attentato londra 15 settembre 2017

È notizia di poche ore fa quella che narra dell’ennesimo attentato di matrice islamica subito dall’Europa in soli due anni. Per l’ennesima volta viene colpita Londra, capitale finanziaria, culturale e multiculturale d’Europa. Un’esplosione stamattina ha colpito la celebre e caratteristica metro della capitale britannica nella stazione di Parsons Green, causando decine di feriti (almeno venti secondo il Daily Mail).

L’ordigno sarebbe stato secondo le prime indagini delle forze dell’ordine di fattura artigianale, fatto esplodere in una busta di plastica. Un sospetto sarebbe in fuga, inseguito dalla polizia, mentre un secondo ordigno sarà nelle prossime ore disinnescato. A seguito dell’attentato il premier Theresa May ha riunito il comitato Cobra, che si occupa delle crisi nel paese britannico, mentre il sindaco di origini pachistane Sadiq Khan esprime parole di condanna verso il terrorismo: “Come Londra ha dimostrato più volte, non saremo mai intimiditi o sconfitti dal terrorismo”, ha affermato il primo cittadino. Intanto Scotland Yard ha confermato che l’incidente ha matrice terroristica.

Niente di cui meravigliarsi ormai, si tratta di episodi di cronaca nera che si reiterano in europa da circa due anni, a partire dal terribile attentato di Parigi del 13 novembre 2015, nel quale fu coinvolto anche lo storico locale del Bataclan, dove era in corso il concerto degli Eagles Of Death Metal.

Da parte nostra, nel compito ingrato del grillo parlante che da sempre mette in guardia l’Europa dai suoi errori, non possiamo che ripetere quello che ripetiamo da anni.

Perché questa è un’Europa che ha sposato lo sfruttamento neoliberista grazie all’opportunità che l’apertura delle frontiere ha regalato all’Occidente. La cosiddetta globalizzazione non è altro che una nuova e moderna modalità di sfruttamento che prevede l’integrazione di orde di popolazioni provenienti da quello che una volta veniva chiamato Terzo Mondo.

Disposte a tutto pur di partecipare al benessere occidentale le migrazioni di massa favoriscono la svalutazione interna, della quale la prima vittima è senz’altro il mercato del lavoro che offre salari sempre più bassi e disoccupazione, laddove si verificano fenomeni di questo tipo.

È il motivo per il quale i movimenti populisti sono cresciuti negli ultimi 5 anni, è il motivo per cui la Brexit ha vinto un anno fa. È neanche la vittoria di Trump è un caso se rapportata alla strategia elettorale del tycoon, nella quale il tema del protezionismo contro le delocalizzazioni e del commercio sleale si è incontrato con le difficoltà delle classi subalterne degli Stati Uniti, che lo hanno premiato.

Come diciamo praticamente da sempre dietro la bella retorica del multiculturalismo si nasconde nient’altro che il nuovo classismo del XXI secolo, il quale non fa neanche troppo mistero di preferire i nuovi cittadini ai vecchi. Non tanto per delle forme di razzismo al contrario come tenderebbero a dire i più destrorsi, ma per il semplice vantaggio economico che i migranti in questa fase storica vengono a costituire.

Il multiculturalismo, parlando in termini marxiani, rappresenta nient’altro che la nuova sovrastruttura delle classi dominanti europee e occidentali. La foglia di fico morale e quasi escatologica dietro la quale le classi dominanti tutelano il sistema nato dalle ceneri del Welfare europeo, che le forze “progressiste”, diventate nel frattempo “liberal”, hanno iniziato a smantellare già all’indomani della caduta del Muro e del crollo dell’URSS. Un sistema neoliberista che senza ombra di dubbio gioca a discapito delle classi subalterne, specialmente quelle legate al mondo industriale.

Ma il multiculturalismo è un vestito buono per tutte le stagioni. Perché l’altro problema dell’Europa, al di là dell’Ue e dell’Euro è che paesi come lo stesso Regno Unito e la Francia non hanno mai abbandonato le loro mire imperialistiche. Sin dal trattato Sykes-Picot del 1916 attraverso il quale Londra e Parigi si spartivano il controllo dell’Asia Minore fondando regni e territori prima inesistenti sulle ceneri dell’impero ottomano per ottenere il controllo delle regioni arabe piene di petrolio.

Fu grazie ai britannici che nella penisola araba si instaurò la monarchia dei Saud, territorio inizialmente promesso all’Emiro della Mecca, l’hashemita Hussein bin Ali. I saud erano una famiglia di Ad-Diriyyah nei pressi dell’attuale capitale Ryadh, il cui capostipite, Muhammed bin Saud stipulò un’alleanza con il riformatore religioso Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab per conquistare la penisola araba. Per sancire il patto il capostipite dei Saud gli fece sposare la figlia.

Il wahhabismo fondato dal riformatore religioso ibn ‘Abd al-Wahhab e sostenuto da casa Saud tutt’oggi è una corrente religiosa puritana del sunnismo che si prefigge lo scopo di eliminare tutte le cosiddette “innovazioni” bollate dai wahhabiti come eresia, di eliminare culti personalistici come quello dei santi. La religiosità dei wahhabiti si esprime soprattutto attraverso il rifiuto delle interpretazioni più intellettualistiche del Corano e dell’importanza che viene data alla tradizione, agli usi e i costumi usati dalle personalità considerate più pie alle origini della storia della comunità musulmana. A questa rigidità religiosa si accompagna un fine persecutorio nei confronti della maggior parte delle altre confessioni ortodosse in seno all’Islam: vi è la tendenza del wahhabismo a criticare fortemente sia gli altri sunniti che i sufi e gli sciiti, i membri di questi ultimi due considerati come dei miscredenti (kafir).

I saud fino alla conquista dell’intera penisola araba si fecero portatori dell’ideologia wahhabita con metodologie di conquista dal “convertiti o muori”, applicata soprattutto nei luoghi della penisola che erano appannaggio di confessioni vicine allo sciismo nella parte orientale della penisola. Una volta ottenuto il regno dagli inglesi Abdul Aziz ibn Saud lo riunificò nel 1932 diventando nel frattempo un punto di riferimento per i movimenti revivalisti dell’Islam, come il salafismo, che successivamente diventerà quasi indistinguibile dall’ideologia di casa Saud, e della Fratellanza Musulmana, nati entrambi in Egitto.

La scoperta infatti delle grandi risorse petrolifere ha permesso all’Arabia Saudita di investire nella propaganda religiosa anche e soprattutto fuori dal paese, con il finanziamento di madrase (scuole islamiche), moschee, movimenti islamisti. È noto che la corrente wahhabita fosse l’ideologia principale del movimento terrorista di Al Qaeda, il cui principale leader Osama bin Laden, era uno dei membri di un’importante famiglia saudita, gli stessi talebani e i deobandi ricevono ogni anno grandi investimenti da parte dei monarchi. Mentre l’ISIS come la Fratellanza Musulmana dovrebbe essere frutto soprattutto dell’opera propagandistica del Qatar, attività quelle di Doha per le quali la piccola penisola del golfo è stata isolata dagli altri paesi arabi, guidati proprio dalla monarchia di Riyad.

Fino alle conquiste del 2014 da parte dello Stato Islamico e degli attentati del 2015 i paesi europei sembravano disinteressarsi del problema del medio oriente, anzi sin dalle rivolte arabe l’Europa e gli Usa hanno spinto l’opinione pubblica a credere che le Primavere Arabe del 2011 fossero delle rivoluzioni popolari e democratiche. Mentre il tempo e gli eventi tragici che si sono succeduti alle primavere hanno dimostrato che già prima della pericolosa espansione dell’ISIS eravamo di fronte non a delle pacifiche dimostrazioni politiche e liberali, ma si trattava di un pericoloso attacco delle forze islamiste contrarie ai regimi laici del mondo arabo.

Ma ai paesi occidentali stava bene così, da sempre a partire dalla spartizione dell’impero ottomano successiva alla Prima Guerra Mondiale l’occidente sfrutta le forze più malleabili del mondo arabo-musulmano per perseguire i propri scopi geopolitici. I tanto malefici talebani in Afghanistan bombardati poi dagli Stati Uniti nel 2001 erano stati negli anni ’80 dei fedeli alleati della NATO nella lotta degli islamisti contro il governo filosovietico di Kabul.

Gheddafi come Assad sono stati attaccati non per i diritti umani, ma per i desiderata di Parigi che aspirava a togliere la Libia a russi e italiani e la Siria a Mosca e Teheran. Con Washington che ne avrebbe approfittato per indebolire due avversari temibili della politica statunitense. L’Egitto che malgrado il fidato Mubarak stava per essere sfilato da Pechino a Londra e a Washington è caduto per quasi due anni nella barbarie dei Fratelli Musulmani, fino al Colpo di Stato militare e laico del generale Al-Sisi. Al Qatar facciamo organizzare i mondiali di calcio e compare club come il PSG, perché i loro soldi servono, i sauditi restano il primo interlocutore dell’Occidente per l’area arabo-musulmana e paesi come l’Italia vendono addirittura loro le armi: parliamo di un paese quello saudita, dove le donne non hanno neanche diritto ad avere la patente, ma gli Usa se ne vedono bere di condannare Riyad sullo scarso rispetto dei diritti umani.

Il multiculturalismo quindi serve dal lato economico come dal lato politico, l’Europa e l’occidente diventano spesso e volentieri patria dei cosiddetti dissidenti politici, ma questi dissidenti alla fine si rivelano spesso estremisti giustamente perseguitati dai regimi laici o socialisti del medio oriente (ma si può estendere il campo anche ad altre regioni) oppure di migranti che vengono spacciati per poveracci allo scopo di speculare sulla situazione politica di un paese che non segue completamente i desiderata dei paesi europei/occidentali.

Poi però c’è la realtà che ci racconta che il multiculturalismo è possibile laddove è sancito dalla storia: la Cina, la Russia, l’India, sono paesi multietnici e multiculturali che spesso hanno dovuto patire molto per ottenere la pacificazione interna: in questi paesi però la diversità spesso è una ricchezza. Pretendere invece come fanno le classi dominanti europee che si possano unire le popolazioni più disparate e farle convivere è un’assurdità figlia delle aberrazioni politiche ed economiche delle quali costoro si fanno portatori.

Nell’ultimo anno però misurato il polso del consenso elettorale le dirigenze europee sembrano aver cambiato le loro convinzioni, inseguendo il populismo, ma finito il periodo elettorale dei maggiori paesi occidentali, quanto può durare? Non lo sappiamo, tuttavia è certo che il problema terrorismo si risolveva e si risolve intervenendo alla radice: sia in politica internazionale che nella questione migratoria. Il cambio di verso dell’Europa risulta ora tardivo e per debellare tutti i focolari islamisti ci vorranno forse anni. Ma del resto ognuno semina ciò che raccoglie.

Pino Daniele anni fa cantava “ma che parlamm a fà sempe de stesse cose”, il testo era riferito a tutt’altro argomento, ma l’atteggiamento emotivo non può che essere lo stesso quando si assiste inermi al terribile spettacolo degli attentati terroristici che si ripetono periodicamente nel bel mezzo dell’Europa occidentale. È quasi inutile parlarne.

 

 

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