella Guerra in Indocina, che avrebbe perso, e già si profilava quella in Algeria, e pure questo aveva smorzato non poco alcuni inizialmente caldi entusiasmi presso gli altri partner europei, italiani in primis. Non era poi mancato, a costituire un’ulteriore pietra tombale sul progetto, la decisione di consentire il riarmo della Germania Occidentale, propedeutico al consolidamento della NATO.

La situazione odierna è per molti aspetti diversa da quella d’allora, ma presenta anche delle similitudini: il mondo non è più diviso in due blocchi ma sta sempre più palesemente transitando dall’assetto unipolare a guida statunitense a quello multipolare caratterizzato dalla presenza di nuove potenze, emerse o riemerse, come Cina, Russia ed altre ancora; il Continente Africano, a sua volta, non è fresco reduce dal colonialismo ma ancora si dibatte, soprattutto nel caso delle colonie ex francesi, nel neocolonialismo, dove però s’infiltrano sempre più prepotentemente nuovi attori come la Cina o, ancora, le petromonarchie del Golfo, che cercano d’esercitarvi una sorta di “soft power” dove la propagazione dell’Islam di matrice wahabita in luogo di quello originario, anche attraverso cospicui finanziamenti e la costruzione di moschee e centri culturali, serve a preparare il terreno per una futura egemonia anche in senso politico ed economico. In questo caso, verrebbe da pensare, i francesi sono quasi vittime del “fuoco amico”, giacché in Libia (e non solo: pensiamo anche al Mali) avevano agito a danno dello Stato secolare creato da Gheddafi proprio in società col Qatar e gli Emirati Arabi Uniti.

Tutto ciò comporta per la Francia un crescente quantitativo d’ingerenze politiche e militari in quelle che un tempo erano sue colonie; dal 2011 ad oggi, infatti, abbiamo visto l’azione in Costa d’Avorio, quella in Libia, e conseguentemente quelle nel Mali e nella Repubblica Centrafricana, non senza dimenticare l’ultima mossa in Niger e tutta una serie d’ingerenze anche soltanto diplomatiche o politiche in altri paesi come il Camerun o la Guinea Equatoriale. Fa riflettere, in tutto questo contesto, come i vari paesi della ex Françafrique usino il Franco CFA, controllato da Parigi ma stampato in Germania, che consente a Parigi di prelevare una percentuale maggioritaria delle loro transizioni economiche e commerciali, pari a 400 miliardi di euro all’anno. Ben difficilmente, come ammise anche l’ex Presidente Jacques Chirac, la Francia potrebbe continuare ad essere la Grandeur senza tutti questi soldi, e pertanto il mantenimento di tali introiti e di tale forma di controllo giustifica qualsiasi azione, anche violenta ed arbitraria.

Quindi, dal momento che i costi, sia economici che umani, di tale politica neocoloniale stanno diventando sempre più proibitivi, per la Francia è obbligatorio cercare di condividerli con altri. La Germania è stata subito favorevole alla proposta, ma non ci vuole molto a capire perché: Berlino già oggi controlla sostanzialmente l’economia di Parigi, e lo stato dei suoi conti pubblici, oltre a vantare su quest’ultima un indiscutibile predominio economico e industriale a livello sia europeo che mondiale. E’ facilmente comprensibile, quindi, che i tedeschi mirino a cooptare i francesi nel controllo delle economie della Françafrique, progressivamente ma decisamente sostituendosi a loro. Ciò, tuttavia, li metterebbe in contrasto coi ben più competitivi e massicci concorrenti cinesi, che in Africa hanno buon gioco a conquistarsi il favore dei governi e delle popolazioni dal momento che forniscono prestiti, infrastrutture e finanziamenti a condizioni ben più agevolate di quelle degli europei, quando non addirittura a titolo gratuito. I tedeschi, pertanto, preferiranno una soluzione mista, dove i francesi continueranno a metterci la faccia mentre sarà sempre più Berlino ad intascare gli utili: così salveranno capra e cavoli, mentre i francesi si ritroveranno con un palmo di naso. Proprio questo scenario, che sarebbe uno dei segnali più chiari del fallimento della politica di Macron agli occhi dei suoi concittadini, potrebbe però indurre gli ambienti politici e militari più scaltri di Parigi a fare un nuovo ripensamento, proprio come già avvenne negli Anni ’50 con la CED.

La sopravvivenza del Franco CFA, che non a caso già oggi viene stampato in Germania anziché a Parigi, potrebbe in questo senso, oltre al fallimento del progetto di un Esercito Comune Europeo (su cui, lo ripetiamo, le cancellerie europee per il momento preferiscono rimandare, ma non dire di no), rappresentare un ulteriore passo nel percorso verso la piena decolonizzazione del Continente Africano da parte degli interessi europei e francesi in primo luogo. Occorrerà ancora molto tempo, ma in ogni caso i segnali sono già ben chiari e non tarderanno ad acquisire sempre maggior rilevanza.

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