Deve assolutamente colpirci il grande cambiamento, soprattutto geopolitico, che ormai da tempo riguarda l’intera Europa. Fino a poche settimane fa, infatti, la contrapposizione era tutta fra i paesi del Nord e del Sud, tra quelli dell’Europa Continentale e quelli dell’Europa Mediterranea. Oggi, invece, siamo ritornati alla contrapposizione fra Est ed Ovest, quasi come trent’anni fa. Nel primo come nel secondo caso, comunque, la Germania resta protagonista assoluta: prima, infatti, Berlino si scontrava con Atene, capofila delle nazioni “euro-mediterranee”, mentre oggi il contrasto è tutto con l’Ungheria di Viktor Orban, ed il pomo della discordia è rappresentato dalla gestione del nuovo (ma a guardar bene neanche poi così tanto nuovo) fenomeno migratorio che riguarda il Continente.

C’è dunque un “polo tedesco” che si erge a cuore dell’Europa e contro cui, di volta in volta, si contrappongono dei protagonisti considerati, dentro l’Unione, come periferici: quando la Grecia, quando l’Ungheria, quando chissà chi altro ancora. Questo polo tedesco è da sempre considerato di massima affidabilità da parte statunitense: insieme al sotto-alleato francese, Berlino è il massimo garante della conservazione del legame che unisce l’Europa agli Stati Uniti. Questo almeno per quanto riguarda la parte continentale dell’Europa, giacché l’Inghilterra, come ben sappiamo, è tutta un’altra storia e costituisce, per Washington, un’altra sicura garanzia.

Nel fare un simile ragionamento, potrebbe esserci utile osservare una cartina dell’Europa: abbiamo il fenomeno migratorio originato dalle crisi in Libia e soprattutto in Siria, ma (guai a dimenticarlo) anche l’incendio in Ucraina. Anche su questo tema Berlino è in prima fila, strettamente allineata a Washington e a Londra, con Parigi che la segue pedissequamente. Guardacaso, anche su questo tema Mosca e Budapest condividono molti punti di vista.

Sono ormai lontani i tempi dell’altro asse franco-tedesco, quello fra Chirac e Schroeder, che guardava più a Mosca che a Washington, non fosse altro per il rifiuto o quantomeno la riluttanza a soggiacere completamente a quest’ultima, mentre nella prima s’intravedevano nuove e promettenti possibilità di collaborazione. Ma parliamo di più di dieci anni fa, di un mondo completamente diverso da com’è oggi: molte delle cosiddette potenze emergenti, infatti, non erano ancora emerse. Il PIL della Russia del 2005 era in crescita ma comunque ancora al di sotto di quello della vecchia RSFSR del 1990, mentre la Cina era già una grande potenza economica, ma ancora si dubitava della sua poi confermata capacità di poter diventare di lì a dieci anni la prima economia mondiale. L’India cresceva ma era ancora per conto suo e, soprattutto, politicamente in bilico tra gli Stati Uniti ed i suoi attuali alleati, mentre il Brasile ed il Sudafrica avevano appena iniziato la loro marcia. Il Mondo Arabo era ancora tranquillo, fatta eccezione per il già colpito ed occupato Iraq, mentre l’Afghanistan era una storica isola d’irrequietezza accuratamente circoscritta dalle potenze limitrofe.

Insomma, è cambiato tutto. Di fronte ad un mondo che sfugge loro completamente di mano (è bene aggiungere alla descrizione testè fatta anche l’America Latina gradualmente sempre più tintasi di rosso), gli Stati Uniti hanno almeno in parte preso consapevolezza del loro declino. Quello che però molti ambienti politici e militari americani pensano è che questo declino si possa in qualche modo scongiurare: la polemica, se possiamo definirla così, è tutta tra coloro che ritengono di poterlo curare del tutto e coloro che invece, forse anche più realisticamente, credono che si possa più che altro rallentarlo, protraendo così l’agonia del vecchio sistema unipolare e dell’egemonia statunitense secondo il principio del “goderne finché si può”.

Si alimenta così il caos in Medio Oriente, per impedirvi o quantomeno rallentarvi la penetrazione della Cina e dei BRICS, ed altrettanto ci si appresta a fare anche con l’Africa. Al contempo si dà fuoco alle polveri in Ucraina e anche in Asia si alimentano nuove tensioni, per esempio nel Mar Cinese Meridionale. Nei primi tre casi, Medio Oriente, Africa ed Ucraina, il vantaggio è anche rappresentato dal fatto che in tal modo si tiene sotto scacco l’Europa. Si capisce: gli Stati Uniti hanno perso l’America Latina, loro tradizionale “cortile di casa”, vedono paesi fondamentali per le loro strategie di dominio locale come l’Australia e la Corea del Sud gettarsi fra le braccia di Pechino con nuovi trattati di libero commercio, mentre quello che hanno proposto con l’Asia sembra destinato a fare la stessa fine di quello che dieci anni fa avevano senza successo tentato d’imporre ai paesi sudamericani. E questi sono solo alcuni dei tanti esempi che potremmo fare: è proprio una concezione del mondo, quella unipolare a guida statunitense, che si sta sgretolando di giorno in giorno.

Così si capisce quanto sia vitale, per Washington, mantenere almeno gli artigli sull’Europa: persa quella, possono smettere di definirsi una superpotenza. Ecco che allora, cercando di capitalizzare i risultati dei disastri e degli errori precedentemente compiuti, come le Primavere Arabe non andate proprio secondo le aspettative, si tenta di minare i paesi europei più indipendenti o comunque in odor d’essere filo-russi o addirittura filo-cinesi (l’Ungheria, come la Serbia, guarda con sempre più interesse alla strategia della nuova Cintura e della nuova Via della Seta che, attraverso la Russia e l’Asia Centrale, mira a collegare la Cina con l’Europa) con l’immigrazione. Sempre con lo stesso metodo, si ottiene il sicuro riallineamento dell’Europa Occidentale, che nel corso degli anni aveva cominciato a sbandare un po’: soprattutto l’Italia e la Germania, ma anche la Francia, avevano infatti cominciato a guardare un po’ troppo ad Est.

Durerà questa strategia? Funzionerà? Per il momento Washington un risultato l’ha comunque portato a casa: l’Europa è di nuovo spaccata. Prima lo era tra Nord e Sud, tra parte continentale e parte mediterranea, mentre oggi lo è soprattutto tra Est ed Ovest. Anche scoraggiare o sabotare il lungo e tortuoso processo che potrebbe un giorno condurre l’Europa a diventare politicamente unita è pur sempre un piccolo guadagno per gli Stati Uniti, che col trattato di libero commercio puntano ad avere nel Vecchio Continente un grande mercato sottomesso alla loro influenza, ma non certo una potenza concorrente. Peggio ancora, una potenza che magari va a braccetto con la concorrenza.

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