Nel marzo del 1976 all’Hotel Midas di Roma s’era tenuto il Congresso del PSI, dov’era stato riconfermato il segretario De Martino. Questi, favorevole a sostenere politicamente ed elettoralmente il PCI, avrebbe di lì a poco scritto in un suo celebre articolo che la funzione del PSI era proprio quella d’assecondare l’approdo dei comunisti al governo, e che a quel punto la sua funzione si sarebbe potuta definire praticamente conclusa. Sulla scorta di tale visione politica, alle elezioni politiche del 1976 il PSI ottenne ben pochi voti, distanziandosi di poco rispetto ai risultati del 1972 e crollando di netto rispetto alle buone prestazioni del 1974. Il PCI, che nel frattempo aveva varato la linea del “compromesso storico” che puntava ad un’intesa diretta con la DC, tagliava di fatto il PSI fuori dai giochi, condannandolo quindi ad una rischiosa irrilevanza politica.

La reazione del Comitato Centrale del PSI, nuovamente riunitosi al Midas il 16 luglio di quell’anno, fu quindi quella di revocare a De Martino il proprio ruolo, cercando un nuovo segretario. Come compromesso fra le varie correnti, ed in ossequio soprattutto ad una vera e propria “rivoluzione generazionale” che lo riguardava, si optò così per la figura di Bettino Craxi, che a quell’incontro s’era presentato con gli ultimi dati elettorali del PSI: in base ai sondaggi successivi a quelle disastrose politiche, infatti, il partito era ormai sceso addirittura al 6%.

Craxi apparteneva alla corrente di Nenni ed era già vicesegretario del PSI; come suo nuovo vice venne invece designato Lauricella, della corrente di De Martino. In quel periodo il PSI era piuttosto noto per la sua divisione in varie correnti, che ne faceva un partito a dir poco rissoso. In nome del principio del “primum vivere”, secondo cui il PSI doveva rivitalizzarsi ritrovando propri spazi di “autonomia” dal PCI e al contempo rinverdire verso di sé l’interesse dei socialisti, Craxi puntò sulla riscoperta dell’identità non marxista del Socialismo italiano ed europeo e su un maggior legame coi movimenti socialisti e socialdemocratici del resto del Continente, che già avevano compiuto tale svolta.

In quel momento il PSI era visto, in Europa, come una sorta di “anomalia politica”, proprio perché diversamente dai socialisti francesi o dai socialdemocratici tedeschi, austriaci o scandinavi o ancora dai laburisti inglesi risultava ancora saldamente agganciato alla linea comunista e persino sovietica. Craxi, di conseguenza, cominciò ad attaccare il PCI rimproverandone i legami ancora solidi, ideologicamente e politicamente, con l’URSS. E’ sì vero che già nel PCI, con Berlinguer, era iniziato un chiaro percorso di distanziamento dal comunismo sovietico, ma ciò riguardava solo una parte di esso e non tutto il partito.

Al Congresso di Torino del 1978 Craxi riuscì a farsi rieleggere come segretario con oltre il 65% dei voti dei delegati, e a far discutere il suo “progetto socialista” che puntava proprio a far rivalutare, dentro il partito, il Socialismo non marxista come nuova via da seguire per il futuro. Solo pochi giorni prima, il 16 marzo, a Roma era stato rapito dalle BR il leader democristiano Aldo Moro e, staccandosi dai più strenui difensori della Ragion di Stato, Craxi al contrario sostenne la necessità della “trattativa”, perché era in ballo la vita di una persona. Poco tempo dopo ci furono anche le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, a suggello di un momento decisamente a dir poco convulso per la storia dell’Italia repubblicana.

In ogni caso, in merito al rapimento di Moro, Craxi s’attirò con la sua linea della trattativa tutto il “partito della fermezza”, capitanato a livello mediatico soprattutto dalla “Repubblica” di Scalfari, e a livello politico dai comunisti. Ad accompagnarlo, invece, nella linea della trattativa c’erano pochi politici come Fanfani e Pannella.

Una nota importantissima per quanto riguarda la vita del PSI, invece, è l’adozione proprio a partire dal Congresso di Torino del Garofano come simbolo del partito, in omaggio sia alla tradizione socialista italiana ottocentesca sia alla recente Rivoluzione dei Garofani che in Portogallo aveva scalzato l’erede politico di Salazar, Caetano. L’8 luglio 1978, infine, dopo un’estenuante battaglia parlamentare, Craxi riuscì a far convergere la maggioranza dei voti sul nome di Sandro Pertini come nuovo Presidente della Repubblica: sarebbe stato il Capo dello Stato più amato dagli italiani. Un mese dopo, insieme a Pellicani, Craxi firmò su “L’Espresso” un lungo articolo intitolato “Il Vangelo Socialista” dove rivalutava il Socialismo di Proudhon, indicandolo come valida linea da seguire per il rinnovato PSI, fino a raggiungere le posizioni del Socialismo Liberale di Carlo Rosselli.

Per aggirare il termine “socialdemocrazia”, ormai da tempo in uso presso i “cugini” del PSDI, e che all’interno del PSI molti vivevano quasi come un’etichetta infamante, Craxi cominciò ad introdurre una nuova definizione, quella di “liberalsocialismo”, che da quel momento diventò ricorrente nel lessico politico del partito. Secondo il Liberalsocialismo non esisteva contraddizione fra il Libero Mercato ed il Socialismo: una tesi all’epoca indubbiamente rivoluzionaria, tale da far discutere in molti a sinistra, ma che nel volgere di poche generazioni è divenuta dominante praticamente in tutto il mondo, persino nei paesi che ancora oggi si presentano come Stati socialisti. Luciano Pellicani, direttore dell’importante rivista socialista “Mondo Operaio”, fu l’animatore di questo importante dibattito politico e culturale.

Nel 1980, dopo il rifiuto del PCI di proseguire sulla via dei “governi di larghe intese”, dove partecipava alla maggioranza ma non aveva suoi rappresentanti, Craxi formò con la DC e gli altri suoi alleati la lunga stagione del “Pentapartito”. Dopo i primi due governi a guida laica di Giovanni Spadolini, figura di mediazione proveniente dal PRI, nel 1983 Craxi divenne primo ministro: nasceva così il primo governato guidato da un socialista nella storia italiana. Nel 1985, poi, il simbolo del PSI venne ristilizzato perdendo definitivamente la falce, il martello ed il libro ereditati dal vecchio simbolo e fino ad allora collocati ai piedi del Garofano. L’elettorato parve gradire la scelta, così come l’operato complessivo del governo Craxi, facendo balzare il PSI dal 9,8% del 1979 al 14,3% delle amministrative del 1987.

Nel frattempo il governo Craxi era passato attraverso diverse prove e riforme, dal Decreto di San Valentino del 1984 che comportava un taglio di quattro punti alla scala mobile necessario a fermare l’inflazione alla Crisi di Sigonella del 1986. Nel 1989, intuendo l’imminente crisi del PCI dovuta alla Caduta del Muro di Berlino, Craxi promosse il progetto di “Unità Socialista”, teso a ricomporre la frattura coi comunisti del 1921. In base alla sua proposta, il PSI e gli ex comunisti che avrebbero poi dato vita al PDS avrebbero dovuto finalmente riunirsi, concludendo così un divorzio pluridecennale. Chiaramente, però, l’offerta era lanciata anche verso i socialdemocratici del PSDI, dato che con l’evoluzione subita nel frattempo dal PSI erano venute meno le ragioni della celebre “Scissione di Palazzo Barberini” del 1947.

Alle elezioni regionali del 1990 il PSI otterrà il 18% come media nazionale, ma dopo due anni lo scoppio di “Mani Pulite” ne segnerà profondamente le sorti politiche ed elettorali. Alle politiche del 1992 il partito perderà infatti l’1% rispetto alle politiche precedenti, ma più del 4% rispetto alle regionali del 1990. Il debole ed impopolare governo Amato, nato da quel risultato elettorale, subì di tutto: dalla speculazione sulla Lira al ciclone giudiziario che travolse non solo il PSI ma tutto il Pentapartito, fino al referendum promosso dai Radicali e che pose fine al finanziamento pubblico dei partiti.

Massimo D’Alema, nel libro edito da Longanesi “D’Alema: la prima biografia del segretario del PDS” del 1995, in un certo senso spiegò ciò che avvenne in quel 1992: “… Dovevamo cambiare nome. Non avevamo alternative. Eravamo come una grande nazione indiana chiusa tra le montagne, con una sola via d’uscita, e lì c’era Craxi con la sua proposta di unità socialista. Come uscire da quel canyon? Craxi aveva un indubbio vantaggio su di noi: era il capo dei socialisti in un Paese europeo occidentale. Quindi rappresentava lui la sinistra giusta per l’Italia, solo che poi aveva lo svantaggio di essere Craxi. I socialisti erano storicamente dalla parte giusta, ma si erano trasformati in un gruppo affaristico avvinghiato al potere democristiano. L’unità socialista era una grande idea, ma senza Craxi. Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il partito socialista in Italia…”.

Craxi, non a caso, in quei giorni aveva parlato espressamente di un “partito dei giornali” guidato da Agnelli, De Benedetti e Gardini, e di un “partito dei magistrati”, sostanziatosi nel pool di “Mani Pulite”, in entrambi i casi sostenuto proprio dal PDS che mirava a sostituire il PSI sulla scena politica italiana e nell’Internazionale Socialista.

Tradito da Martelli, il “Delfino”, Craxi non durò a lungo alla guida del PSI. Ben presto dovette lasciare la segretaria a Benvenuto, succeduto poi da Del Turco, ma a quel punto il PSI stava letteralmente crollando a pezzi, e la liquidazione era ormai alle porte. Dimessosi il governo Amato e nato il governo Ciampi, di lì a breve per Craxi vi fu anche la pioggia di monetine da parte di manifestanti del PDS e del MSI fuori dall’Hotel Raphael, il 29 aprile 1993.

Alle elezioni amministrative del 6 giugno 1993 il PSI era di fatto già scomparso dalla scena politica: a Milano, storico bastione socialista, raccolse il 2,2%, mentre a Catania non si presentò neppure. A fatica, il partito raccolse il 5% a livello nazionale, ma il voto al nord era svanito, a vantaggio soprattutto di PDS e Lega Nord. Anche la situazione finanziaria del partito era drammatica: il deficit ammontava a 70 miliardi di lire, a cui si doveva aggiungere un debito di altri 240 miliardi di lire. Furono chiuse le riviste “Mondo Operaio” e “Critica Sociale”, oltre al quotidiano “Avanti!”. Persino la storica sede di Via del Corso dovette essere abbandonata. Da quel momento, in pratica, il PSI smise d’esistere, perché cominciò a rompersi fra varie formazioni concorrenti fra loro, tutte con numeri elettorali minimi, i cosiddetti “cespugli”.

Il 13 novembre 1994, alla Fiera di Roma, si tenne pertanto l’ultimo Congresso del PSI, dove venne decisa la messa in liquidazione del partito. Si chiudeva, così, una storia gloriosa. Dopo 102 anni di vita, il PSI non esisteva più.

 

 

UN COMMENTO

  1. Claudio Martelli era in contatto con Borrelli presidente a Milano. Martelli, come avete scritto, aveva tradito Bettino Craxi. Pensava di avere il lasciapassare per non essere coinvolto nella storia di Mani Pulite (decisa a tavolino dai Poteri Forti che a mio parere a volte sono stati Poteri Sporchi). Invece dovette dimettersi. L’opera era conclusa e il PSI liquidato. Bisognerebbe indagare anche per capire chi voleva la morte di Craxi. L’allarme durò 6 mesi. Craxi partecipava alle manifestazioni con grande cautela. poi l’allarme rientrò. Craxi era stato informato del pericolo. Da chi? Se questo Governo vuole aprire una nuova stagione deve partire da questo, dalle stragi e altri episodi. Avranno il coraggio di farlo? I problemi dell’Italia sono complessi ma rispetto a questi inquietant scenari poca cosa. Carmine Zaccaria giornalista

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