CONDIVIDI

Nel linguaggio comune si usano ancora, anche se meno rispetto al passato, insulti consistenti nel “dare del malato”, sia in relazione a disturbi di tipo fisico che mentale.

Il reale motivo del progressivo disuso di questi modi di dire risiede nella maggiore sensibilità che (per fortuna) è emersa nei confronti dei malati, più che in un tentativo di limitare la violenza verbale degli insulti.

La parola “handicappato”, ad esempio, ormai sostituita nel suo uso tecnico da “disabile” se non dal politicamente corretto “diversamente abile”, rimane diffusa come sinonimo di inetto o di incapace.

L’uso delle etichette diagnostiche riguardanti i disturbi psicologici è comunque assai più diffusa, anche perché dando dell’handicappato a qualcuno, seppure in senso figurato, si corre il rischio di farlo anche in presenza di un disabile, mentre chiamando qualcuno “psicopatico” non si corre un rischio simile, non perché gli psicopatici non esistano, ma perché non sono facili da riconoscere, né sanno o ammettono sempre di esserlo.

Quasi ogni diagnosi presente nella nomenclatura psicopatologica viene di tanto in tanto usata come insulto, talvolta azzeccando la diagnosi, senza averne né intenzione né capacità, ma semplicemente sparando a casaccio.

Oltre a costituire esempi di maleducazione, questo genere di insulti viene talvolta considerato un reato, come nel caso della condanna per ingiurie comminata nel 2014 dalla Corte di Cassazione a un cittadino reo di aver dato, di fronte a testimoni, della “esaurita” ad una vicina di casa (Sentenza n. 46488 dell’11.11.2014).

Riteniamo però un comportamento assai più scorretto quello di coloro che usano le diagnosi per colpire un avversario politico, non in una conversazione informale, ma durante un comizio pubblico, dalle pagine di un giornale o in televisione.

Nel periodo del massimo successo di Silvio Berlusconi, quindi anche di massima vitalità dell’anti-berlusonismo, questa pratica era all’ordine del giorno: l’allora Cavaliere ed i suoi fedelissimi reagivano sistematicamente definendo “sovietica” questa tattica, in riferimento al fatto che nell’URSS i dissidenti venissero talvolta rinchiusi negli ospedali psichiatrici.

Questo genere di attacchi mediante diagnosi improprie è però toccato un po’ a tutti i personaggi politici e in particolare, negli ultimi anni, a Matteo Renzi.

L’esempio più recente di cui abbiamo contezza risale alla sera di mercoledì 1 marzo quando il direttore di ‘Limes’, Lucio Caracciolo, ospite in diretta televisiva negli studi di ‘La7’ ha definito il presidente degli USA Donald Trump “pericoloso in quanto narcisista”.

Ci asteniamo qui da ogni tentativo di giudicare l’esattezza della diagnosi, ma prendiamo spunto da questa affermazione per introdurre le parole dello psichiatra statunitense Glen Gabbard che nel 1992, nella sua opera ‘Psichiatria psicodinamica’, ha affermato che lo ‘sfruttamento interpersonale’, uno dei criteri chiave del ‘Distirbo narcisistico di Personalità’ è ormai un tratto altamente adattativo della nostra società, poiché “la natura stessa del nostro sistema economico è infatti fondata sulla ricompensa di chi è capace di convincere gli altri ad acquistare un prodotto”.

Tratti e comportamenti narcisistici sarebbero talmente rinforzati culturalmente da rendere talvolta difficile la stessa diagnosi: essendo la società stessa narcisista, può essere arduo distinguere tra una persona che lo sia intrinsecamente e un’altra che segua una certa condotta perché particolarmente adattata al contesto, soprattutto nel caso di soggetti giovani o comunque immaturi.

Non è del resto sorprendente che in una società siffatta salgano al vertice individui che possiedano o perlomeno sembrino possedere caratteristiche simili, ma non ha senso prendersela con loro: se la società è malata, per così dire, lo siamo tutti e prima di preoccuparci di sconfiggere il narcisista là fuori dovremmo preoccuparci di quello che è dentro ognuno di noi.

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non accendere flames e di mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: redazione@opinione-pubblica.com

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here