Uso degli smartphone può danneggiare?

Valeria Fedeli, dopo aver dedicato la sua carriera all’attività sindacale è diventata Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca del Governo Gentiloni, ma ha acquisito vera notorietà, suo malgrado, per le polemiche sulla sua Laurea: sul suo sito personale, nella sezione “Chi sono”, risultava laureata in “Scienze sociali”, ma il titolo da lei conseguito nel 1971 in realtà sarebbe stato equiparato a una laurea triennale solo molti anni più tardi.

Accusata di essere una millantatrice, si è scusata, ammettendo l’errore e spiegandolo come conseguenza di una semplice leggerezza. Non sono mancati gli sberleffi, come ben ci si poteva aspettare, visto e considerato l’incarico ricoperto. Di certo la faccenda ha deteriorato la sua immagine e la fiducia nei suoi confronti.

Dopo un periodo dove di lei si è parlato molto poco, negli ultimi tempi è ritornata protagonista, in particolare per le vicende legate all’obbligo di vaccinazione, nella quale in realtà non sta prendendo iniziative particolari, ma soltanto seguendo le direttive che le arrivano dal Ministero della Salute.

Si è fatta poi notare per la proposta dell’estensione dell’obbligo scolastico a diciotto anni che abbiamo già criticato.

Ora quest’idea della commissione per le linee guida per l’uso dello smartphone in classe. Cercheremo di non essere troppo duri, perché non vorremo dare l’impressione di avere qualcosa di personale contro di lei.

Nell’intervista rilasciata martedì 12 settembre a Repubblica ha affermato che ritiene lo smartphone “uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità”. Ma che cos’è uno smartphone? E’ allo stesso tempo tanto un telefono che un pc. Quindi, dal punto di vista dell’apprendimento, non offre niente di più di quanto possano offrire questi strumenti.

Quando i telefoni cellulari sono diventati economicamente accessibili molti genitori li hanno comprati ai figli: mentre gli adulti erano contenti di poter estendere il loro controllo, i bambini e/o i ragazzi lo erano di questo nuovo giocattolo con cui potevano fare i grandi.

I telefonini non erano in genere permessi a scuola e ai genitori andava più che bene, poiché la scuola oggi ha anche, se non soprattutto, una funzione custodialistica, quindi non c’era motivo che i figli potessero essere controllati quand’erano là, bensì altrove.

Poi sono arrivati gli smartphone, che sono dei piccoli pc, cosicché oggi si arriva all’idea che possano essere utili all’apprendimento. E sì, possono esserlo, poiché sono dei pc! Dirlo è una banalità. Il discorso sul possibile utilizzo del pc nell’apprendimento scolastico è stantio, vecchio di almeno trent’anni. Forse la proposta permetterà al Ministro Fedeli di recuperare, almeno in parte, il consenso da parte degli studenti, in particolare quelli che non hanno simpatia per colei che vuole obbligarli a stare a scuola fino ai diciott’anni, ma piacerà meno ad alcuni genitori, quelli che faranno ancora più fatica a contingentare ai figli l’uso dello smartphone, oramai sdoganato come strumento di studio.

Resta da capire cosa si possa imparare grazie allo smartphone che non si possa imparare anche con le lavagne didattiche, presentate al momento della loro introduzione come una svolta rivoluzionaria.

E cosa accadrebbe agli alunni ancora sprovvisti di smartphone? Diventerebbe forse obbligatorio averne uno? Una scuola nella quale uno status symbol è obbligatorio che cos’è, se non una scuola di classe?

È uscito da poco in Italia il libro iGen, della psicologa Jean Twenge, il cui sottotitolo recita: “Perché i bambini di oggi, iperconnessi, stanno crescendo meno ribelli, più tolleranti, meno felici, e completamente impreparati per l’età adulta, e cosa significa questo per tutti noi”. L’opera tratta dei “nativi digitali”, nati nel periodo 1995-2012, le cui capacità cognitive risulterebbero diminuite in modo sensibile, oltre che, fatto ben più preoccupante, sarebbero più a rischio, rispetto alle generazioni precedenti, per disturbi psicologici anche gravi, fino alla depressione e alla condotta suicidaria: partendo da questi dati l’autrice arriva a definire gli smartphone una “fonte di infelicità”.

Che le giovani generazioni siano psicologicamente molto fragili è un dato acquisito, ma ciò non è dovuto all’avvento delle nuove tecnologie: se alcuni studi scientifici hanno dimostrato come l’uso eccessivo possa peggiorare la gravità di disturbi psicologici preesistenti, altre ricerche hanno evidenziato che i social network hanno un’influenza positiva sui ragazzi più timidi, facilitandone le interazioni sociali.

L’OMS ha pubblicato di recente un documento, frutto dell’analisi di un gran numero di studi sul tema, dai quali risulta che alcune tra le cause del disagio psicologico giovanile sono l’incertezza per il futuro, le condizioni socioeconomiche della famiglia, la paura degli attentati terroristici e così via, insomma problemi gravi, rispetto ai quali l’uso dello smartphone può costituire, più che un’aggravante, quello che gli psicologi chiamano una “strategia di fronteggiamento” (in inglese coping), ovvero un modo di gestire un’ansia altrimenti difficile da sopportare.

Lo smartphone non è né “straordinaria opportunità” né “fonte di infelicità”, si tratta di idee, speculari tra loro, sbagliate ed eccessive: come per ogni tecnologia vale la regola che decisivo è l’uso che se ne fa.

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