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E’ terrorismo. L’attacco avvenuto ieri Dortmund contro l’autobus che trasportava la squadra del Borussia al Signal Iduna Park, per gli inquirenti tedeschi, avrebbe una “motivazione terroristica”.

L’ipotesi peggiore, la pista che tutti si auguravano di poter subito scartare. Eppure, è così. L’internazionale del terrore ha oltrepassato un altro limite, avvelenando con una guerra criminale ed infame una notte “consacrata” allo sport.

La polizia tedesca ha arrestato un venticinquenne iracheno di Wuppertal, mentre un altro sospettato sarebbe ancora a piede libero. Si tratterebbe di un ventottenne tedesco di Froendenberg, una città a una ventina di chilometri da Dortmund. Entrambi appartengono agli ambienti islamici del Nordreno-Vestfalia e sono accusati di essere vicini allo Stato islamico.

E’ il terrorismo globulare di cui abbiamo parlato già in altre occasioni su questo giornale. E’ il franchising di Daesh che rende molto più pericolosi e meno intercettabili gli apostoli di morte del Califfo.

La portavoce della procura federale tedesca, Frauke Kohler, ha riferito che gli appartamenti di entrambi sono stati perquisiti.

L’Isis voleva dare un segnale terrificante, ammazzando, dilaniando e sfregiando quegli “eroi” popolari che sono i calciatori, con il loro mondo sorridente e per molti versi ovattato. I terroristi volevano imbrattare di sangue i sogni sportivi di migliaia di uomini e donne per dimostrare che niente e nessuno può sentirsi al sicuro.

Le tre cariche esplosive fatte detonare al passaggio del bus della squadra del Borussia, erano nascoste dietro una siepe e contenevano delle punte metalliche. Una di queste si è conficcata nel poggiatesta di uno dei sedili del bus. Gli ordigni sono stati confezionati da una persona esperta e sarebbero stati azionati a distanza nel momento esatto in cui è passato l’autobus.

Il messaggio trovato sul luogo dell’attentato, stando a quanto trapelato, citerebbe la volontà di Allah e conterrebbe richiami alla strage del mercatino di Natale a Berlino del 19 dicembre scorso che causò 12 morti.

La lettera riporterebbe minacce ad “atleti, attori e celebrità” della Germania, da colpire fino a quando gli aerei tedeschi non saranno ritirati dalle zone di combattimento che interessano all’Isis (Siria e Iraq) e la base americana di Ramstein, in Germania, non sarà chiusa. La missiva di rivendicazione, definita insolita da Ralf Jaeger, ministro dell’Interno del Land tedesco di Nord Reno-Westfalia, sarebbe priva di simboli, non firmata e scritta in tedesco.

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, si è detta sgomenta ed ha condannato l’attacco terroristico, definendolo “un atto ripugnante”.

Martin Schulz, leader Spd che sfiderà Merkel nelle elezioni per il cancellierato, ha postato una foto su Twitter con al collo la sciarpa del Borussia.

“Non importa per quale squadra di calcio tifi, non importa di che partito sei: la buona vita in Germania è il nostro bene comune”, ha scritto Schulz sui social.

Parole di grande impatto mediatico ma vuote ed inutili se non seguite da azioni reali e concrete contro gli uomini dell’Isis e i qaedisti che si trovano in Germania. Degli oltre 850 islamisti partiti dal suolo tedesco per combattere in Siria e Iraq, circa 270 sarebbero rientrati in Germania. E buona parte di loro sarebbe rimasta legata all’ambiente radicale e salafita. Non siamo noi a dirlo ma uno studio realizzato dal Centro contro l’estremismo dell’Assia (Hke) in collaborazione con la polizia federale criminale (Bka) e l’Ufficio per la difesa della costituzione, il servizio di sicurezza interno.

Detonatori d’odio, addestrati e capaci di addestrare, radicalizzati e in grado di radicalizzare, facendo breccia all’occorrenza nella sacca enorme del disagio, dell’emarginazione e della micro-criminalità.

Siamo nel bel mezzo di una guerra, asimmetrica, subdola, ibrida, ma la Merkel e quelli come lei, non vogliono che la gente lo sappia. Archiviate le dichiarazioni di rito e le riunioni previste dai protocolli, calerà di nuovo il silenzio. Fino alla prossima bomba.

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