Hector Cuper

Era scomparso dai radar del calcio che conta da quasi dieci stagioni, qualche mese fa puntualmente il suo nome è tornato a rimbombare nei salotti buoni dei calciofili italiano. Hector Cúper ha perso un’altra finale!”,  “Chi, quello del 5 maggio 2002!?” “Sì proprio lui, allena l’Egitto!”.

Qualcuno, specialmente se tifa Inter, si sarà toccato parti del corpo poco nobili non appena avrà sentito questo nome e questo cognome così sinistri. Come un pulsar Héctor Cuper da Chabás si è illuminato per qualche settimana: il suo Egitto è arrivato nella finalissima della Coppa d’Africa e poi, come troppo spesso è accaduto alle squadre del trainer sudamericano, si è improvvisamente spento cadendo per l’ennesima volta a pochi metri dallo striscione dell’arrivo.

I tanti perché dietro un eterno secondo

Per capire il fenomeno Héctor Cuper, la sfiga cosmica che aleggia attorno a questo personaggio, dobbiamo partire da un semplice assioma: “nel calcio, come nella vita, c’è chi nasce fortunato e chi nasce sfigato”. Chiaro che poi la vita spesso cerca di equilibrare le dosi di sfiga e fortuna come il bilancino di un farmacista, chiedere per esempio a Claudio Ranieri, un personaggio decisamente sfigato e cuperiano inside che in un’annata di grazia è riuscito a centrare un terno al lotto sulla ruota di Leicester che l’ha trasformato improvvisamente da “minestraro” a “vincente”.

Però è indubbio che “fortunati” e “sfigati” sono due categorie ben distinte, sul campo da calcio come nella vita: se uno nasce con la camicia in un villone in California appartiene senza ombra di dubbio alla prima, chi nasce sotto i bombardamenti a grappoli di Aleppo appartiene indubbiamente alla seconda: poi la vita si, sa, ti da con una mano e ti toglie con l’altra a seconda delle circostanze.

Ecco, Hector Cuper non solo appartiene indiscutibilmente alla categoria degli “sfigati” ma è un personaggio cui la vita ha sempre giocato tiri mancini non appena gli si stava prospettando l’occasione dell’agognato riscatto. E se questa cosa succede sette volte, già, sette, come i peccati e le finali di coppa perse dall’uomo di Chabás (più uno scudetto che grida ancora vendetta), vuol dire che il pirandelliano Rosario Chiarchiaro in confronto a Cuper era un uomo decisamente fausto!

Già, ma parlare in questi termini sembra un po’ ragionare per frasi fatti e luoghi comuni, quello che deve fare uno studioso è cercare di capire il perché di un determinato fenomeno. Un primo soccorso ci viene dalla saggezza popolare, i latini dicevano “in nomen omen”, ogni nome ha un suo significato ed un destino inscritto nelle sue lettere: il nome spagnolo Héctor rimanda ovviamente a Ettore, il primo eterno secondo della storia dell’umanità, colui che soccombette al cospetto dell’ira del Pelide Achille nonostante il suo indubbio valore di condottiero, il cognome Cuper, oltre che tradire una probabile origine albionica (Cooper, anche se i tratti somatici del nostro idolo sono indie al 100%), è invece in assonanza con il sinistro termine “cupo” o con un altro sfigato della politica nostrana, Gianni Cuperlo.

Ma appellarci alla saggezza popolare può essere limitativo per comprendere qualcosa di sicuro su questo strambo personaggio, appelliamoci quindi (scherzosamente ovviamente) all’antropologia: secondo Cesare Lombroso la personalità e di un individuo (o meglio di un criminale) traspare direttamente dai suoi connotati facciali.

Ecco, già osservando la conformazione del volto di Héctor Cúper, la sua carnagione olivastra ed opaca, i suoi occhi scuri, tristi e incassati, i capelli canuti e dall’attaccatura alta, l’espressione preoccupata di chi è sulla tazza da cesso con problemi di stitichezza, capiamo moltissime cose. Da questi fattori possiamo infatti dedurre che quello di Cúper è il classico volto dello sfigato, cosa confermata anche dal fatto che l’argentino ha una certa, vaga somiglianza con un personaggio come Luca Giurato, famoso guitto e gaffeur di Mamma Rai.

Hector Cuper è un Luca Giurato con il volto truce

Argentina (Huracán, Lanús): le prime amarezze

Abbiamo quindi stabilito dal punto di vista scientifico che Cúper è uno sfigato senza se e senza ma, ora però dobbiamo capire un po’ la sua storia, sul come mai la sfiga si è impossessata del corpo di questo personaggio senza lasciarlo mai più. Classe 1955, Hector Raul Cuper è stato un calciatore abbastanza modesto, uno sfigato della pedata insomma, che ha trascorso la maggior parte della sua carriera (dal 1976 al 1978) con il modesto Ferro Carril Oeste, club con il quale vinse due campionati argentini nel 1982 e nel 1984.

Otto sono state invece le sue presenze ottenute con la Selección di Luis Menotti (come le sette finali perse più il Cinque Maggio 2002!), tutte concentrate nell’anno 1984, anno che rimanda alle sinistre profezie di George Orwell. Le profezie di sciagura per Héctor iniziano invece dieci anni dopo, siamo nel 1994 e il nostro eroe allena l’Huracán, squadra con la quale ha concluso la sua dignitosa seppur non memorabile epopea di pallonaro.

In squadra c’è un certo Sebastián Rambert che di lì a poco passerà alla storia come il primo bidone dell’Inter di Moratti (altro triste presagio!). Cúper all’ultima giornata di Clausura è primo in classifica a +2 sull’Independiente, ma proprio prima del fatidico traguardo è il calendario, cinico e baro, a ergersi come ostacolo invalicabile: l’Huracán deve infatti affrontate nell’ultima partita di campionato proprio l’Independiente nella sua tana: allo scontro diretto gli uomini di Cúper collassano sul più bello e perdono con un sonante 4-0!

Per evitare il bersaglio della sfortuna l’hombre vertical (così viene chiamato Cúper per il suo carattere tutto d’un pezzo) decide così di andare ad allenare il Lanús, club dell’omonimo rione di Buenos Aires dove è nato nientepopodimeno che il Messia del calcio, Diego Armando Maradona. La protezione del Divino Scorfano giova a Cúper che nel 1996 porta a casa il suo primo trofeo, la Coppa Conmebol.

Spagna (Maiorca, Valencia): la maledizione delle finali

Il buon biennio (1995-97) alla guida dei granata frutta a Cúper la chiamata di una squadra dallo stesso colore di maglia, che però si trova in Spagna, il Maiorca. Nelle Baleari Héctor costruisce il suo secondo castello di carte poi andato in malora causa gli spifferi della malasorte.

Il Real Club Deportivo Mallorca è infatti un club con una storia anonima e con la bacheca dei trofei vuota come gli scaffali dei mercati nella defunta Unione Sovietica: Cúper giunge sulla panchina di un club che è appena stato promosso in Liga e subito, al primissimo tentativo, centra una finale di Copa del Rey, poi persa ai rigori contro il fortissimo Barcellona di Louis van Gaal al Mestalla di Valencia, uno stadio che ritornerà prestissimo nel destino infausto dell’hombre vertical.

L’argentino riesce trovare la sua prima rivincita nell’agosto 1998, quando coglie la sua rivincita sconfiggendo i catalani nella classica Supercoppa. La Dea bendata non deve aver preso troppo bene questo primo tentativo di riscatto dell’uomo di Chabás, si sa la Fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo ed è pure una gran lurida bastarda: come nelle vicende del mitico ragionier Fantozzi, lo sfigato prima o poi cerca di ribellarsi al suo triste destino, all’arroganza dei potenti nati con la camicia (“la Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!”), ma poi finisce sempre per soccombere brutalmente rotolando con una carrozzina giù per una scalinata!

A Cuper è successo proprio questo: nel maggio 1999 il suo Maiorca giunge nella finalissima dell’ultima edizione della Coppa delle Coppe, avversaria è la fortissima Lazio di Sven-Göran Eriksson. Da una parte Nesta, Mancini, Vieri (personaggio che ritornerà nel destino dell’hombre vertical) e Mihajlović, dall’alta i fedelissimi ronzini di Cuper Roa ed Ibagaza.

La Lazio passa subito in vantaggio con Bobone Vieri, ma all’11 la fionda di Davide-Cuperfield colpisce i biancocelesti con Dani: l’impresa sembra alla portata ma a nove minuti dal termine una conclusione ad occhi chiusi di Pavel Nedvĕd (i cecoslovacchi, come vedremo, saranno sempre indigesti all’argentino!) regala l’ultima e prestigiosa Coppa delle Coppe alla Lazio e al povero Héctor Raúl non resta che leccarsi le ferite.

Il Valencia di Cuper

L’argentino capisce comunque che il suo tempo alle Baleari è finito e così decide di andare poco più lontano, sulla terraferma, a Valencia dove un altro eterno secondo come Claudio Ranieri ha appena qualificato i valenciani alla prestigiosa Champions League.

L’avventura di Cuper con Lo Rat Penat (il pipistrello) inizia subito bene con una vittoria in Supercoppa (trofeo per il quale Cúper ha una sorta di abbonamento) e sembra proseguire benissimo. Il suo Valencia, che schiera giocatori mitologici come il portiere dai capelli biondo platino (tinti) e con i calzettoni a mo’ di autoreggente Santi Cañizares, il mediano basco dal passo lento Gaizka Mendieta, poi bidonissimo alla Lazio, il ficcante esterno argentino Kily González (poi fedelissimo di Cuper all’Inter), la guizzante punta Claudio López, l’incostante trequartista Aimar (altro rioplatense), da vita ad una campagna europea entusiasmante.

Specialmente in casa, tra le mura del Mestalla, il Valencia è irresistibile: ai quarti tritura la Lazio con un clamoroso 5-2 (ininfluente la sconfitta 1-0 all’Olimpico), in semifinale al Barcellona, che non ha ancora Messi, Neymar e Suárez ma è comunque una signora squadra con Rivaldo, Kluivert e Figo, tocca la stessa sorte: 4-1 clamoroso al Mestalla, ininfluente vittoria (2-1) al ritorno che frutta all’hombre vertical una finale decisamente insperata e una doppia rivincita da goduria.

A Parigi però Héctor non può nulla contro il gigantesco Real Madrid di don Vicente del Bosque che si impone 3-0 al termine di una delle finali più scontate della rassegna continentale. Che dire: provaci ancora Héctor!

L’anno successivo (2000/01) il Valencia cuperiano supera di slancio il gironcino iniziale e poi fa valere il fattore Mestalla contro le albioniche Arsenal (1-0, 2-1 a Londra) e Leeds (3-0). I bianchi valenciani giocano su ritmi forsennati, esagerati, fin troppo sospetti: la Spagna è pur sempre il paradiso del doping e pare che parecchi giocatori valenciani siano andati a “curarsi” da un certo dottor Eufemiano Fuentes, poi famoso nella nota vicenda dell’Operación Puerto, vera e propria vergogna dello sport iberico.

Il Valencia raggiunge comunque la sua seconda finale consecutiva contro l’ostico Bayern Monaco di Hitzfeld: al 2’ minuto Mendieta ha già portato avanti i suoi su calcio di rigore e quattro minuti più tardi Scholl si fa parare un rigore da Cañizares.

Di solito chi ben comincia è a metà dell’opera, macché! Al 50’ Effenberg trova il pari e il punteggio di 1-1 non cambia più fino al 120’. Ci vogliono i rigori per determinare il vincitore e… ancora una volta non sarà Cuper! La Fortuna, quella brutta bastarda, ancora una volta fa assaporare a Héctor solo per un breve attimo l’ebbrezza della gloria per poi castigarlo senza pietà.

Dal dischetto Paulo Sérgio, attaccante del Bayern, spara il pallone sul terzo anello di San Siro, dai che è fatta! Invece la Fortuna, anzi la sfiga, si materializza nelle vesti di Oliver Kahn che con parate degne di Superman ipnotizza nell’ordine Zahović, Carboni e Pellegrino: Hector Cuper diventa così, assieme a Marcello Lippi (uno che invece di culo se ne intende!) il primo allenatore della storia a perdere due finali di Champions League consecutive!

Cuper capisce che il suo ciclo in riva al Mediterraneo è finito e così decide di andare a cercare buena suerte in Italia: nel frattempo con il nuovo allenatore Rafa Benítez il Valencia vince il campionato e, l’anno successivo la Coppa UEFA!

Cuper (secondo da sinistra) con la maglia del Ferro Oeste

Italia (Inter): sul filo di lana, 5 maggio 2002

Cuper invece viene ingaggiato dal presidente più sfigato della storia del calcio italiano, Massimo Moratti, un tipo che spende e spande miliardi di Lire (che stanno per diventare, ahinoi, milioni di Euro) per poi trovarsi sempre con un pugno di mosche in mano, già chi si somiglia si piglia!

Da otto anni, cioè da quando Don Massimo è divenuto presidente l’Inter è un’eterna incompiuta nonostante abbia in rosa un certo Ronaldo, semplicemente il giocatore più forte del mondo. Solo il mite e bonario Gigi Simoni è riuscito, per una sola stagione, a reggere uno spogliatoio di prime donne, anche il fortunello Lippi è uscito con le ossa rotte dalla disavventura milanese mentre il suo successore Tardelli ha fatto addirittura disastri perdendo malamente (6-0) un derby contro un Milan tutt’altro che trascendentale.

Moratti, che dicono sia particolarmente scaramantico, ha ingaggiato Cuper anche per via delle sue origini argentine: argentino era anche il grande Helenio Herrera, ma forse Moratti non sa che il Mago era solo nato, per puro caso, a Buenos Aires!

L’impatto di Cuper con il calcio italiano è entusiasmante: a suon di pacche sul petto, botte a centrocampo e lanci dalla difesa, l’hombre vertical riesce a cementare la squadra e a gennaio la Beneamata è prima in classifica grazie all’inedita coppia di attaccanti Ventola-Kallon. Poi nel girone di ritorno tornano le stelle Vieri e Ronaldo e l’Inter sembra poter vincere il campionato in carrozza ma la squadra improvvisamente inizia a rallentare la marcia facendosi raggiungere dalle inseguitrici.

All’ultima giornata l’Inter è in testa con sessantanove punti tallonata da Juve e Roma che invece di punti ne hanno sessantotto e sessantasette. L’Inter di Cuper è attesa all’Olimpico da una Lazio che nulla ha da chiedere al proprio campionato con la Curva Sud, cuore pulsante della tifoseria biancoceleste, tutta addobbata di nerazzurro! Sembra davvero l’occasione buona per mettere il fiore all’occhiello del primo prestigioso trofeo nella bacheca di Cuper: all’11’ Bobone Vieri a sfrutta un’incerta uscita di Peruzzi per portare avanti la Beneamata (da chi non si sa!).

Ma ormai questo è un vero e proprio leitmotiv della saga cuperiana: il prode Héctor cerca sempre di alzare la testa ma ci pensa sempre la Dea Bendata, sotto forma di qualche suo prezioso alleato, a fargliela abbassare. L’inaspettato alleato si chiama Karel Poborský, centrocampista ceco della Lazio: un suo fendente al 19’ piega le mani di Toldo e inchioda il punteggio sull’1-1, al 24’ però Di Biagio ristabilisce il vantaggio per l’Inter.

La Fortuna capisce che per fare scacco matto a Cuper sta volta non basta più in un fidato alleato, c’è bisogno di un infiltrato che parli la sua stessa lingua (o quasi): esso risponde al nome di Vratislav Greško e nell’Inter gioca nello stesso ruolo che fu di Facchetti e Brehme. Questo sconosciuto slovacco, pescato da quel gran genio di Tardelli l’anno prima, allo scadere del primo tempo passa letteralmente il pallone di testa all’accorrente Poborský, è 2-2, un gol che ammazzerebbe anche un toro. Nel secondo tempo l’Inter scompare dal campo, il Cholo Simeone (un tipo che qualche anno dopo perderà come Cuper due finali di Champions!) segna il gol del 3-2 e poi Simone Inzaghi, il fratello scarso di Pippo, altro noto fortunello del calcio, sigla il 4-2 finale!

La Juve, che ha vinto comodamente ad Udine, è campione d’Italia mentre l’Inter nel giro di novanta maledettissimi minuti passa dal primo al terzo posto! Il fenomenale Ronaldo, che sulla panchina dell’Olimpico piange come un bambino, al ritorno dai mondiali nippo-coreani che l’ha visto grande protagonista e trionfatore con il suo Brasile, spara l’aut aut: “o me o Cuper!”. Moratti, finissimo intenditore di cose calcistiche, decide ovviamente di tenersi Cúper e di scaricare il Fenomeno che va al Real a collezionare trofei, come abbiamo detto chi si somiglia si piglia!

La seconda annata di Cuper nella città meneghina è una fotocopia della precedente: in campionato i nerazzurri non riescono a tenere i ritmi dell’odiatissima Juve lippiana e per l’argentino arriva un altro secondo posto, seppur con margine più ampio nei confronti degli odiati Gobbi.

In Champions League invece la buona sorte sembra finalmente guardare dalla parte dell’hombre vertical: al Mestalla di Valencia, nella sua ex tana, l’Inter cuperiana da vita ad un catenaccio d’altri tempi dopo il vantaggio iniziale di Vieri. La squadra di Benítez s’impone 2-1, ma all’andata l’Inter si era imposta 1-0 e per la regola dei gol in trasferta passa quindi in semifinale: in programma c’è un affascinante derby con il Milan.

All’andata, con il Milan ospitante, finisce con uno scialbo 0-0, al ritorno con l’Inter padrona di casa, finisce 1-1, con Oba Oba Martins che spara in bocca ad Abbiati il pallone della finalissima! Per il Milan ancelottiano, che vincerà la Champions contro la Juve, sarà l’inizio di un ciclo vincente, per Cuper l’inizio della sua definitiva parabola discendente. Béla Guttmann, uno che di maledizioni se ne intendeva, sosteneva che per un allenatore “la terza stagione è fatale”: legge che non sfugge ovviamente a Cuper che dopo sette partite anonime in Serie A (e una storica vittoria ad Highbury 3-0 contro l’Arsenal di Henry) viene esonerato.

Cuper sembra schivare la scalogna: da hombre vertical a hombre diagonal!

Cercando il rilancio (Maiorca, Parma, Betis, Georgia, Aris Salonicco)

Cuper decide a questo punto di giocare la carta nostalgia per scacciare quella nuvoletta piovosa che lo segue ovunque metta piede e fa ritorno al Maiorca subentrando alla decima giornata con i maiorchini che sono impelagati nei bassifondi della classifica.

Quanto è lontano San Siro, ma l’argentino è un tipo dalla proverbiale scorza dura e all’ultima giornata arriva l’agognata salvezza. L’inizio del riscatto? No! L’anno successivo, nonostante una squadra rinforzata in ogni reparto con nomi come il greco Basinas e l’italiano Doni, le cose vanno decisamente male e a febbraio da buon uomo verticale Cuper rassegna le dimissioni con la sua squadra ultima in classifica: a fine anno Manzano riuscirà però a portare la squadra delle Baleari a centro classifica!

Il naufragio maiorchino è una brutta botta per il tecnico argentino: la sua fama di iettatore è ormai notoria in tutto il globo calcistico e sono pochi i presidenti che si fanno avanti per cercarlo.

Nel luglio 2007 Cuper è a Siviglia sulla panchina del Betis ma dura appena quattordici giornate, nel marzo 2008 Héctor Raúl decide di ritornare in Italia alla corte del pericolante Parma, del resto Carpi, la città del leggendario Dorando Pietri, il primo “sfigato” della storia dello sport, dista ad appena quaranta chilometri! Nel capoluogo ducale l’hombre vertical non riesce però a risollevare i crociati e ad una giornata dalla fine, quando al Tardini era in programma lo scontro verità contro la sua Inter, il paffuto presidente Ghirardi (che da lì a qualche anno si scoprirà essere un autentico sfigato!) decide di esonerarlo senza troppi complimenti.

Il Parma finirà comunque in B sotto i colpi di Re Zlatan Ibrahimović e Cuper, per scrollarsi di dosso una scimmia che sembra King Kong, va ad allenare la Nazionale georgiana.

Nel Caucaso l’argentino rimpiazza Klaus Toppmöller, il suo gemello tedesco che proprio in quel famoso maggio 2002 alla guida del Bayer Leverkusen riuscì a perdere la finale di Champions League, la finale di Coppa di Germania e lo scudetto per un punto! Come regalino di benvenuto, dopo pochi giorni il suo insediamento, in Ossezia del Sud scoppia nuovamente la guerra! Cuper e la sua Georgia incrociano sul suo cammino un rivale storico dell’argentino, Marcello Lippi, nel frattempo divenuto CT dell’Italia.

Dopo sette sconfitte e tre pareggi e neanche il sapore di una vittoria, Cuper si dimette un’altra volta ma non si da ancora per vinto.

Nel novembre 2009 l’hombre vertical va in Grecia, alla guida dell’Aris Salonicco con il quale disputa un’ottima stagione centrando un buonissimo quinto posto, in un campionato superscontato e notoriamente dominato dalle squadre ateniesi (Panathinaikos, Olimpiakos e AEK). Piccolo particolare? Cuper ha perso la sua sesta finale della sua scalognata carriera, soccombendo contro il Panathinaikos 1-0 (gol di Leto, meteora al Catania).

L’anno dopo l’argentino, come spesso gli accade, decide di dimettersi non prima però di aver eliminato l’Atletico Madrid ed aver portato l’Aris ai sedicesimi di Europa League.

Nel giugno 2011 l’hombre vertical riprova a partire dalla Spagna, ma a Santander si toglie solo la soddisfazione di inchiodare a reti fisse il Real di Mourinho ma vince una sola volta in tredici partite venendo così cacciato con ignominia.

Durante il suo soggiorno in Cantabria Cuper, oltre che dalla scalogna, viene braccato pure dagli inquirenti  della Dda. Secondo i magistrati Cuper, smentendo la sua fama di uomo tutto di un pezzo, si sarebbe offerto come suggeritore di partite truccate per il clan camorristico D’Alessandro: pare che su quattro partite suggerite dall’argentino (due del campionato argentino, due di quello spagnolo) una fosse sbagliata e che per questo motivo qualche sgherro si è presentato direttamente nella sua abitazione di Santander a riscuotergli l’ingente cifra pattuita (200 mila euro) nascosta tra calzini e mutande! Qualunque sia stato il suo ruolo in questa vicenda, Cuper ha mantenuto intatta ancora la patente di sfigato ma ha perduto definitivamente quella di uomo tutto d’un pezzo, peccato!

Ultimi scampoli di sfiga (Orduspor, Al-Wasl, Egitto)

Dopo Santander Cuper, per sfuggire a sospetti ed insinuazioni, disputa un biennio in chiaroscuro in Turchia con l’Orduspor (anche qui esonero al secondo anno) e poi un’annata disastrosa in Arabia Saudita alla guida dell’Al-Wasl: dieci sconfitte, quattro vittorie e due pareggi il suo magrissimo bottino.

Dopo Sudamerica, Europa ed Asia, a sessant’anni suonati l’ormai ex hombre vertical, divenuto sempre più gobbo sotto le mazzate della malasorte, decide di cercare finalmente riscatto in Africa divenendo nel marzo 2015 Commissario Tecnico dell’Egitto.

Alla guida di Salah e soci Cuper riesce a centrare la qualificazione per la fase finale della Coppa d’Africa, un’occasione buona per vedere finalmente le agognate stelle (e non perché la malasorte ti martella i cosiddetti!).

Il suo Egitto, con la solita eterna formula catenaccio + contropiede + botte a centrocampo, disputa una grande Coppa d’Africa. In semifinale i faraoni sconfiggono ai rigori il Burkina Faso grazie ai miracoli dal dischetto del quarantaquattrenne El Hadary. No, sarebbe una favola troppo bella: un portiere da età pensionabile ed un allenatore eterno secondo che sollevano finalmente un trofeo prestigioso.

Il Fato ha appena partorito il miracolo Leicester, trasformando il “cenerentolo” Claudio Ranieri in una sorta di Re Mida del calcio dopo decenni di pane, merda e secondi posti e l’ex operaio Jamie Vardy in un Ronaldo in salsa britannica. No, dopo eventi del genere che capitano ogni cento anni, non c’è più posto per un riscatto di Cuper: nella sfida fratricida tra sfigati la sorte ha scelto il minestraro che fa “dilliding dillidong” e non l’hombre vertical argentino dai tratti cupi e lombrosiani.

Così, in finale contro il quotato Camerun si assiste al solito film: vantaggio della squadra di Cuper, pareggio e gol decisivo siglato dalla squadra avversaria! Sette finali perse e uno scudetto perso sul filo di lana: la nuvoletta di Fantozzi non ha smesso di tempestare acqua sopra la testa canuta (e da qualche anno occhialuta) di Héctor Raúl Cuper.

Noi, dopo aver appurato che l’argentino è nato sfigato e (probabilmente) morirà tale, ci permettiamo di fare una piccola postilla finale: non è tutta sfiga quella che luccica! Cuper avrà perso sette finali e uno scudetto che grida ancora vendetta, ma l’ha fatto sempre guidando outsider assolute e non corazzate milionarie, Cuper ha perso ma almeno da buon uomo verticale l’ha sempre fatto a testa alta senza tirare in ballo alibi o megacomplotti giudaici/massonici, Cuper sarà un perdente ma spesso nella storia sono stati i perdenti ad insegnare di più dei vincenti, Cuper sarà uno sfigato ma non c’è categoria al mondo più affascinante di quelle persone che sono sempre state costrette a scendere a patti con l’ineffabile destino. Se in Egitto è di moda chiedere “Verità e giustizia per Giulio Regeni” noi allora chiediamo semplicemente “verità e giustizia per Héctor Cuper!”.

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