‘River mi buen amigo esta campaña volveremos a estar contigo, te alentaremos de corazón, esta es hinchada que te quiere ver campeón..”

Le squadre entrano in campo nel momento in cui tutti e sessantaduemila gli spettatori del Monumental cantano queste parole. In quegli attimi al Tigres servirebbe un Obdulio Varela che dicesse ai propri compagni di non alzare mai gli occhi verso le tribune perchè è sul prato verde che si giocherà la partita. Non avendo uno come ‘el negro Jefe’ bisogna fare da soli.

Arbitra l’uruguaiano Ubriaco, una sorta di amuleto per il River Plate considerato che ha arbitrato la finale di Copa Sudamericana vinta dagli argentini lo scorso dicembre contro l’Atletico Nacional. Barovero, Vangioni, Funes Mori, Maidana, Mayada, Bertolo Kranevitter, Ponzio, Sánchez, Alario e Cavenaghi sono gli undici scelti da Gallardo per la finale di ritorno della Copa Libertadores. Risponde il Tuca Ferretti con Guzmán, Jiménez, Juninho, Rivas, Torres Nilo, Damm, Pizarro, Arévalo Rios, Aquino, Sóbis e Gignac. Avvio di marca argentina ma la prima vera occasione capita al 14′ sui piedi di Sóbis che messo davanti a Barovero incespica al momento di calciare. Tre minuti più tardi risponde Cavenaghi ma il tiro dal limite è fiacco. La partita dei messicani si chiude al 23′ quando Damm semina il panico sulla destra, entra in area e serve Gignac che litiga con il pallone e non riesce a concludere col sinistro verso la porta. Da lì in poi è solo River Plate.

La spinta dei padroni di casa, ispirata da Kranevitter, Ponzio e Sánchez, si concretizza allo scadere del primo tempo con Vangioni che sulla trequarti avversaria dribbla un paio di uomini e legge alla perfezione il taglio di Alario che lascia sul posto un immobile Rivas e di testa colpisce insaccando sul primo palo. 1-0.

Il gol allo scadere taglia le gambe al Tigres che inizia la ripresa con naturale voglia di rimettere le cose a posto ma è un River Plate troppo forte che concede soltanto un’occasione: al 67′ il solito Damm semina Vangioni e dal fondo pesca Aquino ma il suo colpo di testa termina alto. Cinque minuti dopo lo stesso Aquino è protagonista, stavolta in area propria, stendendo Sánchez: rigore ineccepibile che lo stesso uruguaiano trasforma spiazzando Guzmán. Non c’è storia e il ‘mamma butta la pasta’ lo pronuncia al 79′ Ramiro Funes Mori su un corner calciato dal subentrato Pisculichi. Funes Mori, colui che era in campo quattro anni fa quando il River tornava in Primera División. Non succederà più niente fino al fischio finale! E’ grande festa al Monumental e per le vie di Buenos Aires. Tigres impotente nonostante i diciotto milioni di dollari spesi per rinforzare la rosa. Sono arrivati giocatori come Aquino, Damm e Gignac che hanno dato spettacolo e ora la domanda che sorge spontanea è: quanto resteranno a Monterrey? In attesa di risposte va comunque riconosciuto il gran lavoro del Tuca Ferretti e della sua squadra, vero concentrato di qualità e cuore.

E’ stato un cammino tortuoso quello del River Plate in Libertadores che per ironia della sorte è stato possibile portare in fondo soprattutto grazie al Tigres che, già qualificato, ne impedì l’eliminazione ai gironi grazie alla vittoria sul Juan Aurich. Passato il turno con fatica sono i tanti odiati rivali del Boca a rendergli vita facile con un match di ritorno giocato soltanto per un tempo e sospeso per la famosa ‘bomba urticante’ nel tunnel mentre i giocatori di Gallardo stavano rientrando in campo. Vittoria a tavolino e via al turno successivo. Da lì in poi è stato un cammino più dolce con l’eliminazione del Cruzeiro ai quarti con uno strepitoso ritorno al Monumental (3-0 dopo lo 0-1 dell’andata), l’eliminazione del Guaranì in semifinale (1-1 e 2-0) e infine il trionfo con il Tigres. Spicca come il River dai quarti in poi abbia sempre concesso qualcosa nei match di andata, mentre in quelli di ritorno (tutti giocati in casa) si è mostrato spietato facendo del fattore ambientale un’arma infallibile.

Il 26 giugno 2011, giorno dello spareggio salvezza perso contro il Belgrano, è un ricordo fresco ma adesso un po’ più lontano e pazienza se quelli del Boca Juniors continuano a chiamarli ‘riBer’. Il presidente D’Onofrio in carica dal 2013 è riuscito a riportare subito i Millionarios sul tetto d’America facendo fronte alle difficoltà economiche in maniera esemplare puntando sui giovani, ricreando un’identità forte e investendo su un allenatore che sta dimostrando ben oltre quello che era lecito aspettarsi. Le cessioni dolorose ci sono state, pensiamo a Pezzella e Teófilo Gutiérrez, a Mora che se ne andrà in autunno, ma sia la società che il tecnico sono stati bravi pure nel trattenere giocatori come Vangioni e Kranevitter e ad investire su altri come l’oggetto misterioso Viudez, come Lucho González, come Alario che con il gol in finale si scrolla di dosso la fastidiosa domanda che gira soprattutto oltreoceano: “e chi è?” E’ un gran bel giocatore, pure giovane. Adesso c’è la Primera División e il River è favorito anche lì, soprattutto se consideriamo che ha affrontato gli ultimi due mesi impiegando praticamente una formazione per il campionato e una per la Libertadores ottenendo quello che è sotto gli occhi di tutto. Rosa ampia e vincente dunque e sicuramente lo sarà fino al mercato di gennaio quando sapremo se Gallardo sarà riuscito a sconfiggere pure il Barcellona.

Onore al Tigres ma questo River è troppo forte e forse è stato giusto così.

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