Il referendum greco ha lanciato un segnale. La maggioranza della popolazione greca rifiuta le condizioni imposte dalla trojka (FMI-BCE-UE) e chiede almeno la rinegoziazione di parametri non solo inaccettabilmente indirizzati a deteriorare ulteriormente il già malmesso welfare del Paese, ma anche diametralmente opposti a qualunque prospettiva di crescita e sviluppo.

Quello che viene spesso raffigurato come un eccesso di burocrazia o come l'”Europa delle banche”, contrapposta alla cosiddetta “Europa dei popoli”, tuttavia è il prodotto di un percorso cominciato da lontano. All’inizio del processo di cooperazione e integrazione europea, la CECA (1952) e la CEE (1958), poi fuse nel 1965, raccolgono principalmente due richieste. Da un lato quella di mettere assieme le principali economie dell’Europa occidentale nella dura fase della ricostruzione post-bellica. Dall’altro, quella di solidificare sul piano politico il quadro dei rapporti strategici transatlantici, avviati dal Piano Marshall (1947) e dalla fondazione della NATO (1949). L’unità tra Francia e Germania Ovest, incarnata dal lussemburghese (ma di padre loreno) Robert Schuman, indica già negli anni Cinquanta l’indirizzo geopolitico di quest’idea di integrazione continentale. L’Italia, inizialmente marginalizzata, si reinserisce negli organismi comunitari per volontà di De Gasperi ma, nonostante alcune concessioni simboliche come gli svolgimenti della Conferenza di Messina (1955) e la firma dei Trattati di Roma (1957), resta geograficamente e politicamente lontana dal cuore decisionale del continente, cioè la ricca area industriale della Ruhr e il Benelux.

Nel corso della Guerra Fredda, non c’è spazio per grandi politiche di contenimento della spesa pubblica, rigidità o strette fiscali. Al primo posto nelle agende dei governi europei campeggia il contenimento di quella che è percepita come la “minaccia sovietica”, incarnata dal blocco raccolto attorno al Patto di Varsavia, che a partire dal 1955 aveva già inglobato una porzione considerevole della vecchia Mitteleuropa, indebolita dalla stagione ottocentesca degli indipendentismi e definitivamente dilaniata dalla Prima Guerra Mondiale. Nel timore che il consenso delle masse operaie occidentali si riversi sui partiti socialisti massimalisti e comunisti legati a Mosca, i governi moderati raccolti attorno alla CECA e alla CEE, soprattutto in Francia e in Italia, sviluppano una serie di riforme di forte impronta socialdemocratica che fungano da meccanismi di deterrenza del conflitto sociale.

Con il crollo del Muro di Berlino (1989), la caduta del Patto di Varsavia (1990) e la dissoluzione dell’URSS (1991), la situazione cambia radicalmente. Scomparsi il temibile avversario e la logica dei blocchi, le principali economie europee possono ristrutturarsi, estendere il proprio orizzonte espansionista verso l’Europa orientale, inaugurare una stagione di grandi liberalizzazioni, a partire dal mercato del lavoro e dall’industria pubblica o mista, e modificare i propri assetti costituzionali. In prima fila c’è ovviamente la Germania, appena riunificata nei termini di una vera e propria annessione dell’Ovest ai danni dell’Est, che provoca uno dei più gravi dissesti della storia europea recente.

Un’Unione ostile all’Italia

Appena due anni dopo la riunificazione tedesca, viene siglato il Trattato di Maastricht (1992), che stabilisce nuove strutture istituzionali e nuovi parametri da rispettare in materia di prezzi, finanza pubblica, tassi di cambio e tassi di interesse. I dubbi che i mercati evidenziano in merito alla tenuta del sistema comunitario nel nuovo scenario europeo, anche a seguito del referendum danese sull’ingresso nell’UE, innescano una spirale speculativa contro le monete più esposte del Sistema Monetario Europeo (SME). A seguito di quegli attacchi, Madrid è costretta a svalutare la peseta, mentre Londra e Roma devono addirittura uscire dallo SME che, con un paniere ECU ad oscillazione variabile del ±6%, aveva garantito fino a quel momento (1979-1991) al nostro Paese un’accettabile mediazione tra i bisogni della bilancia commerciale e il controllo dell’inflazione. Fra il 1993 ed il 1995, lo spread tra i Btp decennali italiani e i Bund tedeschi passa da 300 a 600 punti base, mentre la lira schizza a quota 1.300 sul marco.

Nel 1994, Wolfgang Schäuble and Karl Lamers, all’epoca consiglieri per gli affari europei del cancelliere tedesco Helmut Kohl, pubblicano un papier dove propongono alla Francia un patto per rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri più influenti dell’Unione, espandendone i termini ben oltre le politiche monetarie, per arrivare ad integrare le politiche economiche, fiscali e sociali. Nell’idea di Schäuble e Lamers, Germania, Francia e Benelux avrebbero dovuto costituire uno “zoccolo duro” in grado di opporre una forte resistenza al diritto di veto degli altri membri e dare il via ad un processo di “federalizzazione europea” che avrebbe progressivamente inglobato tutti gli altri Paesi della regione europea.

Col crollo della lira, il nostro governo ignora del tutto gli orientamenti geopolitici emersi in Germania e segue un percorso diverso da quello britannico. Accetta senza riserve i parametri di Maastricht e, dopo le pesantissime manovre “lacrime e sangue” portate avanti da Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi nel nome del risanamento dei conti, decide di far ritorno allo SME nel 1996 con un cambio di 990 a 1 rispetto al marco tedesco (nel 1979 era 467 a 1), aumenta la pressione fiscale nel 1997, applica l’eurotassa nel 1998 e rientra a grande fatica nei parametri di Maastricht in vista della definitiva adozione dell’Euro l’anno successivo, in regime di doppia circolazione con la lira fino al 2002.

Integrazione franco-tedesca

A metà degli anni Novanta, la Francia si era mostrata inizialmente riluttante al piano Schäuble-Lamers ma risulta evidente che, sebbene in modalità e tempi diversi rispetto all’idea originaria, il proposito principale di quel papier sia stato pienamente realizzato, e non solo per il fatto che uno dei due estensori è da venticinque anni l’architetto “segreto” della politica tedesca nonché attuale ministro delle Finanze di Angela Merkel. Allo stato odierno, infatti, le banche centrali di Germania, Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo detengono insieme quasi il 40% delle quote della BCE, conferendo a questi 5 membri un potere decisionale largamente superiore rispetto agli altri 23 Stati che, dall’Eurozona o dal resto dell’UE, contribuiscono al capitale finanziario complessivo di Francoforte.

La deriva nazionalista, periodicamente denunciata dalle istituzioni europee come il pericolo principale per l’Europa, è stata così effettivamente superata solo nell’alveo dell’unità sovranazionale tra Berlino e Parigi. Dopo secoli di scontri e conflitti, le due potenze europee hanno trovato spazi di intesa sempre maggiori sullo sfondo di un Benelux che, anche sul piano culturale e linguistico, funge da terreno di incontro tra Germania e Francia. Gli altri Paesi dell’Unione sono perciò destinati a svolgere un ruolo da comprimari (come la Gran Bretagna, che può far valere la sua capacità di proiezione economica e militare) o da ruote di scorta (come l’Italia e la Spagna), quando non da autentici fanalini di coda (come la Bulgaria, la Romania, la Lettonia e la Grecia, maggiormente colpite da crisi e impoverimento sociale). La riluttanza all’ingresso nell’Euro di molti Paesi dell’Europa orientale e dei Balcani mette in luce le preoccupazioni e i timori nutriti da queste economie tutt’ora in via di ripresa dopo la drammatica fine dei sistemi comunisti  e le terapie d’urto cui furono sottoposti dalle nuove classi dirigenti liberali.

L’Ungheria, caso emblematico in questo senso, è al momento il Paese dell’UE che, forte di una sua moneta nazionale, cresce di più, godendo di un ampio margine di oscillazione nel tasso di cambio rispetto all’Euro. Così, mentre Jean-Claude Juncker attacca e schernisce il premier ungherese Viktòr Orban persino davanti alle telecamere durante un incontro ufficiale, definendolo “dittatore”, la Commissione e la BCE impongono alla Grecia condizioni inaccettabili sul piano sociale e dannose sul piano economico, che avranno il solo effetto di aumentare il debito pubblico e la recessione nel Paese.

Terziarizzazione e declino

Prestando soldi al governo Tsipras ma impedendogli di utilizzarli seriamente per gli investimenti e la crescita, la trojka assume deliberatamente la decisione di vincolare ulteriori stanziamenti ad una politica di austerità che ha la finalità di perpetuare l’insolvenza, per aumentare costantemente i profitti da interesse sui prestiti, mungere un Paese in difficoltà e tenerlo appena a galla ad ogni periodico naufragio. Soltanto la retorica può appellarsi ancora ai “valori dei padri fondatori”, stampati sui tanti trattati firmati negli ultimi sessanta anni e lì rimasti. La fantomatica solidarietà europea non è mai esistita, così come non è mai esistita l'”integrazione europea”.

Altrettanto sterili sono le spiegazioni sistemiche, quelle cioè che diffondono negli europei la paura di finire vittime del processo di globalizzazione e multipolarizzazione, se privi di un forte blocco continentale che regga la fantomatica onda d’urto. Oltre al pregiudizio culturale che incita l’opinione pubblica a considerare i popoli emergenti alla stregua di orde barbariche pronte ad invadere i nostri mercati con le loro merci e a distruggere le nostre specificità con le loro scorrerie, permane in questo atteggiamento neo-coloniale il tentativo di camuffare un arrogante protezionismo “a senso unico” e la diminuzione delle tutele sociali, dietro le vesti di una fumettistica lotta per la “sopravvivenza” e per la “competitività”.

In realtà, l’Occidente è oggi meno competitivo soprattutto a causa del processo di terziarizzazione e finanziarizzazione delle sue economie, avviato negli anni Ottanta. Spostando enormi quote dell’indotto dal settore industriale al terziario, si era supposto di potersi arricchire più semplicemente fornendo competenze e servizi finanziari ai Paesi in via di sviluppo. Nel breve termine questo meccanismo ha funzionato ma, con lo sviluppo industriale delle economie emergenti e con la loro acquisizione di proprie capacità, conoscenze, strumenti, consulenze e servizi, si è col tempo rivelato un boomerang, anche in relazione alla crescita del debito pubblico.

Molti economisti occidentali hanno compreso l’errore di fondo della deindustrializzazione, eppure l’Unione Europea continua a focalizzarsi sul primato del gettito fiscale e a lanciare vuote parole d’ordine quali “innovazione”, “start up” o “sostenibilità”, senza mai concretizzarle nella pratica quotidiana. Con una sola eccezione. La Germania, che mantiene la sua produzione industriale ampiamente sopra la media degli altri Paesi dell’Eurozona, nel dettaglio al 30,8% contro il 28,4% dell’Austria, il 25,4% della Spagna, il 23,9% dell’Italia, il 22,4% del Portogallo, il 19,4% della Francia e, per capirci, il 15,9% della Grecia.

Egemonia tedesca o americana?

Quale Europa “pacifica e unita” permetterebbe una situazione come quella emersa in Ucraina? A quale interesse europeo rispondono le sanzioni contro la Russia e l’innesco delle tensioni militari sul Baltico? La politica anti-russa e anti-greca della Merkel ricalca semplicemente i vecchi cliché dell’espansionismo tedesco che, sui vari fronti in cui è impegnato, conserva ancora antichi legami con la Lituania, la Lettonia, la Slovenia, la Croazia, l’Albania e la Turchia. Durante la disgregazione della Jugoslavia, il governo di Berlino fu il primo a riconoscere l’indipendenza di Lubiana e Zagabria da Belgrado, il contingente tedesco è tutt’ora il più numeroso nella missione K-FOR della NATO in Kosovo, superiore (sebbene di poco) addirittura a quello statunitense, mentre unità di terra dell’esercito tedesco sono risultate recentemente coinvolte in operazioni sotto copertura a supporto dei battaglioni ucraini impegnati nel Donbass contro la resistenza locale.

Chiaramente, nonostante le tensioni, Berlino lascia la sua porta socchiusa a Mosca, ma solo a proprio vantaggio e in gran segreto. Gli altri, invece, devono rispettare le sanzioni in tutto e per tutto, lasciando alla nostra Mogherini il compito di tuonare ufficialmente contro Putin, ripetendo a pappagallo un copione già confezionato dal polacco Donald Tusk.

Se al reticolo politico-economico europeo aggiungiamo, inoltre, quello strategico-militare transatlantico, che dopo quasi settanta anni lega ancora il Vecchio Continente agli Stati Uniti, la spiegazione è presto detta. Washington spinge per un accordo rapido e indolore tra Bruxelles e Atene, preoccupata non certo per le condizioni sociali del popolo greco, e neanche per la somma pendente che Atene deve restituire al Fondo Monetario Internazionale, ma dal timore di perdere un tassello nel mosaico della NATO, qualora Tsipras optasse per il Grexit e decidesse di avvicinarsi ai BRICS, che hanno appena dato vita ad una nuova Banca per lo Sviluppo fondata su criteri diversi e alternativi a quelli del FMI.

L’Europa è sì un’opportunità ma per pochi, pochissimi Paesi. Per molti altri è soltanto una gabbia. Tra questi, primeggia l’Italia. Il governo Renzi non solo sta rinunciando a sfruttare le grandi potenzialità industriali, commerciali e geografiche che portarono il nostro Paese a diventare la quinta potenza economica mondiale negli anni Ottanta, ma le sta distruggendo sempre più velocemente. Malgrado gli annunci del nostro presidente del Consiglio, l’Italia continua a non contare niente in sede europea ed internazionale. Il semestre di Presidenza del Consiglio Europeo nel 2014 ha dato prova dell’inconsistenza e dell’inefficacia dell’azione di Roma sulle principali questioni internazionali. Nei grandi dibattiti degli ultimi anni e sulle principali crisi di impatto internazionale (Libia, Siria, Ucraina e Grecia) nessun leader italiano ha avuto il coraggio di sbattere i pugni sul tavolo per difendere gli interessi nazionali, accodandosi semplicemente agli obiettivi di Francia, Germania e Stati Uniti che, come spesso accade, sono quasi diametralmente opposti ai nostri.

Abbiamo assorbito acriticamente tutti gli ordini impartiti fino ad inserire, con il governo Monti, il pareggio di bilancio nella nostra Costituzione, sebbene le implicazioni giuridiche e pratiche di questa modifica fossero incompatibili con altri articoli della Carta. Abbiamo abbandonato la Libia al suo destino, venendo meno ad un trattato di amicizia col popolo nordafricano e colpendo direttamente i nostri investimenti in quel Paese, che ora è teatro di terrorismo, violenza, sfruttamento e immigrazione clandestina. Abbiamo sostenuto l’opposizione armata siriana, alveo di violenza e terrorismo, entro cui hanno germogliato gruppi integralisti come Jabat al-Nusra e l’ISIS. Abbiamo aderito al pacchetto di sanzioni contro la Russia, di cui l’Italia è quarto partner commerciale mondiale e secondo europeo, bruciando miliardi di interscambio e investimenti reciproci. Oggi abbandoniamo la Grecia, da vigliacchi e ipocriti. Perché sappiamo che il destino toccato a loro, tra qualche anno potrebbe toccare anche a noi.

Alexis Tsipras, primo ministro di un Paese più piccolo e debole del nostro, non ha esitato ad alzare finalmente la voce dopo cinque anni di politiche recessive imposte dalla trojka. Al di là delle ignobili accuse che sta ricevendo da giorni sui principali quotidiani di mezzo mondo, il popolo greco, con la sua dignitosa dissidenza, ha dato invece un segnale forte, dal grande peso simbolico, che potrebbe imprimere una svolta epocale negli anni a venire, mettendo a nudo la debolezza di uno dei più forti dogmi sui quali si fonda l’Unione Europea, quello dell’irreversibilità del processo di integrazione.

Andrea Fais

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