È gioco diffuso immaginare quella che oggi sarebbe la formazione di un’ipotetica nuova Jugoslavia. La tiritera, spesso ripetitiva (Handanovič, Srna, Vidić,…), però mi affascina poco. Prevalentemente perché oggi non esiste più la scuola calcistica jugoslava, che sapeva creare simbiosi tra le principali caratteristiche tecniche e fisiche delle etnie degli “slavi del sud”.

Oggi, a distanza di venticinque anni e quindi di due generazioni, è venuto quasi totalmente a mancare quella continua mobilità interna (sia di persone che di idee) che caratterizzava la Jugoslavia e contemporaneamente le sei Repubbliche nate dalle consecutive secessioni hanno cercato di stabilizzare una propria scuola calcistica peculiare, anche per una forma di legittimazione nazionalistica.

Per uno strano gioco del destino, proprio il primo paese a conquistare l’indipendenza da Belgrado, la Slovenia, può essere considerata l’unica vera erede della Jugoslavia calcistica. La composizione etnica della squadra della piccola repubblica del nord dei Balcani è infatti tutt’altro che uniforme e ricalca quel crogiolo di etnie che era il sogno di Tito e degli jugoslavisti: fin dagli anni ’70 la Slovenia era difatti meta di migrazione interna, visto che era la repubblica più prospera da un punto di vista economico.

Prima di parlare però di Lubiana e dintorni, bisogna tener conto sia della popolazione (poco più di due milioni sono gli sloveni) sia del fatto che da quelle parti il calcio non è lo sport principale, superato da pallacanestro e sci e insidiato dagli sport classici dei Balcani, come pallamano e pallavolo. Nella nicchia calcistica, hanno ampio spazio quelli che potremmo chiamare gli “sloveni di seconda generazione”, che danno alla nazionale del Triglav quel surplus di talento e capacità tecniche che si inserisce nella metodica del lavoro quasi asburgica degli “sloveni purosangue”. I bosgnacchi Samir Handanović, Josip Iličić, Zlatko Dedić o i serbi Milenko Ačimovič, Milivoje Novaković e soprattutto Zlatko Zahovič rappresentano probabilmente i migliori talenti espressi dalla nazionale in questi venticinque anni, mentre la struttura della squadra si è sempre basata sui mitteleuropei Aleš Čeh, Boštjan Cesar, Sašo Udovič e Miran Pavlin.

Le altre due principali scuole sono quella croata (nella quale racchiudiamo anche quella bosniaca) e quella serba (con Macedonia e Montenegro al traino).

La scuola croata è contraddistinta da una manovra molto ariosa, che chiama in causa esterni abili in entrambe le fasi (Mario Stanić, Robert Jarni, Darijo Srna, Sime Vrsaljko) e una fase centrale di centrocampo basata prevalentemente su “piedi buoni” (Robert Prosinečki, Aljoša Asanović, Zvonimir Boban, Niko Kovač, Niko Kranjčar, Luka Modrić, Ivan Rakitić e Mateo Kovačić). L’attacco è spesso affidato da una punta di carattere “totemico”, come Davor Šuker, Dado Pršo o Mario Mandžukić, che svolgono un ruolo molto simile al pivot della pallamano: “lotta libera” con i difensori al limite dell’area e finalizzazione della manovra del centrocampo.

La fase difensiva è gestita da centrali molto simili ai vecchi liberi, non molto veloci, ma abili a leggere le giocate avversarie. Giocatori come Igor Tudor, Igor Štimac, Robert Kovač, Vedran Ćorluka sono accomunati da queste caratteristiche.

In modo simile gioca la Bosnia-Erzegovina, dove il leader difensivo è Emir Spahić, gli esterni sono Senad Lulić e Edin Višća, a centrocampo danzano Miralem Pjanić, Zvjezdan Misimović e Muhamed Bešić e il peso offensivo è sulle spalle del “puntero” Edin Džeko (o, in seconda battuta, Milan Đurić).

Diversamente giocano i serbi, che lasciano ampio spazio all’atletismo dei loro giocatori, con tre marcatori puri in difesa (Miroslav Đukić, Goran Đorović, Slobodan Komljenović o Branislav Ivanović, Nemanja Vidić, Neven Subotic) e un regista arretrato, in principio in centro alla difesa con Siniša Mihajlović e ora spostato a sinistra con Aleksandar Kolarov, entrambi abilissimi nel lancio lungo con il loro precisissimo e devastante sinistro.

Il centrocampo si basa sulle capacità tecniche e alla fisicità dei vari Vladimir Jugović, Dejan Stanković o Nemanja Matić. La fantasia è affidata al solo trequartista, sia esso il leggendario Dragan Stojković o più modestamente Dejan Petković o Lazar Marković. L’attacco è formato dalla classica coppia prima-seconda punta: Predrag Mijatović/Savo Milošević, Mateja Kežman/Darko Kovačević, Aleksandar Mitrović/Adem Ljajić.

Montenegrini, affini ai serbi anche da un punto di vista etnico e culturale, e macedoni, seppur mediati dalla presenza di popolazione di etnia albanese, giocano in modo similare, con le varianti garantite dai giocatori di maggior talento, molto incisivi in paesi di basso impatto demografico: Goran Pandev per la Macedonia, Stevan Jovetić e Mirko Vučinić per il Montenegro.

Ormai totalmente assimilato all’Albania è il calcio kosovaro, che ha fornito nel corso degli anni la nazionale delle aquile di numerosi giocatori, caratterizzati da grande foga agonistica, abilità in fase difensiva e grande mobilità in tutte le zone del campo Lorik Cana, Etrit Berisha e Amir Rrahmani, nati a Pristina, Ermir Lenjani, nato a Kamenicë o Kamenica per i serbi, Burim Kukeli, nato a Gjakova, Alban Meha, nato a Mitrovica, fino agli “svizzeri” Taulant Xhaka, Shkëlzen Gashi, Arlind Ajeti, Amir Abrashi, Migjen Basha e Berat Djimsiti o al “norvegese” Heroldin Shala.

Una nidiata di calciatori “post-jugoslavi” che ha permesso a Tirana di giungere nei piani alti del calcio europeo, grazie anche alle capacità del tecnico italiano Gianni De Biasi, che con il più classico del gioco all’italiana ha miscelato al meglio kosovari ed albanesi.

La proliferazione delle scuole calcistiche ha quindi devastato il calcio balcanico. Tra il 29 novembre del 1945 e il 27 aprile del 1992, cioè nell’epoca socialista, le della Jugoslavia portavano a casa i seguenti titoli internazionali: 1 Coppa dei Campioni (1991 Crvena Zvezda), 1 Coppa Intercontinentale (1990-91 Crvena Zvezda), 1 Torneo Olimpico (1960), 1 Coppa delle Fiere (1966-67 Dinamo Zagabria), 4 Coppe dei Balcani per club (1975 Radnički Niš, 1976 Dinamo Zagabria, 1978 Rijeka, 1980 Velež Mostar), 1 Mondiale under 20 (1987), 4 Challenge Cup under 23 (1968, 1969, 1969, 1970), 1 Campionato europeo under 21 (1978), 1 Torneo Junior FIFA (1951), 1 Torneo Junior UEFA (1979), 1 Universiade (1953), 2 Giochi del Mediterraneo (1971 e 1979) oltre a 7 Coppa Mitropa (Crvena Zvezda 1958 e 1986, Partizan 1978, Čelik Zenica 1971 e 1972 e Iskra Bugojno 1985).

Ventisei trofei, tra ufficiali e semiufficiali, in 45 anni e 5 mesi. Una vittoria ogni diciassette mesi, meno di un anno e mezzo. Negli anni successivi quel 1992, solamente nel 2013, ventuno anni dopo, la Serbia ha rotto il digiuno, portando a Belgrado il Campionato Europeo Under-19 e successivamente il Mondiale Under-20 del 2015.

Una storia gloriosa, ma terminata.

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Responsabile delle pagine sportive. Nato a Trieste, ha scritto "Con lo Spirito Chollima", "Patria, Popolo e Medaglie", "Vincere con Gengis Khan" e "Due a zero". Gestisce il blog "Chollima Football Fans"