Arpad Weisz

Ha suscitato molta curiosità la ristampa, curata dall’editore Minerva, del manuale “Il Giuoco del calcio” scritto nel lontano 1930 da Árpád Weisz, leggendario tecnico ebreo ungherese scomparso ad Auschwitz tre lustri più tardi, in coppia con il giornalista Aldo Molinari. Chi pensa che questo manuale sia un compendio di cose semplici, trite e ritrite, e cose che nel calcio “si dicono” si sbaglia di grosso. “ll Giuoco del calcio” è infatti un vero e proprio trattato sullo sport più popolare del mondo, scritto e ideato da una persona che di football ne capiva a pacchi e che aveva capito benissimo quale direzione precisa stesse per prendere questo sport dove ventidue giocatori prendono a calci un pallone su un rettangolo verde.

L’importanza del collettivo

Il giovane Árpád, che all’epoca aveva trentaquattro anni e che si era appena fregiato del titolo di campione d’Italia alla guida dell’Ambrosiana-Inter del giovane Peppino Meazza (il magiaro è tuttora il più giovane allenatore ad aver vinto uno scudetto), fin dalle prime battute del suo manuale fa capire ai suoi lettori di essere un tipo dalle idee semplici, chiare ed innovative. Prima regola: “l’individualismo nel giuoco del calcio del calcio non ha ragion d’essere”, il calcio è di conseguenza un gioco prettamente collettivo perché si gioca in undici e le azioni sono condotte, da una parte all’altra in modo cooperativistico, di conseguenza il passaggio va sempre preferito al dribbling (e qui Guardiola annuirebbe convintamente!). Un’affermazione del genere, che oggi appare scontata, all’epoca era un’autentica bomba perché la maggior parte delle squadre giocavano individualmente, con un’organizzazione di gioco molto semplice basata su molti duelli uomo contro uomo.

L’Ambrosiana-Inter campione d’Italia nel 1929/30

Ruolo per ruolo

Dopo qualche breve cenno generico sulle dimensioni del campo, delle porte e un’infarinatura sulle principali regole del gioco del calcio, il tecnico di Solt espone, nella parte più succulenta del manuale, le caratteristiche (tecniche, tattiche e addirittura psicologiche) ed i compiti principali che spettano a ciascun ruolo, nonché gli allenamenti specifici cui i giocatori si devono sottoporre a seconda della posizione che ricoprono in campo. La suddivisione dei reparti effettuata da Weisz ricalca quella del tradizionale schema a Piramide (2-3-5) che caratterizzava il calcio dell’epoca: un portiere, due terzini, tre mediani e cinque attaccanti.

  • Il portiere: cioè il ruolo più difficile ed ingrato del gioco del calcio perché ogni minima incertezza dell’estremo difensore può essere punita con il gol. Secondo Weisz il portiere deve essere “né troppo alto né troppo basso”, per poter difendere la porta basta infatti che egli tocchi la traversa con le punta delle dita! L’estremo difensore, che preferibilmente ha vestire maglioni neri o grigi poco appariscenti, deve essere particolarmente bravo a decifrare sia le traiettorie (a spiovente parabolico, in diagonale, tese) sia la dinamica delle azioni avversarie. Inoltre, oltre che tuffarsi tra i pali, egli deve anche saper uscire incontro all’avversario.
La gestione dello spazio della porta
  • I terzini: devono essere possibilmente alti e potenti ma non macchinosi. Se nel vecchio schema della Piramide essi si dovevano limitare a duellare le mezzali avversarie, con il cambio della regola del fuorigioco dopo il 1925 essi hanno più spazio da gestire. Così, il terzino, invece che agire esclusivamente per vie centrali, deve essere bravo ad uscire sulle ali avversarie per cercare di indurre l’avversario all’errore. Se un terzino esce così per vie esterne, l’altro deve porsi dietro di esso componendo una diagonale difensiva (Weisz non la chiama così ma il concetto è quello). In fase di possesso il terzino non deve limitarsi a sparare via il pallone a caso: “il come del rimando deve essere determinato dai bisogni del momento”, ai rilanci potenti e vigorosi, il magiaro preferisce i “tiri misurati” e costruttivi, specialmente dalla parte opposta in cui è scaturito l’attacco. Insomma, il terzino non è solo uno spazzino dell’area di rigore ma anche il primo regista della squadra. In seduta di allenamento il terzino deve curare soprattutto lo scatto ma può anche allenarsi “da attaccante” per imparare le mosse e i movimenti dei suoi avversari.
La fase difensiva
  • I mediani: nell’ottica di Weisz i due laterali ed il centromediano sono lo scheletro della squadra, essi devono essere giocatori polivalenti ed eclettici, capaci di interpretare correttamente sia la fase offensiva che quella difensiva. I due mediani laterali ad esempio non devono limitarsi a sorvegliare l’ala, come succedeva nello schieramento piramidale, essi in fase difensiva devono uscire incontro prima di tutto alle mezzali avversarie per poi scalare sulle fasce a seconda dei movimenti degli avversari. In fase offensiva il laterale deve essere sempre pronto a sostenere l’azione offensiva: partendo da una posizione intermedia tra l’ala e la mezzala avversaria, egli deve giudicare quando è opportuno inserirsi all’attacco. Il centromediano invece, piuttosto che essere un attaccante aggiunto come avveniva nel calcio primitivo dei pionieri, deve badare soprattutto a mantenere l’equilibrio tra l’attacco e la difesa stazionando, in fase difensiva, nella zona del centravanti avversario. I laterali preferibilmente devono essere di bassa statura, il centromediano invece deve essere più aitante perché, assieme ai terzini, è il principale colpitore di testa. Rispetto ai terzini, i mediani devono effettuare sedute di allenamento maggiormente incentrate sulla tecnica di base, soprattutto sul passaggio.
Triangolazione offensiva con partecipazione del mediano
  • Gli attaccanti: il classico quintetto in linea della Piramide viene scaglionato in modo diverso secondo i nuovi dettami del Metodo Le due mezzali devono giocare più arretrate, quasi a ridosso del centromediano, e sono il motore della squadra. Le ali sono gli unici giocatori che, nella concezione calcistica di Weisz, possono eccedere nel dribbling, ma esse non devono limitarsi a giocare sull’out e rifornire il centro di cross e traversoni. L’ala deve essere brava anche ad approfittare dei passaggi filtranti del centravanti tagliando in area in diagonale, oppure deve saper scambiarsi di posizione con le mezzali attraverso un movimento senza palla “ad incrocio” dopo aver passato il pallone nello spazio libero (concetti entrambi molto innovativi). Il centravanti infine, può essere di due tipologie differenti: il centravanti individualista ed accentratore, che basa il suo repertorio sullo stacco di testa ed i movimenti in progressione, ed il centravanti “di manovra” che oltre che segnare è bravo a che a costruire gioco, svariando su tutto il fronte offensivo ed innestando il movimento degli altri compagni. Ovviamente Weisz preferisce senz’altro quest’ultima tipologia.
L’incrocio tra ala e mezz’ala

Il Metodo misto

Dopo aver illustrato minuziosamente tutti i ruoli, Weisz si sofferma ora sulle principali tattiche di gioco. Qui il magiaro, non parla né di Metodo e Sistema (le due tattiche di gioco che dopo il 1925 avevano soppiantato il vecchio 2-3-5) né di “sistema latino, tedesco, inglese, ungherese, ecc.”. Quello di razza è infatti un concetto epidermico, infatti “non è la razza né il temperamento che determinano il metodo di giuoco”. Esistono così due tattiche di gioco, due metodi: il “metodo inglese”, basato su dribbling, corsa e lanci lunghi ed il “metodo scozzese” incentrato invece sul passaggio, il fraseggio stretto ed il possesso della palla. Weisz asserisce che entrambi i metodi hanno i suoi pro e i suoi contro e di preferire un “metodo misto” che sappia abbinare possesso palla ad improvvise verticalizzazioni.

La centralità dell’allenatore

Infine Weisz parla anche della direzione tecnica della squadra, introducendo le figure del “trainer” e del “direttore sportivo”. Il tecnico dell’Ambrosiana-Inter qui fa capire di non essere molto d’accordo con la suddivisione tra coach e manager tipica del modello inglese, dove il primo è una figura secondaria, cioè una sorta di preparatore atletico alle strette dipendenze del “secretary manager” che è il responsabile effettivo della squadra. Secondo l’ungherese il “trainer” deve essere una figura cardinale nella gestione di un gruppo di giocatori, esso non deve essere solamente un grande conoscitore di calcio ma anche una persona dotata di polso, fermezza ed intelligenza emotiva, capace di gestire gli umori e le esigenze dei suoi giocatori. Il trainer, che non deve essere stato per forza un grande giocatore (i tempi di Sacchi erano lontanissimi!) è opportuno che si circondi di un valido vice, che lo coordini nel lavoro sul campo e nella gestione delle squadre giovanili. Quella del direttore sportivo è invece una figura secondaria, egli deve infatti possedere più doti morali che tecniche e deve limitarsi a fare da trait d’union tra la società ed il gruppo di calciatori (di cui il capitano è una sorta di portavoce sia in campo che fuori) non interferendo in nessun modo con le decisioni dell’allenatore; anche le scelte nel cosiddetto calciomercato dell’epoca dovevano essere effettuate sempre seguendo le indicazioni tecniche del trainer.

Conclusioni

In conclusione non si può rimanere affascinati da questo manuale, dalla sua concezione olistica ed unitaria del gioco del calcio che traspare da ogni sua pagina. Analizzando le idee proposte da Weisz, la sua concezione tattica sia globale che dei ruoli specifici, si può trarre una conclusione molto importante. In un’poca di confini rigidi, di scuole calcistiche con connotati molto definiti, di contrapposizioni ideologiche tra il Metodo latino ed il Sistema dei paesi anglosassoni, Árpád Weisz, da buon mitteleuropeo, stava già sperimentando un sorta di sistema di gioco “ibrido” di stampo metodista ma con numerose chiave di lettura tipiche del WM inglese (mezzali arretrate, terzini che escono sulle ali, mediani sulle mezzali). La scomparsa prematura di questo grande personaggio ha privato tutto il calcio italiano di uno sviluppo di una concezione calcistica olistica che invece tende a essere tuttora abbastanza ottusa e a comparti stagni.

Il Giuoco del Calcio – di Arpad Weisz ed Aldo Molinari – Minerva, 2018. 222 pagine – 18 € (cartaceo)

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