Alcuni giorni fa due gravi attentati avvenuti in Francia, seguiti alla pubblicazione di nuove vignette da parte del noto giornale satirico “Charlie Hebdo”, hanno riacceso l’attenzione sul conflitto fra identità europeo-occidentale e le frange più estreme e violente del mondo arabo-musulmano. Su tale questione molte cose si potrebbero dire, ed infatti molte, anche a sproposito, sono state finora dette: spesso e volentieri, argomentazioni a dir poco fuori luogo o che servivano soprattutto come nuova benzina da gettare su un fuoco di per sé già fin troppo vivo.

Dall’ormai lontano (ma è davvero, poi, così lontano?) 2001, allorché avvenne l’attentato dell’11 Settembre, il mondo occidentale si trova a dover convivere col pensiero di una difficile relazione gomito a gomito col mondo musulmano. Nel caso europeo, ciò è particolarmente insidioso per più motivi: innanzitutto, tra questi due mondi, esiste una vera e propria contiguità geografica (si confinano e persino compenetrano nei Balcani così come nel Caucaso, per non parlare poi del Mediterraneo, dove l’Italia peraltro è una delle nazioni su cui avrebbe qualche “aneddoto” in più di altre da raccontare); ma tale contiguità è anche sociale e demografica (i due mondi, cioè, si confinano e compenetrano anche all’interno di uno stesso paese, e in Europa infatti non vi è praticamente un solo Stato che non abbia un’importante comunità musulmana, in progressiva crescita e formata non soltanto da persone venute da altri paesi ma anche da propri cittadini che magari, ad un certo punto della loro vita, hanno deciso di convertirsi all’Islam: ciò, per esempio, è divenuto molto comune non appena si valicano le Alpi, ma anche nella nostra Penisola è un fenomeno che sta cominciando ad uscire dalla nicchia).

Indubbiamente i fatti seguiti all’11 Settembre 2001 hanno creato un grande mare di diffidenza fra questi due mondi e queste due comunità; e, come spesso succede, sono stati soprattutto i luoghi comuni a prevalere su tutto il resto, scoraggiando la ricerca di un maggior chiarimento e di una maggior conoscenza reciproche che potessero al contrario fugare proprio tutte quelle paure e quei pregiudizi. Fin qui il ragionamento teorico: a questo punto, qualcuno potrebbe giustamente obiettare domandando: “Va bene, ma allora adesso che fare?”.

Senza dubbio l’Occidente in tutto il suo insieme (e per “Occidente” intendiamo, in questo caso, sia l’Europa che il Nord America, quindi quell’asse “atlantico” che compone i paesi NATO) ha qualche ragione per battersi il petto. L’11 Settembre, per esempio, non scaturì da un semplice odio cieco del mondo musulmano più radicale verso tutto ciò che fosse occidentale (scegliendo quindi di colpire gli Stati Uniti perché visti come massimi e principali rappresentanti, oltre che paese guida, del mondo occidentale), ma faceva parte di una vera e propria guerra che da tempo l’Islam radicale conduceva sia verso il resto del mondo musulmano sia verso l’Occidente che pure, a suo tempo, l’aveva aiutato avvalendosi dei suoi “servigi”.

Non va infatti dimenticato che al-Qaeda, autrice dell’attentato alle Torri Gemelle, e prima ancora di altri seri attentati contro obiettivi statunitensi nel mondo, era stata letteralmente creata in laboratorio dagli Stati Uniti stessi, insieme all’Arabia Saudita e al Pakistan dell’allora Generale Zia Ul-Aq, per meglio contrastare i sovietici giunti in Afghanistan a sostegno del governo locale loro alleato. Successivamente, scomparsa la minaccia sovietica, al-Qaeda, ormai divenuta potente, non serviva più; ma venne comunque lasciata prosperare nell’eventuale ipotesi che potesse nuovamente tornare utile in un altro momento. Così al-Qaeda, continuando a godere se non dell’amicizia quantomeno della comprensione di Washington, e soprattutto potendo contare sul denaro dei sauditi, potè allargarsi indisturbata ad altre aree del mondo, come ad esempio il Sudan (da cui cercò di esercitare un’espansione alle aree limitrofe, si veda per esempio in Somalia) o il Caucaso, in cui la fine dell’Unione Sovietica aveva aperto la strada a un decennio di nuovi conflitti di stampo etno-religiosi dove i miliziani jihadisti si rivelarono drammaticamente tanto utili quanto efficaci. Lo stesso avvenne, sempre in quegli anni, nei Balcani, con la disgregazione della Jugoslavia e la colonizzazione, da parte dell’Islam politico e radicale, di realtà come la Bosnia e il Kosovo, mentre in Afghanistan e nelle aree tribali del Pakistan il legame coi Talebani aprì la strada a nuove fortune per l’organizzazione di Bin Laden, anche perché i Mujaheddin che erano succeduti alla caduta del comunista filosovietico Najibullah avevano ben presto deluso tanto gli americani quanto i sauditi, per non parlare degli stessi pakistani: e così intorno al 1996 si registrò, a Kabul e in buona parte del paese, un nuovo “cambio di regime”.

Tuttavia, una parte di coloro che negli Anni ’80 avevano combattuto in Afghanistan non scelse di darsi a nuovi fronti di guerra, che fossero in Africa Orientale o nei Balcani o nel Caucaso, ma semplicemente rientrò nel proprio paese. Molti, i più, provenivano da realtà del vasto mondo musulmano, dai paesi arabi a quelli dell’Africa subsahariana fino al Sud Est Asiatico, e così via; ma altri ancora, e non erano di certo pochi, venivano proprio dall’Occidente. Tutti coloro che tornarono a casa, comunque, lo fecero con l’obiettivo di continuarvi la loro “missione” (chiamiamola Jihad, chiamiamola guerra santa, chiamiamola lotta armata, chiamiamola terrorismo, come preferiamo a seconda dei nostri punti di vista). Si aprì così una nuova stagione di attentati, grandi e piccoli, che insanguinò quei primi Anni ’90 e che spesso, a seconda del paese, si trascinò anche negli anni successivi. Quando sembrava che tutto ciò fosse ormai ad un passo dallo spegnersi o quantomeno dallo smorzarsi in maniera decisiva, inaspettatamente il fuoco ritornò a bruciare, fino a palesarsi con gli attentati di al-Qaeda contro gli obiettivi americani e quindi con l’11 Settembre, un vero e proprio (e sinistro) “salto di qualità” della “strategia del terrore”.

Di fronte ad una simile lettura, molti potrebbero quantomeno pensare che l’Occidente, per tanto tempo, si sia coltivato delle vere e proprie “serpi in seno”, che poi immancabilmente hanno finito col morderlo. Ciò è indubbiamente vero, ma dimostra anche come spesso e volentieri sia mancata negli ambienti politici occidentali “che contano” una sufficiente lungimiranza politica e strategica per immaginarsi un simile epilogo: in fin dei conti, non ci sarebbe voluto molto a capirlo a suo tempo. Ciò che è peggio, è che è mancata anche la capacità di apprendere dalle lezioni subite, perché quando, a partire dal 2011, l’Amministrazione Obama ha cercato di fare persino peggio di quel che già aveva fatto quella del predecessore Bush, lanciando e supportando insieme agli alleati europei l’operazione “Primavere Arabe”, sono stati immancabilmente ripetuti i soliti errori di prima. Così, da una costola di al-Qaeda, è nata l’ISIS, che è riuscita persino a dimostrarsi più pervasiva, capillare e temibile della vecchia organizzazione fondata da Bin Laden. La sua origine è stata propiziata ed assecondata per contrastare inizialmente la resistenza irachena all’occupazione americana, ma ben presto ha dilagato con ancor più successo in Siria e in Libia, per non parlare poi dello Yemen e della Nigeria settentrionale e quindi anche di tanti altri teatri operativi, importanti o minori che fossero.

Che i movimenti basati sul radicalismo islamico siano, al pari di tutti gli altri che rivendicano o che si attribuiscano una natura o una matrice religiosa, dei movimenti settari, ovvero delle sette pericolose, è difficile negarlo. La storia, anche recente, ci racconta che molti gruppi settari sono stati capaci di compiere vere e proprie azioni terroriste o persino di guerra in nome di una certa missione religiosa o “apostolica” che sentivano necessario portare avanti. Ciò può avvenire ovunque e con qualunque religione: è stato per esempio così anche con la setta “buddista” Aum Shinrikyo in Giappone, che compì un gravissimo attentato al gas nervino nella metropolitana di Tokyo, passato alla storia, o con le azioni dei cosiddetti “Ebrei Neri” negli Stati Uniti, che solo meno di un anno fa hanno sparso il terrore, o con certi gruppi cristiani estremisti in Sud America, Stati Uniti, Asia ed Africa (spesso si parla della Chiesa di Dio Onnipotente, nata in Cina e rapidamente cresciuta anche all’estero, ma è solo uno dei tanti esempi che purtroppo si potrebbero fare). La struttura interna che caratterizza questi movimenti, ma soprattutto la dinamica di manipolazione mentale e di spersonalizzazione degli individui che entrano a farne parte, sono ancor più elementi che denotano la loro natura settaria. Questo significa anche, tra le tante cose, che recuperare e riportare alla vita civile quelle persone che sono entrate nel vortice di simili gruppi e dei loro meccanismi è anche un serio e gravoso impegno per le nostre istitituzioni sociali, oltre ad essere un percorso non sempre di facile riuscita; tuttavia, è anche un compito al quale lo Stato e le sue varie istituzioni non possono sottrarsi per delle fin troppo elementari ragioni.

Sarebbe dunque fondamentale, già in partenza, sostenere e stimolare lo spirito critico nei singoli cittadini e in tutta l’opinione pubblica nel suo insieme, per esempio richiamando al loro serio dovere gli organi d’informazione che invece molto spesso sembrano più dediti ala propaganda che a fornire reali strumenti cognitivi e culturali ai propri lettori e spettatori. Negli Anni ’90 si sono raffigurati i miliziani jihadisti in Bosnia e nel Kosovo, così come quelli nel Caucaso anche negli anni successivi, come dei veri e propri eroi che lottavano contro il cattivo serbo o russo di turno. In realtà, si sapeva già allora come stavano le cose e quando tutto è venuto a galla si è preferito tacere lasciando la maggior parte dell’opinione pubblica, precedentemente instradata e catechizzata con enormi pregiudizi e faziosità, nella confusione. Ciò si è poi immancabilmente ripetuto pochi anni dopo con le guerre in Libia e in Siria, in funzione anti-Gheddafi ed anti-Assad, e quindi con certi gruppi interni ai Royinghia nel Myanmar e alla minoranza musulmana nelle Filippine, guardacaso proprio quando anche questi due paesi avevano smesso di essere sicuri alleati dei principali governi occidentali e si erano avvicinati a Russia e Cina.

Oggi si preme molto sull’acceleratore della questione degli Uyguri nella regione cinese dello Xinjiang, col tentativo in parte anche mediaticamente riuscito di raffigurare questo territorio come una sorta di “Tibet musulmano”, al pari di quello originale soggetto ad un trattamento da parte di Pechino che per i nostri politici e media sarebbe coloniale e dispotico. Tuttavia, anche in altre aree dell’Asia Centrale, guardacaso dove dovrebbe passare la Nuova Via della Seta e dove si trovano governi amichevoli con la Cina, di tanto in tanto capita che qualche giornale, politico o associazione occidentali parli di questa o quella minoranza o gruppo soggetti a trattamenti antidemocratici e repressivi. Come si può facilmente comprendere, dunque, la questione è soprattutto politica, economica e militare, e solo successivamente diventa anche culturale e religiosa: la religione, la cultura e l’appartenenza etnica diventano semplicemente le scorciatoie che le principali cancellerie occidentali usano per mobilitare l’opinione pubblica contro quei paesi con cui hanno “dei conti in sospeso” e coi quali la rivalità sta crescendo sempre di più. E’ poi anche un modo efficace e diretto per chiamare a raccolta chi è sensibile a queste tematiche, o è stato educato ad esserlo, in maniera che si mobiliti anch’esso a sua volta.

Se parliamo dunque di “scontro di civiltà”, dobbiamo allora farlo con cognizione di causa, ben sapendo che esso è quasi sempre per non dire proprio sempre frutto di una precisa volontà e strategia politica tesa ad incrementare la tensione per meglio contrastare quelle potenze identificate come il “nemico”. Proprio per questo motivo le “anime belle” che in Occidente da sempre confondono fra l’estremismo di alcuni gruppi e aree ideologiche da tempo opportunamente ben coltivate ed oliate dall’alto e l’identità di intere popolazioni o comunità religiose farebbero bene a farsi qualche domanda: non sarà forse il caso di cominciare ad imparare un po’ dalle tante e dolorose lezioni già ricevute dal passato? Coi due pesi e le due misure (quel modo di pensare per cui al-Qaeda e ISIS, e i loro vari affiliati e consociati locali, sono nemici se colpiscono Francia o Stati Uniti, ma diventano poi amici o poveri perseguitati da aiutare se colpiscono la Cina o altri paesi “scomodi”) non si va mai molto lontano.

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