La crisi ha reso ancora più marcate le diseguaglianze economiche e sociali tra Nord e Sud. E’ quanto emerge da uno studio della Cgia di Mestre, associazione artigiani e piccole imprese, che ha confrontato i risultati registrati da quattro indicatori: il Pil pro capite, i tassi di occupazione e di disoccupazione e il rischio di povertà o esclusione sociale.

In termini di Pil pro-capite, il Nord “stacca” il Sud di quasi 14.905 euro: 32.889 euro nelle tasche dei settentrionali a fronte di 17.984 in quelle dei meridionali.

Prima della crisi (lo spartiacque è il 2007) il differenziale era di 14.255 euro. Le Regioni più svantaggiate sono la Campania (-5,6%) Molise (-11,2%) e la Sicilia (-4,4%); situazione migliore in Puglia (+0,9%) e in Basilicata (+0,6%).

Solco profondo anche sul fronte del mercato del lavoro: 12 punti percentuali, contro i 7,5 del 2007. Negli anni di crisi la disoccupazione è aumentata di fatto in tutt’Italia, toccando picchi molto preoccupanti in Calabria (+12%), in Campania e in Sicilia (entrambe con un +9,2%).

Prendendo in esame il tasso di occupazione, salta subito all’occhio quel 22,5% in più al Nord rispetto al Sud, contro il 20% di nove anni prima. Fra la prima della classe (provincia autonoma di Bolzano) e l’ultima (Calabria) ci sono 33 punti di distanza: 72,7%, contro il 39,6% di occupati.

L’indicatore più allarmante è quello del rischio povertà. Nel 2007 la percentuale di popolazione a rischio povertà nel Sud era al 42,7%, nel 2015 (ultimo anno in cui il dato è disponibile a livello regionale) è salita al 46,4. A conti fatti, quasi un meridionale su due si trova in gravi difficoltà economiche. Al Nord, invece, la soglia di povertà è passata dal 16 al 17,4%. Il gap, pertanto, tra le due ripartizioni geografiche è aumentato in questi 8 anni di 2,2 punti percentuali.

 

 

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica