La situazione in Brasile è decisamente molto convulsa. Il neopresidente ad interim della Camera brasiliana ha improvvisamente ed inaspettatamente deciso di fare marcia indietro circa il procedimento d’impeachment della Presidente Dilma Rousseff. Waldir Maranhao ha inviato una lettera al presidente del Senato, Renan Calheiros, per notificargli la sua decisione di revocare la scelta maturata ieri di annullare il voto del 17 aprile scorso alla Camera, con cui era stato dato il via alla procedura d’impeachment. Precedentemente Maranhao aveva accolto un ricorso del governo per il quale, in base alle accuse presentate, si riteneva illegittimo il processo. I vertici del suo partito, il Partito Popolare (PP, di destra) erano arrivati a minacciarlo d’espulsione qualora avesse ostacolato la messa in stato d’accusa della Presidente, che com’è noto appartiene al PT, il Partito dei Lavoratori.

Di conseguenza, contrariamente a quanto si poteva immaginare anche soltanto ieri, adesso il procedimento d’impeachment proseguirà secondo i tempi e i rituali stabiliti, e domani avranno inizio le operazioni di voto, che richiederanno almeno 20 ore. Il risultato del voto, pertanto, slitterà come minimo a giovedì. Il presidente del Senato aveva fatto sapere che l’assemblea sarebbe andata avanti comunque, fissando per mercoledì il voto sulla messa in stato d’accusa della Presidente. Renan Calheiros aveva infatti deciso che la procedura di destituzione di Dilma Rousseff avrebbe seguito il suo corso nel plenum della “camera alta”. L’accusa rivolta a Dilma, com’è noto, è piuttosto grave: aver aggiustato, ovvero falsato, i conti pubblici per meglio presentarli agli elettori in occasione delle Presidenziali del 2014.

Al momento pare scontato che il voto di mercoledì e giovedì vada a danno della Presidente. Il plenum degli 81 senatori dovrebbe votare mercoledì il consenso al processo politico, che risulterebbe nell’allontanamento di Dilma Rousseff dal potere per un massimo di 180 giorni, in attesa che si completi la procedura e s’arrivi ad una sentenza definitiva. Di conseguenza la Presidente dovrebbe lasciare la carica fra giovedì e venerdì. Il suo vice, Michel Temer, sta già lavorando per formare un nuovo governo. Qualora Dilma Rousseff dovesse essere destituita, il suo vice dovrebbe portare a termine il mandato, la cui scadenza è prevista per il primo gennaio del 2019.

Gioiscono, della notizia, soprattutto in Nord America, in particolare quei Democratici che con Obama dopo il 2008 s’erano presentati al mondo come una speranza per il mondo e come una vetrina degli USA rinnovati dopo le lordure della precedente Amministrazione Bush. E invece, come sappiamo, fin dal primo giorno Obama ha subito cominciato a terremotare quell’America Latina che coi suoi nuovi governi socialisti e progressisti aveva cominciato ad uscire dall’ombra del Nord America, smettendo finalmente d’esserne il “cortile di casa”. Ha subito promosso il golpe in Honduras, che ha estromesso uno dei principali leader dell’ALBA, ha ispirato il golpe bianco in Paraguay, con la conseguente defenestrazione del Presidente Lugo, quindi ha dato via libera ai tentativi di golpe nel resto della regione, a cominciare da quello in Ecuador, fortunatamente fallito. Ha sostenuto la destra di Macri in Argentina e le guarimbas in Venezuela, precipitando anche quel paese nel vortice del caos. Anche in Brasile, in occasione dei Mondiali di Calcio, ha sovvenzionato e mandato avanti una tattica non molto dissimile da quella delle guarimbas venezuelane, per poi ripiegare su quella del golpe bianco odierno. Guardacaso anche in Venezuela CIA e Casa Bianca hanno fatto altrettanto, dato che i disordini di piazza e la guerriglia urbana non erano comunque serviti a scalfire Maduro: così è stato raccolto, con successo, il numero necessario di firme per il referendum col quale gli sarà revocata la carica. Le vecchie e le nuove destre latinoamericane, da sempre al guinzaglio di Washington, già gongolano pensando al premio che le attende: andare al governo ottenendo laute mance in cambio della spoliazione dei loro popoli.

Ben difficilmente si potrebbe pensare che il progressismo latinoamericano ed il Socialismo del XXI Secolo si stiano sgretolando da soli e non anche per merito di un’azione esogena come quella portata avanti dall’Amministrazione Obama (la stessa che ha provocato l’Operazione Primavere Arabe, precipitando il Medio Oriente nel caos, che ha foraggiato e sguinzagliato i neonazisti in Ucraina e che oggi si diverte a provocare la Cina sulla questione del Mar Cinese Meridionale).

Caduto il Brasile, si dovrà mettere la parola “fine” sull’esperienza dell’America Latina a questo punto solo momentaneamente emancipatasi dalla storica ed annosa influenza nordamericana e, del pari, anche su quella dei BRICS. Quest’ultimi, ormai, sono ridotti ai RIC (Russia, India e Cina), dato che anche il piccolo Sudafrica ha non pochi problemi politici e costituzionali interni fomentati, guardacaso, dagli stessi mandanti di quelli che oggi attanagliano il Brasile. Il mondo multipolare è ancora lungi dall’acquisire una veste ed un assetto stabili e definiti, visto che probabilmente ai RIC s’assoceranno nuovi arrivati come l’Indonesia e altre grandi e medie potenze. Una cosa è comunque certa: le tattiche e i sotterfugi dei vecchi dominatori d’oltre Oceano potranno soltanto allungare l’agonia della loro superpotenza, ma non scongiurarla. La ruota della storia gira inesorabilmente, ed il mondo ad ordinamento unipolare guidato da Washington ha ormai decisamente fatto il suo tempo.

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