“Un manifestante a Milano (una marea di gente) ha detto che non può sostenere il costo dei tamponi perché guadagna 900 euro al mese. Quello che bisogna capire è che il green pass è uno strumento classista e discriminatorio che usa lo stato di bisogno dei lavoratori, così come il proprietario di una grande miniera dell’800: sei tu che vuoi morire di fame, il lavoro c’è e sei libero di non accettarlo”. A scriverlo, in un post su Facebook, è Lidia Undiemi, autrice di pubblicazioni scientifiche e libri divulgativi inerenti il tema del lavoro, dell’economia e della politica internazionale.

Uno dei grandi successi della storia del lavoro in Italia e nel mondo, continua Undiemi, è stato quello di evolversi dal concetto di libertà ‘formale’ e non sostanziale del lavoratore e dunque della persona. I diritti inviolabili del lavoratore si reggono infatti su questa idea di eliminare il ‘ricatto del bisogno’. Ci siamo evoluti molto da questa idea di schiavo mascherato da uomo libero“.

La consulente tecnica in vertenze di lavoro in favore di dipendenti coinvolti in esternalizzazioni (outsouring), societarizzazioni ed altri eventi inerenti strategie aziendali, si rivolge a chi si sta facendo prendere la mano dall’autoritarismo e dalle soluzioni drastiche: “Ora, se a qualcuno può far piacere per una necessità di odio incontenibile che i lavoratori senza green pass vengano puniti, sappiate che al potere interessa sdoganare il ritorno allo sfruttamento del lavoro senza limiti mascherato da ‘libertà’, perché attraverso questo è possibile raggiungere l’ambito lavoro a basso costo su cui ormai da anni l’Europa sta costruendo il suo concetto di ‘Unione’ dei capitali“.

Per Lidia Undiemi, la strada è ormai tracciata: “Domani toccherà agli altri, in nome dell’interesse superiore verranno piazzati temi ‘scientifici’ a supporto della necessità di tagliare stipendi, pensioni e stato sociale, come già fatto in modo limitato in passato. Quando toccherà agli altri, il principio del potere arbitrario sarà già stato abbondantemente sdoganato, e non ci sarà probabilmente nessuno a supportare le ‘ragioni’ di chi oggi si è messo in tasca in codice a barre senza fiatare“. E’ lo stato d’emergenza permanente che il governo, con l’avallo di tutte le forze politiche che lo sostengono, sta puntellando giorno dopo giorno, a colpi di proroghe.

La sua conclusione è un misto di sconforto e rabbia: “Taglio delle pensioni e degli stipendi del 30%? Se ti ribelli lockdown, come un arresto domiciliare, e chissà cos’altro s’inventeranno. Mi dispiace che si dovrà arrivare alle estreme conseguenze affinché tutti capiscano“.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica