Ieri, in Libia, ricorreva un anniversario ormai proibito dalle nuove forze politiche e militari che dominano e si spartiscono il paese: era infatti il Primo Settembre del 1969 quando Muammar Gheddafi, insieme agli altri membri del cosiddetto “Consiglio del Comando della Rivoluzione” (CCR), dava inizio alla “Operazione Gerusalemme“, che nel giro di poche ore, tra la notte e l’alba, avrebbe traghettato il paese dall’ormai decadente monarchia senussita alla nuova Repubblica Araba di Libia.

Tra Tripoli e Tobruk si fanno la guerra, e non solo diplomaticamente, ma su una cosa convengono: il ricordo di Gheddafi dev’essere sepolto, censurato e rimosso in tutti i modi. Sono entrambi usurpatori e traditori di Gheddafi e della sua Jamahiriya, lo “Stato delle Masse” nato nel 1977 dopo il completamento del “Libro Verde” che teorizzava la nuova teoria politica e costituzionale in grado di conciliare socialismo, mercato, Islam e tribù in un’unica realtà politica e statuale. Campano su ciò che la Jamahiriya ha lasciato loro in eredità, combattendosene le spoglie, ma ricordarne l’esistenza, proprio per questo motivo, è per costoro decisamente troppo imbarazzante.

Il bello è che proprio ieri, a Tripoli, è avvenuto l’ennesimo attentato, segno di quanto instabile e precaria sia la situazione interna del paese. Ad essere colpiti sono stati soprattutto gli uffici del premier tripolitano Fayez al-Serraj e l’Ambasciata Italiana. Anche l’Hotel Waddan, a pochi metri dall’Ambasciata, ha riportato danni, in un contesto di vera e propria guerra urbana che ha visto piovere almeno sedici razzi sulle strutture prese di mira. Per ovvie questioni di sicurezza, l’aeroporto internazionale di Tripoli è stato così chiuso per 48 ore.

In una sola settimana a Tripoli vi sono stati almeno 39 morti, a cui si devono assommare 100 feriti. Non c’è dunque da stupirsi se, dinanzi ad una situazione tanto deteriorata, i libici apertamente rimpiangano Gheddafi. Ma non lo possono esternare tanto facilmente, perché ciò significherebbe risponderne con la propria incolumità o persino con la propria vita. I nuovi padroni della Libia sono quei “ribelli” che fin dal febbraio del 2011 s’erano fatti tristemente conoscere per la loro spietata violenza. Quel modo di fare non l’hanno certamente abbandonato, né dopo la morte di Gheddafi né tantomeno ora. Decisamente, non amano scherzare.

Nel frattempo, in Libia ci si prepara alle nuove elezioni presidenziali. Ma sarà difficile, attraverso questo voto, ricomporre il paese e traghettarlo, soprattutto, ad un’autentica riconciliazione non soltanto nazionale, ma a maggior ragione fra le varie tribù ed anime che storicamente ne compongono il complesso mosaico sociale. Anzi, molto probabilmente si tratterà soltanto dell’ennesima farsa con cui imbellettare il caos e la fatiscenza del nuovo ordine libico.

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