Il cippo che commemora Francesco Rismondo sul Monte San Michele (GO)

«Dalmati! L’Imperatore Napoleone, Re d’Italia, Vostro Re, vi rende alla Vostra Patria. Egli ha fissato i Vostri destini; il Trattato di Presburg garantisce la riunione della Dalmazia al regno d’Italia… Bravi Dalmati! Riempite i vostri destini, ripigliate il vostro Rango, quello degli Avi vostri fra le nazioni, mostratevi fedeli alla Patria comune, anelanti pel Servizio del Vostro Sovrano, sommessi alle Leggi sotto le quali Egli ha riuniti li Popoli d’Italia, come membri d’una sola Famiglia»

Era il febbraio 1806 allorché il generale Mathieu Dumas presentava in questi termini il riassetto che Napoleone Bonaparte aveva delineato per la costa adriatica orientale in seguito al suo trionfo ad Austerlitz. Si trattava, però, del medesimo generale corso che nel 1797 a Campoformido aveva deliberatamente fatto omaggio all’Impero d’Austria della Repubblica di Venezia, comprese le sue pertinenze sulla terraferma, in Istria e in Dalmazia: fu proprio nella cosiddetta Dalmazia montenegrina che il Conte Giuseppe Viscovich il 23 agosto di quell’anno seppellì il gonfalone della Serenissima sotto l’altar maggiore della chiesa parrocchiale di Perasto. Di quella mesta cerimonia restò agli annali il motto “Ti con nu, nu con ti”, che simboleggiava il secolare legame degli “schiavoni” (appellativo veneziano che designava i dalmati a prescindere dalla loro nazionalità) con la Repubblica di San Marco.

In un’epoca in cui in effetti parlare di “italianità” era assai difficile al di fuori di certe cerchie illuminate e la “nazione” era un concetto che dalla Francia rivoluzionaria cominciava appena a diffondersi al resto d’Europa, il legame di Zara, Spalato, Sebenico, Traù e delle altre località del litorale dalmata con la penisola italica era basato essenzialmente sulla secolare dipendenza da Venezia. Tuttavia nel 1809, quasi dimentico del precedente proclama, l’Empereur inglobò con il Trattato di Schönbrunn la Dalmazia nelle Province Illiriche, una sorta di stato cuscinetto fra mondo latino e slavo la cui memoria nel corso dell’Ottocento avrebbe costituito un’esperienza maggiormente significativa per il consolidamento della consapevolezza nazionale slava che per quella italiana.

Rientrata la Dalmazia con il Congresso di Vienna nell’orbita asburgica, Niccolò Tommaseo, autore dei primi dizionari della lingua italiana, parlava di “nazione dalmata” per definire quella commistione italo-slava che nell’Adriatico orientale aveva trovato nell’italiano la sua lingua franca, pur mantenendo le varie specificità culturali e senza dare adito a contrapposizioni etniche. L’intellettuale di Sebenico sarebbe poi stato ministro del governo repubblicano di Venezia nel 1848 e la Legione dalmato-istriana avrebbe contribuito alla difesa della città lagunare: tra costoro pochi erano consci di cimentarsi nella Prima Guerra d’Indipendenza, più numerosi risultavano coloro i quali ricordavano il motto “Ti con nu, nu con Ti”.

Maggiormente consapevole doveva essere il volontario garibaldino Federico Seismit-Doda, raguseo di nascita, combattente assieme ad un pugno di dalmati per la difesa della Repubblica Romana, nonché futuro ministro delle Finanze di Benedetto Cairoli e di Francesco Crispi. Egli sarebbe stato costretto a rassegnare le dimissioni nel 1890 per aver tenuto a Udine, suo collegio elettorale, un comizio dai toni spiccatamente irredentisti in piena epoca di adesione del Regno d’Italia alla Triplice Alleanza con Austria-Ungheria e Germania.

Detto che una ventina di dalmati aveva preso parte alla spedizione dei Mille, in effetti l’italianità in Dalmazia era rimasto un concetto alquanto nebuloso fino al 1866, anno in cui una serie di eventi avrebbe fomentato gli opposti nazionalismi, disintegrando il tessuto sociale della nazione dalmata.

La vittoria sabauda, grazie all’apporto prussiano, nella Terza Guerra d’Indipendenza aveva comportato l’annessione del Veneto e del Friuli, sicché gli italiani rimasti sudditi degli Asburgo divennero ancor più minoranza, ma rappresentavano una componente da tenere d’occhio per la sua crescente consapevolezza nazionale, per la passione che animava gli strati popolari italofoni per la figura di Giuseppe Garibaldi e per i collegamenti che i patrioti liberali cercavano di intessere con il governo italiano. Eppur nel conflitto da poco concluso le ipotesi di sbarco in Dalmazia formulate da generali dello Stato Maggiore italiano non avevano alcun intento annessionista, bensì si proponevano di creare un diversivo ovvero di aizzare slavi e ungheresi alla rivolta contro Vienna. In Dalmazia il partito autonomista, nel quale si riconosceva la classe dirigente italiana e che dominava nelle amministrazioni comunali, venne pesantemente danneggiato dalle riforme elettorali avviatesi nell’Impero austro-ungarico, atte a favorire, così come in Istria, quell’elemento croato (e sloveno nel contesto triestino) che aveva dato ampia prova di lealismo. L’allargamento del censo e la ridefinizione dei collegi elettorali portò in breve i rappresentanti croati a conquistare la quasi totalità dei consessi elettivi dalmati, anche se l’italiano manteneva il suo status di lingua franca, tanto che il giornale “Nazionale”, portavoce del nazionalismo croato, veniva inizialmente stampato quasi completamente in italiano. Si andava così delineando uno di quei cleavage che il politologo Stein Rokkan avrebbe più tardi definito: la contrapposizione città/campagna, corroborata dalla connotazione spiccatamente italiana dei centri urbani rapportata a quella essenzialmente slava (croata e minoritariamente serba) nel contado.

Il partito autonomista cercò di limitare i danni ribadendo la propria lealtà alle imperial-regie istituzioni, ma oramai Vienna aveva identificato negli epigoni del Bano Jellacic (protagonista della repressione dei moti di Budapest nel 1848-’49) i suoi interlocutori privilegiati. Ben presto nelle scuole e nelle pubbliche amministrazioni la lingua italiana avrebbe goduto di sempre meno spazi, avviando una croatizzazione che avrebbe portato ad una prima emorragia di italiani dalla Dalmazia al Regno d’Italia. Tra quanti rimasero avrebbero preso sempre più piede le idee irredentiste e a inizio Novecento, grazie alle scuole private in lingua italiana della Lega Nazionale ed al reticolo di contatti orchestrato dalla Società Dante Alighieri, la comunità italiana, benché estremamente minoritaria, era assai motivata a mantenere la propria specificità e a rivendicare, soprattutto tra i giovani, l’annessione a quella che percepiva come la propria Patria. Le residue rappresentanze del partito autonomista riuscirono a ottenere almeno che il Regno di Dalmazia non passasse dall’amministrazione austriaca a quella ungherese, come invece auspicavano i rappresentanti croati, in quanto il regno di Croazia al quale anelavano di unirsi faceva parte della Transleitania in seguito all’Ausgleich del 1867. Rimasta compattamente nella sfera della Cisleitania, la comunità italiana delle terre irredente (Trentino, Venezia Giulia e Dalmazia, con Fiume nell’orbita magiara ma in guisa di corpus separatum con ampie autonomie) avrebbe assistito ai vari tentativi di riforma della vetusta compagine imperiale. Tali proposte oscillavano tra una riorganizzazione federalista e, specialmente dopo l’annessione della Bosnia-Erzegovina nel 1908, il trialismo, in base al quale la componente slava (cechi, slovacchi, sloveni e croati) avrebbe guadagnato le medesime prerogative di quelle austriaca e ungherese.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale numerosi furono i giovani dalmati che esfiltrarono in Italia per non servire nell’esercito di “Cecco Beppe” ed alcune decine avrebbero successivamente disertato: il Regio esercito si stava dissanguando sull’Isonzo e sulle Alpi per conseguire, in virtù del Patto di Londra, pure l’annessione della Dalmazia. Tra questi combattenti irredentisti si sarebbero distinte otto medaglie di bronzo al valor militare, nove d’argento ed una d’oro, quella alla memoria di Francesco Rismondo. Nato a Spalato nel 1885 ed avviatosi alla carriera impiegatizia nella Società di Navigazione Dalmazia di proprietà del padre, questi aveva consolidato il legame dei dalmati con il Corpo dei Bersaglieri, essendosi arruolato volontario nell’8° Battaglione ciclisti dell’VIII Reggimento dei fanti piumati, dopo che la generazione a lui precedente aveva dato vita a Zara alla “Società del tiro a segno” che aveva per divisa quella del Bersagliere appunto e serviva, sotto la copertura di un’attività ludico-ricreativa, ad addestrare all’uso delle armi da fuoco in attesa di eventi bellici o di insurrezioni irredentiste. Dopo aver rifiutato incarichi di interprete nelle retrovie, Rismondo si distinse il 21 luglio 1915 nei combattimenti sul Monte San Michele (destinato a restare negli annali a causa dell’attacco con gas tossici che gli austro-ungarici attuarono il 29 giugno 1916): quest’altura di 275 metri rappresentava uno dei bastioni del dispositivo difensivo che proteggeva Gorizia e per la sua conquista di dissanguarono intere brigate di fanteria. Durante un furioso combattimento nella vicina località di Opacchiasella si persero pochi giorni dopo le tracce del trentenne spalatino, dando adito a una serie di voci sulla sua fine: caduto in battaglia e mai identificato, fatto prigioniero e quindi impiccato come traditore dopo essere stato riconosciuto a causa di una dedica nella sua tabacchiera oppure ucciso durante un tentativo di fuga dal campo di prigionia di Abbazia. Anche se non è stato mai rinvenuto un documento che ne accertasse l’esecuzione e la propaganda austro-ungarica non avesse fatto nulla per divulgare la notizia (come invece sarebbe avvenuto nei casi di Cesare Battisti, Fabio Filzi e Nazario Sauro), la motivazione della Medaglia d’oro al valor militare recita:

«Volontario di guerra, irredento, animato dal più alto patriottismo, nelle prime aspre lotte, sul Monte San Michele, combatteva accanitamente dando prova di mirabile slancio e di indomito ardimento, finché cadeva gravemente ferito. Catturato, riconosciuto dal nemico, affrontava serenamente il patibolo, confermando col martirio il suo sublime amor di patria.» — Monte San Michele, 21 luglio 1915 – Gorizia, 10 agosto 1915.

Nella vicenda bellica della morte del volontario irredentista si consuma anche la tragedia del carattere multietnico della Dalmazia, poiché la sorella del glorioso caduto aveva fatto parte del Sokol, la più importante delle organizzazioni giovanili slave patriottiche. Non si trattava certo dell’unico caso in cui a inizio Novecento da Gorizia a Spalato, passando per Trieste e Fiume, fratelli o cugini, frequentando diversi ambiti scolastici, sportivi o associativi, giungessero a maturare una coscienza nazionale diversa, la quale avrebbe poi dilaniato le famiglie al momento dello scoppio delle ostilità.

Maggiormente lirica e significativa si rivela pertanto l’orazione che Gabriele d’Annunzio tenne a Fiume il 21 luglio 1920 rivolgendosi proprio al reparto di bersaglieri di cui aveva fatto parte Rismondo e che aveva seguito il Vate nella sua marcia da Ronchi alla città contesa tra Italia e Regno dei Serbi, Sloveni e Croati. Durante la Reggenza Italiana del Carnaro Francesco Rismondo era diventato uno dei simboli della vittoria mutilata e della Dalmazia destinata a non venire annessa al Regno d’Italia; un battaglione di volontari dell’esercito fiumano era stato proprio intitolato al caduto spalatino e si articolava in quattro compagnie dalle denominazioni altrettanto suggestive: Cesare Battisti, Fabio Filzi, Guglielmo Oberdan e Nazario Sauro. Dopo aver descritto in toni evocativi ed epici i cimenti delle battaglie del Carso, il poeta abruzzese iniziò a lumeggiare il sacrificio dei fanti piumati nei reiterati assalti al San Michele, per poi esaltare la figura di Rismondo:

V’era una baionetta due volte italiana: la baionetta di Dalmazia. V’era un grido due volte italiano: il grido di Dalmazia.

V’era Francesco Rismondo. V’era la forza di Spalato, v’era la passione di Spalato.

Come fu egli colpito? Dove fu egli ferito? Dove cadde? Chi lo raccolse? Chi lo trascinò?

Gli antichi nostri immaginavano che i giovani eroi cari agli Iddii scomparissero, nel folto della battaglia, rapiti in una nuvola di fiamma o ingoiati da una subitanea voragine.

Non altrimenti l’eroe romano di Spalato si dileguò. La sua morte –secondo la parola santa – si profondò o si sublimò in vittoria.

Certo lo riconobbe il nemico al nobile stampo. Lo arse vivo, come crede qualcuno? Gli inflisse il supplizio di Cesare Battisti e di Nazario Sauro, come altri pensa?

Che importa?

Il suo sangue è splendore perenne.

Egli fu assunto.

Egli è, nei secoli dei secoli, l’Assunto di Dalmazia.”

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