3992 persone per la precisione. 579 donne e 71 bambini.
Questa è la straziante fotografia che ci fornisce Darja Morozova, Commissario per i Diritti Umani presso la Repubblica di Donetsk. Ad incrementare questo dato, già di per sé incredibilmente esplicativo, c’è quello relativo alle perdite del patrimonio pubblico: oltre 10000 impianti ed infrastrutture distrutte o danneggiate dall’inizio del conflitto.

Una guerra nata nell’aprile del 2014, con l’inasprimento delle manifestazioni dei cittadini di Donetsk e Lugansk che protestavano contro la caduta coatta del presidente Yanukovich dopo il movimento Maidan.
Un genocidio perpetrato ai danni della popolazione del Donbass da parte del nuovo governo di Kiev, mascherato sotto la tragicomica definizione “Operazione Antiterrorismo”, utilizzata per la prima volta dall’allora presidente Turchynov il 9 aprile.

Per mesi interi, i media generalisti occidentali, hanno fatto finta di non vedere i colpi di mortaio sparati da più di 20 kilometri che colpivano gli edifici residenziali delle città più rappresentative delle regioni a sud-est del paese. Palazzi, condomini, impianti sportivi, attività commerciali devastate dal fuoco che arrivava da quello stesso governo che nel frattempo si accaparrava consensi internazionali, incassando complimenti e onori da tutto l’establishment occidentale.

Sì, perchè mentre a Donetsk, nel quartiere Azotny moriva Nikita, bambino di 12 anni colpito a pochi metri dal rifugio che cercava di raggiungere per cercare riparo, il mondo “democratico” intero si preparava ad accogliere l’imminente esecutivo Yatseniuk, simbolo della ritrovata democrazia ucraina pronta ad avvicinarsi definitivamente all’Unione Europea, faro della civiltà.

Segnalare il crescente numero di morti, le stragi di intere famiglie, di donne e di bambini, poco s’addiceva alla narrazione pomposa e festante con cui i media occidentali avevano dipinto la rivoluzione di Kiev.
Quei lunghi editoriali, piazzati nelle prime pagine delle più importanti testate nostrane, che festeggiavano la caduta di Yanukovich e l’avvento del nuovo corso politico ucraino, male si sarebbero incastrati con i video dei bombardamenti a tappeto della Guardia Nazionale.
Come giustificare il corpo inerme e insanguinato di un innocente mano nella mano con la sua bambina, mentre i mandanti di quell’assassinio stringevano le mani alle cancellerie europee e posavano sorridenti davanti ai flash della stampa che li acclamava come i salvatori dell’Ucraina?

E dire che l’occidente ha dimostrato più e più volte di possedere grande empatia verso le recenti immagini di morte che i nostri media ci hanno mostrato. Ha dimostrato di inorridirsi al cospetto delle stragi in mare e degli attentati di Parigi e di Tunisi.
Ha versato lacrime davanti alla terribile foto di Aylan, il bambino curdo trovato morto sulla spiaggia di Budrum, in Turchia. Foto che per giorni interi ha occupato le prime pagine dei giornali, le bacheche dei Social Network e i servizi dei Tg.

Eppure lo stesso effetto, la stessa compassione, la stessa pietas non l’abbiamo provata per le immagini che ci arrivavano dal Donbass. Padre, madre, figlio e sorellina morti nello stesso istante a Gorlovka, cittadina a nord di Donetsk, non sono riusciti ad emozionare il pubblico occidentale. Vanja, 5 anni, morto a Staraja Kondrashovka, non ha scalfito la nostra così attenta coscienza. L’immagine di una bambina che piange sul corpo senza vita di suo nonno non è stata abbastanza forte da poter essere condivisa sulle nostre bacheche. Le foto dei bambini al buio, nei rifugi risalenti alla seconda guerra mondiale per sopravvivere alle “Operazioni Antiterrorismo”, non ci hanno scosso abbastanza. Nessuna manifestazione per i profughi ucraini costretti a scappare a Rostov.

Possono esistere morti di serie A e di serie B? No, dovrebbero rispondere le nostre coscienze pulite e civili. Eppure l’esperienza del Donbass sta lì a ricordarci il contrario. Sta lì a dimostrare che il sentimento di pietas a due tempi è ben radicato nella nostra cultura, pronta a inorridirsi a comando e a disperarsi a fasi alternate.
Perchè l’occidente per i 4000 morti di Donetsk ha riservato solamente un assordante silenzio, e non è riuscito a trovare un misero secondo per piangere.

Lorenzo Zacchi

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non alimentare discussioni polemiche e personali, mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected]

Inserisca il suo commento
Inserisca il Suo nome