A Spasso Con La Storia

    L’Operazione Barbarossa alla luce della Storia

    Settantacinque anni fa ebbe inizio l'Operazione Barbarossa

    Il 22 giugno del 1941, con la rottura del patto Molotov-Ribbentrop da parte della Germania nazista, e la conseguente invasione dell’Unione Sovietica, inizia l’Operazione Barbarossa. Quella che è stata più grande operazione militare della storia umana non deve essere confusa con l’andamento generale del conflitto russo tedesco ’41-’45, che fu decisivo per le sorti del secondo conflitto mondiale; può essere letta invece come un momento del secolare rapporto conflittuale tra Europa e Russia, in una fase storica nella quale i venti di guerra ritornano a soffiare verso est.

    Quella hitleriana è, infatti, ben la quarta invasione occidentale che la Russia subisce da quando esiste come compagine statale unitaria, essendo stato l’attacco tedesco del ’41 preceduto dalla guerra polacco-russa del 1609-1617 (quando Sigismondo III occupò Mosca nel 1610 e la assediò nuovamente, ma invano, nel 1618), dal conflitto tra Svezia e Russia del 1709 (quando Carlo XII, che già aveva combattuto con lo zar Pietro il Grande, puntò alla conquista di Mosca ma subì una sconfitta decisiva a Poltava) e dal passaggio a est della Grande Armée napoleonica del 1812 (che pure conquistò Mosca, ma non seppe concludere la campagna se non col famoso e tragico ritiro invernale). Questi conflitti contro la Russia hanno svariati tratti in comune fra loro, ma quelli che più emergono agli occhi sono due:

    1) l’assalto alla Russia come nodo gordiano: per l’invasore, sconfiggere Mosca diventa un obiettivo decisivo, il cui raggiungimento comporterebbe un balzo in avanti verso la realizzazione completa dei propri grandi progetti. E’ il motivo per cui tutte queste invasioni si configurano come momenti cruciali di una grande strategia egemonica (e per cui si esclude dalla lista di cui sopra il fronte orientale nel ’14-’18) : si pensi a Napoleone, che attraversa il Niemen per constringere lo Zar a rispettare il Blocco Continentale e, al tempo stesso, per eliminare l’unico rivale rimasto in Europa.

    2) la sottovalutazione dell’elemento geografico e culturale. E’ questo binomio a frustrare i sogni di gloria dei grandi invasori, e non a caso le due disfatte maggiori in terra di Russia, quella napoleonica e quella nazista, hanno luogo proprio per aver commesso quella hybris per cui la mancata comprensione dell’alterità russa unita ai fatali errori strategici riguardo allo spazio portarono non solo al fallimento dell’invasione, ma a quel processo inarrestabile che condusse Napoleone all’ergastolo di Sant’Elena e la Germania a un cumulo di macerie.

    L’Operazione Barbarossa segue questa dinamica e dimostra, quantomeno, che, quando il senso del limite è assente, la storia non può essere ‘magistra’.
    I paralleli con la campagna del 1812 erano, in effetti, perfettamente noti anche a Hitler e allo Stato Maggiore tedesco, e sia la componente climatica che le necessità militari furono incentrate su questo: l’attacco non poteva cominciare prima del disgelo e l’obiettivo militare (la distruzione totale del nerbo dell’Armata Rossa) doveva essere conseguito prima dell’inverno, salvo adattarsi a una guerra di logoramento che i Tedeschi sapevano non poter sostenere. Intuivano quindi il rischio enorme di questo salto nel buio. Quello che non coglievano, e che sottovalutarono, era il potenziale dell’organizzazione staliniana, per cui l’Urss poteva sopportare (e sopportò) perdite clamorose e ciò nonostante reggere l’urto dei primi mesi di guerra: trasferendo fabbriche e industrie strategiche oltre gli Urali a tempo di record, non subendo un tracollo di produzione per quanto le armate germaniche potessero avanzare. E ignorarono le capacità di resistenza delle truppe sovietiche, che percepirono subito l’invasione come una guerra coloniale e rallentarono la marcia di Hitler per settimane, nonostante sacrifici eroici.

    Tanto di più, allora, sorprende la natura degli obiettivi per l’Operazione, del tutto sproporzionati rispetto a quello che gli scontri sul campo dimostrarono. Oltre all’annichilimento dell’esercito nemico (i cui effettivi furono quindi peggio che sottostimati dalla Wehrmacht), si prevedeva niente meno che l’occupazione integrale della Russia europea, stimando come limite una linea ideale di 4000 km tra Arcangelo e il Mar Caspio, a centinaia di km da quella Mosca davanti alla quale, a novembre 1941, si esaurì la spinta tedesca. L’inverno russo e una resistenza che da ideologica e comunista si fece popolare e patriottica frustrarono le speranze naziste di un esito positivo del Blitzkrieg estivo, che dal punto di vista tedesco avrebbe garantito alla Germania una prosecuzione ad libitum della guerra. L’Operazione Barbarossa mancò il suo traguardo, lì dove ancora una volta mancò la consapevolezza del limite a vantaggio del cieco desiderio di potenza.

    Federico Pastore

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