Dalla breccia di Porta Pia alla patacca di Porta Portese, andata e ritorno.
Ignazio Marino ha ritirato le dimissioni presentate lo scorso 12 ottobre. La nota ufficiale del Campidoglio arrivata poco prima delle 16.30 di ieri, ha trasformato gli incubi orfiniani in solide realtà.
A tre giorni dalla scadenza del suo mandato e dalla nomina di un commissario, e dopo diciassette giorni di tira e molla, di faide tra twitteriani e twerkatori, tra gli Ignazi (i pasdaran guardiani dell’ortodossia mariniana, al netto di “buffi” ed imbucate) e i Curiazi (i fedelissimi della Curia piddino-renziana), il primo cittadino ci ha dunque ripensato.
La sua promessa racchiusa in quel “Non vi deluderò” urlato ai suoi sostenitori riuniti domenica sotto il Campidoglio, è stata debito.
“Sono pronto a confrontarmi con la maggioranza. Illustrerò quanto fatto, le cose positive, la visione per il futuro. E’ quello il luogo della democrazia. La mia intenzione è di avere una discussione aperta, franca e trasparente nell’aula Giulio Cesare”, ha annunciato il Lazzaro genovese.
Appena poche ore prima dell’annunciato dietrofront del sindaco ripudiato, tuttavia, il commissario del Pd Roma Matteo Orfini aveva convocato i consiglieri comunali dem al Nazareno per passare alle maniere forti: le dimissioni immediate dal loro incarico.
Durissimo il comunicato diramato: “Il nostro è un percorso chiaro, trasparente, rispettoso nei confronti del futuro di Roma. Spiace che Ignazio Marino abbia vanificato uno sforzo comune per individuare soluzioni che avessero al centro la città e non i destini personali. Così non è stato, con un inspiegabile arbitrio e un’idea di Roma come di una proprietà privata, che non è giusta e corretta nei confronti dei cittadini”.
A firmare il testo il commissario del Pd romano Matteo Orfini e il capogruppo Pd in Campidoglio, Fabrizo Panecaldo.
A far capire al cocciuto Marino quale sarà il clima che potrebbe respirare nei prossimi mesi nel caso in cui si dovesse verificare un “miracolo”, ci ha pensato anche il quotidiano “La Repubblica”, anticipando la notizia dell’avviso di garanzia che gli è stato recapitato mercoledì. Le ipotesi di reato contestate al sindaco dalla procura di Roma sono peculato e concorso in falso in atto pubblico.
Ma il chirurgo ha intenzione di andare fino in fondo e durante l’inaugurazione di una targa toponomastica che intitola il parco di Tor Vergata a Salvador Allende, probabilmente in preda ad un delirio da capopopolo sotto assedio, ha citato una frase dell’ex presidente cileno: “Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato”.
Un “popolo” nel suo caso esiguo ed un compito che è già stato ampiamente disatteso, come dimostrano le condizioni pietose in cui versa la città.
La fine dell’era Marino è in ogni caso ad un passo. In base al Testo unico degli enti locali, infatti, per lo scioglimento dell’Assemblea capitolina servono le dimissioni contestuali della metà più uno dei membri: almeno 25 sui 48 eletti. E a quanto pare i numeri ci sono.
Roberto Cantiani di Nuovo Centrodestra intorno alle 16:20 ha annunciato infatti che in Campidoglio si dimetteranno 26 consiglieri: 19 del Pd, 2 della lista Marchini tra cui Alfio Marchini, 2 consiglieri fittiani; 1 consigliere di Ncd; 1 consigliere di Centro Democratico e la consigliera Svetlana Celli, eletta nella Lista civica di Marino. Le dimissioni verranno consegnatenelle mani del Segretario Generale del Campidoglio Serafina Buarné. Per le 18 sono attese comunicazioni ufficiali ma il primo cittadino ha imboccato ormai la strada indicatagli da Renzi: Via dal Campidoglio.

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