Molte sono le cose che potrebbero e dovrebbero esser dette su Giovanni Lo Porto, il giovane cooperante ucciso in Afghanistan dall’attacco di un drone statunitense mentre si trovava prigioniero di al Qaeda. Sul suo conto, ovviamente, può soltanto essere detto del bene: indubbiamente un bravo giovane, che aveva messo la propria vita a disposizione degli altri, recandosi in quelle terre martoriate per offrire il proprio aiuto. Su quello dei suoi rapitori ed aguzzini, l’opinione del nostro giornale è facilmente intuibile. Infine, su quello di coloro che l’hanno ucciso, premendo a distanza un bottone, di tutto può trattarsi tranne che di un’opinione indulgente o favorevole.

A quanto pare la Casa Bianca è venuta a conoscenza della morte di Lo Porto non dopo tre mesi, come ci vorrebbe far credere, ma già dopo solo due settimane. Questo non cambia di una virgola il giudizio profondamente negativo che da sempre nutriamo sugli attacchi condotti per mezzo dei droni, condotti secondo la logica del “prima s’ammazza, e poi si vede chi è morto: e se non sono i nemici di al Qaeda, ma solo dei poveri civili, pazienza e chi se ne frega!”.

Però il fatto che la Casa Bianca fosse da tempo a conoscenza dell’identità della vittima, e che non l’abbia comunicato subito alle nostre autorità, pone un secondo ed altrettanto grave problema: quello dei rapporti tra gli Stati Uniti e i loro alleati. Alleati che, a quanto pare, vengono trattati senza rispetto e riguardo, alla stregua di sudditi.

Ciò non è, chiaramente, tollerabile. Noi non abbiamo niente contro gli Stati Uniti, ma sarebbe bene che il loro governo cominciasse a guardare all’Europa come un partner vero e proprio e non come una schiava all’interno di una relazione sadomaso. Fino ad oggi gli Stati Uniti non hanno esitato a fare sgambetti all’Europa, a sfruttarla e ad approfittarsene in tutti i modi. Anche la vicenda ucraina, in fondo, ce lo dimostra. L’imposizione del TTIP è un’altra chiara prova. La colonizzazione da parte delle tante basi NATO, infine, rappresenta l’ulteriore conferma di tale sconfortante ragionamento.

Per carità, le colpe sono sempre condivise. In tutti questi anni l’Europa, infatti, non ha fatto molto per farsi rispettare: potremmo dire tranquillamente niente. Le è anche andato bene farsi utilizzare come pedina per i giochi di potere e di strategia degli Stati Uniti, confidando nella speranza d’ottenere in cambio qualche briciola. Dalle guerre balcaniche alla crisi ucraina alle problematiche mediorientali, fino al recentissimo confronto con la Russia, è sempre stato così. Tuttavia svegliarsi un po’, pretendere maggiore rispetto, non sarebbe poi qualcosa di così insano.

All’interno del bistrattato concerto europeo, vi è un paese che per gli Stati Uniti risulta forse anche più strategico di altri, e che forse proprio per questo motivo riceve pure il trattamento peggiore: il nostro. Dai tempi del Cermis, passando per la tragica vicenda di Calipari, fino ad arrivare oggi al caso di Lo Porto, pare proprio che gli Stati Uniti non manifestino nei confronti del nostro paese una particolare considerazione. Si possono persino permettere d’informarci della morte di un nostro connazionale dopo tre mesi, e noi, con l’atteggiamento tipico dei servi, anzichè indignarci li ringraziamo pure.

Perchè alla fine Obama è buono e democratico, e allora lo possiamo anche perdonare, se non anche ringraziare. Figuriamoci se il drone, anzichè americano, fosse stato russo: tre quarti del Parlamento avrebbe invocato le sanzioni e la rottura delle relazioni diplomatiche, mentre nelle piazze schieramenti d’italiani si sarebbero messi ad intonare slogan contro Putin dittatore fascista, omofobo e chi più ne ha più ne metta. E lo stesso sarebbe successo se il drone fosse stato cinese, iraniano, indiano (a proposito: ma tutti i toni roboanti per il caso dei due marò, li avete mai sentiti fare dalla nostra politica e dalla nostra diplomazia quando gli statunitensi hanno abbattuto la funivia del Cermis, o adesso che è morto Lo Porto?), cubano o venezuelano. Si salvi chi può: avrebbe tremato la terra!

Come se fossero loro, i russi, i cinesi, gli iraniani, gli indiani, i cubani o i venezuelani, ad aver collocato 131 basi sul territorio. Una volta, più onestamente, si sarebbero chiamate “guarnigioni coloniali”. Oggi, invece, ce le spacciano come la garanzia della nostra libertà. Ci ammanettano e ci vogliono far credere che siamo liberi e al loro pari. E noi li ringraziamo pure. Oltre al danno, la beffa.

Filippo Bovo

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