A dar retta alle ultime notizie provenienti da Tripoli e dintorni, sembrerebbe che le forze di al-Serraj stiano conoscendo una momentanea ripresa, avendo addirittura riconquistato l’aeroporto di Mitiga e costretto le truppe di Haftar al ritiro. Sopra l’aeroporto, l’unico ancora attivo a Tripoli, ci sarebbe stata pure un’incursione aerea. Citando al Jazeera, RaiNews sostiene che le milizie fedeli al Consiglio Presidenziale di Tripoli avrebbero assunto anche il controllo delle zone circostanti al-Aziziyah così come di al-Hira, nei pressi di Gharian. Anche un media locale, Lybia Observer, conferma tali notizie, spiegando che si tratta dell’esito sin qui fortunato dell’operazione “Vulcano di Rabbia” annunciata proprio ieri dal governo di Tripoli.

Tuttavia, molti sono i dubbi che emergono da tali ricostruzioni. Per esempio, in merito all’attacco aereo su Mitiga poche sono le informazioni disponibili, fornite da pochi e sconosciuti testimoni, operatori dell’aeroporto stesso, di cui i media internazionali si limitano a riportare il resoconto senza scendere troppo nei dettagli. Secondo al-Jazeera, la cui affidabilità nel descrivere i fatti libici è notoriamente non proprio di massimo livello, l’aereo che avrebbe compiuto l’attacco sarebbe partito dalla base di al-Watyah, nell’ovest del paese.

Nel frattempo, l’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Buccino, ha incontrato al-Serraj proprio nella sede del Consiglio Presidenziale, per un colloquio che “ha riguardato gli ultimi sviluppi della situazione politica e di sicurezza in Libia”. La notizia è stata diramata da un post pubblicato su Facebook dall’Ufficio Stampa dello stesso Consiglio Presidenziale.

Non è tuttavia solo l’Italia a muoversi, in questa situazione; anzi, nel complesso ed esteso dispiegamento di forze diplomatiche messe in atto dai vari attori mondiali e regionali, il ruolo italiano continua semmai ad apparire ancora piuttosto “laterale”, o quantomeno sotterraneo. Sottovoce, comunque, nel corso della giornata, è stato detto alle agenzie che l’Italia non ritirerà i suoi militari dispiegati a Misurata, anche se l’identità della fonte continua a rimanere non precisata.

Dagli Stati Uniti il Segretario di Stato Mike Pompeo ha chiesto senza mezzi termini al Generale Haftar di “fermare immediatamente” l’offensiva su Tripoli, aggiungendo che “non c’è una soluzione militare al conflitto in Libia”. Ha poi ribadito: “Abbiamo chiarito che ci opponiamo all’offensiva militare delle forze di Khalifa Haftar e chiediamo uno stop immediato a queste operazioni militari contro la capitale libica”. E ancora: “Tutte le parti coinvolte hanno la responsabilità di ridurre urgentemente la tensione, come hanno enfatizzato il consiglio di sicurezza e i ministri del G7 il 5 aprile. Questa campagna unilaterale contro Tripoli sta mettendo in pericolo i civili e minando le prospettive di un futuro migliore per tutti i libici”. Pertanto, gli Stati Uniti “continuano a fare pressione sui leader libici, insieme ai nostri partner tradizionali, per tornare ai negoziati politici mediati dal rappresentante speciale ONU Ghassan Salamé. Una soluzione politica è l’unica via per unificare il paese e fornire un piano per la sicurezza, la stabilità e la prosperità per tutti i libici”.

Proprio l’ONU, attraverso il suo emissario Salamé, continua a lavorare da Tripoli con la sua missione UNSMIL, anche con un incontro con al-Serraj su “quale assistenza fornire in questo momento critico e difficile”. In questo caso, la notizia è stata diramata dalla stessa UNSMIL attraverso la sua pagina di Twitter.

La Francia, accusata di mantenere al pari dell’Egitto e della Russia un rapporto privilegiato con Haftar pur sostenendo al contempo anche il governo di Tripoli, ha smentito di essere mai stata al corrente della volontà del governo di Tobruk di procedere con questa offensiva contro al-Serraj. A dichiararlo è stata una non meglio precisata fonte diplomatica francese, che anzi ha assicurato il sostegno di Parigi al governo di Tripoli. Tuttavia i media di Tripoli, cominciando proprio da Lybia Observer, non sembrano condividere tali rassicurazioni, accusando la Francia di sostenere al contrario Haftar. Addirittura, riportando quanto diffuso dal canale televisivo Ahrar, secondo Lybia Observer la Francia avrebbe “inviato esperti militari a Gharyan, con l’incarico di coordinare l’assalto a Tripoli”.

In un’intervista a La Stampa Ahmed Omar Maitig, vicepresidente del Consiglio Presidenziale ed esponente di spicco delle milizie di Misurata, ha accusato Haftar di aver tradito il popolo libico attaccando di sorpresa Tripoli, oltre che di voler instaurare una dittatura personale su tutto il paese. Ha quindi garantito che i suoi uomini sono pronti a difendere il governo di Tripoli, rappresentante dell’alternativa democratica al progetto di dittatura di Haftar, e che distruggeranno le forze militari di Tobruk.

Nel frattempo il bilancio degli scontri, soprattutto fra i civili, continua ad appesantirsi, col ministro della Sanità di Tripoli Ahmed Omar che ha dichiarato che dall’inizio dell’offensiva i morti sono stati 35 e i feriti 50. Inoltre, sempre negli ultimi quattro giorni, si sarebbero dati alla fuga quasi tremila civili. Secondo Maria Ribeiro, coordinatrice umanitaria dell’ONU in Libia, “L’escalation di violenza a Tripoli e nei dintorni ha causato lo sfollamento di oltre 2.800 persone in fuga dai combattimenti, ha bloccato i servizi di emergenza e danneggiato le linee elettriche. Le violenze stanno accrescendo ulteriormente la miseria dei rifugiati e dei migranti detenuti arbitrariamente in centri di detenzione”.

Tutto questo mentre il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli sembra perdere pezzi, a causa proprio della crescente difficoltà nel sostenere la pressione di Haftar. Oggi, per esempio, il vicepresidente Ali al-Qatrani ha abbandonato al-Serraj passando dalla parte di Haftar, dopo aver dato le dimissioni e dichiarato il proprio sostegno all’esercito di Tobruk nelle sue operazioni contro Tripoli. In questo caso a dare la notizia è un altro media libico, Asharq al-Awsat, che ha riportato anche le prime dichiarazioni di al-Qatrani, per esempio che “al-Serraj è controllato dalle milizie” e che ciò l’ha portato ad abusare del suo ruolo di Presidente del Consiglio Presidenziale del Governo di Accordo Nazionale, fino al punto di violare l’accordo politico sul futuro della Libia precedentemente stabilito con Haftar e con le altre parti libiche. Così stando le cose, la reazione di Haftar a tale violazione dei patti oltre che prevedibile appare anche legittima, anche perché secondo al-Qatrani l’azione delle truppe di Tobruk libererebbe Tripoli da “bande terroristiche e criminali”.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, l’Alto Rappresentante Federica Mogherini ha fatto sue le parole di Pompeo rinnovando l’invito alle varie parti libiche ad abbassare la tensione. La priorità in questo momento è “attuare gli strumenti umanitari” ma soprattutto “evitare ogni ulteriore escalation militare e tornare sulla strada del dialogo politico”. Dopo aver riferito di aver incontrato l’emissario ONU Salamé, ha dichiarato che si parlerà della crisi libica anche nell’imminente vertice dei 28 paesi dell’UE, sebbene ciò non fosse inizialmente previsto. “I Paesi dell’UE sono uniti nel sollecitare le parti in Libia ad una tregua umanitaria come raccomandato dall’ONU; a evitare qualsiasi ulteriore escalation militare e a tornare al tavolo del negoziato”, ha poi detto, aggiungendo quindi di rivolgere un appello “molto forte” ai vari leader libici “ed in particolare ad Haftar a fermare le attività militari in questo momento e tornare al tavolo negoziale sotto gli auspici dell’ONU”. Esattamente come i vertici statunitensi, anche quelli europei non vedono con favore la possibile fine del loro referente di fiducia in terra libica, ovvero al-Serraj.

Anche il Presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, da Twitter, ha espresso la sua preoccupazione, dichiarando che “L’Europa deve intervenire subito unita in Libia per evitare nuove crisi migratorie di cui l’Italia pagherebbe un prezzo altissimo. Se non si interviene ora, la situazione diventerà ingovernabile”. In generale, la politica italiana stessa in questo momento sembra più preoccupata dagli effetti che la crisi libica avrebbe nell’aumento dei flussi migratori più che su tutti gli altri risvolti geopolitici, forse molto più importanti e pesanti ma sui quali vi è anche minore consapevolezza. Matteo Salvini, per esempio, nel corso di una conferenza stampa ha dichiarato di star seguendo la situazione, giudicata come “preoccupante”, proprio riferendosi al prevedibile aumento di migranti verso il nostro paese, mentre dall’opposizione Nicola Zingaretti ha giudicato come “inconsistente” la posizione italiana in merito. Per tutti costoro, sostanzialmente, il problema libico si riduce unicamente al problema migratorio, senza voler quindi affrontare una più ampia e completa analisi sul vasto quadro di destabilizzazione in atto tanto nel Medio Oriente quanto nell’Africa Subsahariana, e che vede nella Libia proprio il suo punto di connessione.

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