Terrorismo, cordoglio

Subito dopo il terribile attentato di Manchester era circolata la notizia dell’annullamento del tour europeo di Ariana Grande. Due giorni dopo l’entourage della cantante-attrice ha diramato invece una comunicazione ufficiale: annullati i due concerti di Londra del 25 e 26 maggio e quelli di Francoforte, 3 giugno, e Zurigo, 5 giugno.

Le date successive, comprese quelle italiane di Roma, 15 giugno, e Torino, 17 giugno, per le quali i biglietti sono tutti esauriti da tempo, restano in calendario, almeno per ora.

Decisione giusta o sbagliata? Dare una risposta è pressoché impossibile: annullare dei concerti può essere visto come un segno di rispetto nei confronti delle vittime, eppure tornare sul palco potrebbe essere interpretato come un messaggio positivo, una testimonianza del fatto che i terroristi non hanno raggiunto il loro scopo intimidatorio.

Il problema è che tutto ciò che riguarda lo ‘showbiz’ può essere letto con cinismo, perché ciò che conta in quell’ambito è solo il profitto e, per sovrammercato, i sentimenti spesso fanno parte dello spettacolo.

La giovane star ha postato sui suoi account ufficiali di vari social questo messaggio: “Sono devastata. Dal profondo del mio cuore mi dispiace così tanto, non ho parole”.

Ora, non c’è motivo di dubitare che queste parole corrispondano alla verità, ma è proprio questo fatto che produce uno straniamento, soprattutto in chi è abituato a non credere troppo alle dichiarazioni di coloro che hanno ottimi motivi per curare la propria immagine.

L’obbligatorietà del cordoglio ne rende stucchevole l’espressione, al di là dell’eventuale sincerità, sulla quale non siamo in grado di giudicare: basti pensare alle condoglianze arrivate all’Inghilterra dai governanti di mezzo mondo.

Donald Trump è andato oltre, definendo gli attentatori come dei “looser”, ovvero “perdenti”, dimostrandosi una volta di più caricaturalmente yankee. Lascia molto perplessi l’affermazione di non volerli chiamare “mostri”, perché a loro questo piacerebbe: la retorica dell’Isis sembra invece molto diversa, loro si definiscono eroi.

La scelta di colpire dei giovanissimi viene presentata dalla propaganda dei terroristi come una rappresaglia per la morte dei bambini musulmani sotto i bombardamenti occidentali. Si tratta di atti proibiti dal Corano, ma gli osservatori più attenti (purtroppo pochissimi), hanno ormai compreso che prendono in considerazione solo le parti del libro che di volta in volta fanno loro più comodo: non a casa vengono considerati dei blasfemi dalla maggioranza dei musulmani.

Se un presidente degli USA si è, una volta di più, distinto per cafonaggine, sono molte le dichiarazioni di personaggi pubblici, politici e non, che lasciano il tempo che trovano oppure, ancora peggio, infastidiscono per insincerità e per eccessiva retorica: a chi si vuole far credere che “non abbiamo paura”? Ce l’abbiamo, com’è normale che sia. Abbiamo paura di morire, talvolta in una misura che va perfino oltre il sano istinto di conservazione.

Coloro che affermano “siamo in guerra” meritano un plauso: dicono una assoluta ovvietà che però troppi non vogliono ancora ammettere. Iniziare a pensare di essere in guerra nasconde altre insidie: il ragionare in termini di “noi contro loro”, necessario in tempi di conflitto, può portare a pensieri distorti.

Un notevole rischio è connesso al pensare che “noi” siamo perfetti, mettendo così da parte ogni pensiero critico sulla nostra società, che invece di essere discussa e rivista ha un notevolissimo bisogno: si tratta di un genere di errore che farebbe molto comodo agli attuali detentori di posizioni privilegiate.

Un altro rischio sta nel non saper riconoscere il proprio nemico, identificandolo con tutto l’Islam e non, correttamente, con una sua parte non piccola, ma di certo minoritaria. Il succitato Trump, da questo punto di vista, ha fatto molto peggio, con la sua recente visita in Arabia Saudita, con tanto di dichiarazione di rafforzamento della partnership e di nuovi accordi commerciali per la vendita di armi.

I principi sauditi sono stati accusati da più parti, sia giornalistiche che relative a varie intelligence di finanziare il terrorismo islamista, ma anche se ciò non fosse vero, sono pur sempre al vertice di uno Stato basato sull’ideologia wahabita, ovvero quella alla quale si ispira l’Isis.

Si vuole davvero combattere il terrorismo? Lo si faccia concretamente, intanto smettendo di esserne complici.

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