nicola ruffo

L’ennesimo “riconoscimento” (ma poi, diciamolo tutta: sono davvero tali?) è arrivato non più tardi di qualche giorno fa. A Valenzano, a due passi da Bari, dove il presidio di “Libera” ha deciso di intitolarsi proprio con il suo nome.

Nicola Ruffo. Chi è? Un altro piccolo grande eroe dimenticato. Un altro piccolo uomo normale fuori dal comune. Un’altra vittima innocente di quella criminalità perversa e drammatica chiamata “mafia”, ma che allora per qualcuno, tanti, all’epoca, non s’aveva da fare. Forse, forse, soltanto in Sicilia, ma guai a dirlo che c’era anche nel tacco d’Italia.

È semplicemente un uomo che, una mattina di 45 anni fa, ha sacrificato la sua vita per salvarne un’altra, durante una rapina in una tabaccheria, in un quartiere centralissimo del capoluogo pugliese.

Il calendario diceva 6 febbraio 1974. Nicola, macchinista delle ferrovie dello Stato, sta rientrando da lavoro. All’improvviso qualcosa attira la sua attenzione. In una tabaccheria di via Luigi Ricchioni, nel quartiere Picone, è in corso una rapina, con tanto di pistola puntata alla proprietaria dell’esercizio. Senza esitazione o pensarci due volte, entra per aiutarla. Quel gesto disorienta i rapinatori, tanto da “costringere” uno di loro a sparare. Un solo colpo. Fatale, perché va dritto al cuore. A nulla servirà la corsa in ospedale, perché la sua vita è interrotta quella sera. A soltanto 45 anni. Lascia la moglie, Maria, e due figlie, Pasqualina e Paola, di 11 e 9 anni. E stava per adottare persino una ragazza vietnamita.

“L’uccisione di mio padre – ha spiegato la stessa primogenita un paio di anni fa alla “Gazzetta del Mezzogiorno”, e che ha acquistato una casa a Modugno grazie al cuore immenso dei baresi dell’epoca – è stato il primo fatto di sangue di questo tipo a Bari, il battesimo della Sacra corona unita. Papà ci aiutava con i compiti, scriveva poesie per noi, ci insegnava ad andare in bicicletta. Ci ha insegnato ad amare e dopo la sua morte mia madre ci ha insegnato a non odiare. Siamo state assetate di giustizia ma mai di odio”.

Il problema, però, è che non ci credeva nessuno nel 1974 che anche in Puglia fosse presente la mafia. Secondo il Governo, se esisteva, c’era soltanto in Sicilia. Significa, allora, che Nicola Ruffo non è mai stato riconosciuto come vittima innocente di mafia, perché il reato di associazione mafiosa sarà introdotto più tardi, nel 1982, dopo l’assassinio del comunista Pio La Torre a Palermo.
Almeno una notizia buona c’è, però: nei confronti del commando dei cinque rapinatori tutti i gradi di giudizio hanno confermato condanne senza sconti.

La vita di Nicola, fino a quel maledettissimo giorno, è trascorsa come un buon padre di famiglia. Era nato a Palagiano, nel tarantino, nel settembre 1928. Rimasto orfano di padre a 14 anni, ha trascorso l’adolescenza lavorando in un orafo nella sua città natale per aiutare la madre a portare avanti i suoi tre fratelli più piccoli. Ma non abbandona gli studi perché si diploma, nel 1951, come tecnico meccanico, poi frequenta la scuola per macchinisti ed è assunto in servizio prima a Novara e poi a Bari.

“I baresi – ha raccontato sempre Pasqualina al quotidiano diretto da Giuseppe De Tomaso – lasciavano dietro la porta di casa pacchi con latte, cibo e pasta, senza biglietti o firme, condividendo il nostro dolore in silenzio”.

Prima di vedere il suo nome nella sezione “Libera” di Valenzano, Nicola ha ricevuto la medaglia d’oro al valore civile nel 1977, mentre nel 2006 il Comune di Bari gli ha dedicato una strada.

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