Venti ore fa, in Venezuela, è stata data la notizia del ritrovamento di 200 milioni di Bolivares contenuti in quattro casse, in un Suv appartenente alla famiglia Tintori, la stessa dell’eroina anti-Maduro santificata da molti nostri media e moglie del detenuto Leopoldo Lopez, attualmente a Miami. Il denaro è stato sequestrato e la Procura ha aperto un’indagine ufficiale.

Poche ore dopo, una forte scossa di terremoto ha colpito Caracas, con un’intensità di 4,6 gradi della scala Richter. Gli abitanti sono scesi in strada, e a quanto pare l’epicentro è stato localizzato nel vicino Stato di Vargas.

Ciò non ha impietosito i vari speculatori economici e detrattori del Venezuela, che continuano la loro attività più energicamente che mai. Il caso della famiglia Tintori, strettamente legata all’opposizione, è infatti solo la punta di un iceberg. Com’è noto, il paese è travolto da una pesante recessione, e c’è penuria anche di beni di prima necessità. L’inflazione e il disagio sociale galoppano. Il principale imputato di questa situazione è il crollo del prezzo del petrolio, sceso in tre anni del 50%, con pesanti conseguenze sulle entrate delle casse statali.

Maduro è giunto al potere in un momento delicato, perché la morte del suo predecessore Chavez è avvenuta proprio quando gli Stati Uniti rientravano a gamba tesa in America Latina dopo aver dedicato per anni le loro maggiori attenzioni al Medio Oriente. Sostituire Chavez, un uomo che in tutta l’America Latina ha tolto dalla povertà almeno 70 milioni di persone, non era certo un compito facile. Maduro è stato inizialmente giudicato con sufficienza, ma in realtà ha dovuto rimediare anche a certi errori compiuti dallo stesso Chavez, primo fra tutti l’avviare un processo di diversificazione dell’economia venezuelana che non può più continuare a basarsi solo sulla monocultura del petrolio.

Gli Stati Uniti scatenano l’opposizione per riappropriarsi dei giacimenti petroliferi dell’Orinoco, di quelli auriferi de Las Cristinas, e di quelli di coltan (un minerale preziosissimo e rarissimo, indispensabile per la fabbricazione di cellulari e circuiti elettronici, ma anche per l’industria bellica, e composto da columbite e tantalite) di cui il paese sudamericano ha una grande disponibilità. E anche per far capire che non c’è alternativa al loro dominio in quello che considerano il proprio “cortile di casa”.

Per contrastare i vari tentativi di golpe e i boicottaggi dell’opposizione, Maduro ha così dovuto far ricorso alla nota Assemblea Costituente, prevista dalla Costituzione, ed esautorare il Procuratore Generale che s’era opposto e che è poi scappata in Colombia con l’aiuto delle autorità colombiane, un clamoroso autogol per l’opposizione che fino a quel momento aveva cercato di definirsi “patriottica” anziché in intelligenza col nemico. Anche quando c’è stato il ricorso alla forza, non vi è mai stata alcuna violazione della legge, contrariamente a quanto fatto dalle opposizioni che non hanno esitato neppure a torturare alcuni esponenti del PSUV nelle pubbliche vie di Caracas, legandoli nudi a dei pali o a degli alberi e dileggiandoli e fotografandoli (ma si tratta solo degli episodi più “moderati”).

Gli Stati Uniti, sconcertati dal fallimento delle loro tattiche di destabilizzazione del Venezuela, non hanno trovato altra migliore rappresaglia da applicare che quella di nuove sanzioni. Ciò non ha comunque impedito al Venezuela, come riportato anche dall’ANSA, di offrire agli Stati Uniti cinque milioni di dollari al popolo statunitense per rimediare almeno parzialmente alle devastazioni dell’uragano Harvey.

Nel frattempo le speculazioni economiche e finanziarie sul paese continuano, con Fitch che ha declassato il rating venezuelano da CCC a CC, ritenendo sempre più probabile la bancarotta. Un report dichiara che “le sanzioni non faranno altro che esacerbare la già debole liquidità esterna del paese, aumentando allo stesso tempo le incertezze politiche e sociali”. Di fatto sono gli Stati Uniti i primi a tifare per il default del Venezuela, che in ogni caso non ci sarà. I creditori del Venezuela, fra i quali si possono annoverare anche le più grandi istituzioni finanziarie statunitensi (per esempio Goldman Sachs, che di recente ha acquistato bond della compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA per 2,8 miliardi di dollari), in caso di fallimento del paese avrebbero titolo per allungare le mani sui suoi beni.

La guerra dei prezzi sul petrolio, scatenata proprio dagli Stati Uniti col loro massiccio ricorso all’estrazione dello shale oil e dello shale gas, ha colpito enormemente tutti gli storici paesi produttori di greggio, in primo luogo quelli del Golfo e la Russia. Ciò ha favorito le tensioni fra Arabia Saudita ed Iran, e comportato anche un certo indebolimento di Mosca. La guerra dei prezzi avrebbe dovuto durare non più di 8 o 12 mesi, ma in realtà sta andando avanti già da tre anni, col greggio WTI stabilmente inchiodato sotto i 50 dollari americani al barile. Ne ha risentito, alla fine, anche lo stesso settore dello shale oil o petrolio di scisto, il cui “breakeven” è a quota 65 dollari. Insomma, l’industria statunitense dello shale oil adesso è in crisi nera e per questo motivo si sta attaccando il Venezuela, grande produttore di greggio su cui Washington vuole assolutamente mettere le mani.

La scorsa settimana l’Amministrazione Trump ha vietato alle aziende e alle istituzioni finanziarie statunitensi di comprare azioni ed obbligazioni emesse dalle società pubbliche venezuelane, in particolare proprio PDVSA, e dal governo di Caracas. Maduro ha prontamente accusato Trump di voler paralizzare la vita economica del Venezuela, ma ha fatto sapere che comunque il paese onorerà tutti i suoi debiti secondi i tempi stabiliti.

Secondo Francisco Rodríguez, capo analista presso Totino Capital, le sanzioni statunitensi al Venezuela spingeranno sempre più quest’ultimo a rivolgersi ai mercati emergenti, in particolare Russia e Cina, che già riforniscono stabilmente Caracas di capitali freschi. Nel lungo termine, quindi, i rapporti economici fra Caracas e Washington si faranno sempre più marginali, proprio a causa della condotta “autolesionista” degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela.

Nel frattempo, a Caracas, i simpatizzanti dell’opposizione o suoi membri che approvano le sanzioni statunitensi sono già stati ribattezzati “traditori della Patria”.

 

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non alimentare discussioni polemiche e personali, mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected]

Inserisca il suo commento
Inserisca il Suo nome