Dobbiamo a Manfredo Camperio, ma anche a Cesare Correnti, presidente della Società Geografica Italiana, l’interesse che l’Italia della seconda metà dell’Ottocento, subito dopo la sua unificazione, iniziò a maturare nei confronti dell’Africa. Considerata “una vocazione commerciale italiana”, l’Africa si trovò ad essere al centro delle trattazioni della rivista L’Esploratore che proprio Manfredo Camperio fondò nel 1877, e da cui sarebbe in qualche modo derivata anche la successiva Società d’Esplorazione Commerciale in Africa, nel 1879. Ad Alessandro Pellegatta, nostro apprezzato e stimato collaboratore, che proprio su Manfredo Camperio ha scritto un libro uscito il 28 febbraio 2019, abbiamo così pensato di chiedere ulteriori lumi su una questione ben lontana dall’aver perso attualità, poiché, come tutti sappiamo, la corsa alla ricchezza dell’Africa è ancor oggi qualcosa che va avanti a pieno ritmo.

1. L’Italia post-unitaria era un paese ancora molto arretrato in termini economici e produttivi, e da cui pertanto ogni anno emigravano moltissime persone, possiamo dire intere famiglie. Sempre in quegli anni, però, in Europa si cominciava a parlare di colonialismo, soprattutto in base agli esempi già esistenti di Francia ed Inghilterra. Molte figure politiche e militari che avevano partecipato al Risorgimento pensarono che dare all’Italia nuove terre in Africa avrebbe potuto calmierare il problema dell’emigrazione, o quantomeno dare finalmente terreni da coltivare e migliori possibilità di vita a quei tanti italiani che altrimenti sarebbero andati altrove, cominciando dalle Americhe. È davvero questa la molla che porta i primi governi italiani a guardare dapprima alla Tunisia, e quindi all’Africa Orientale e successivamente anche alla Libia?

Il rapporto complesso fra Risorgimento e primo colonialismo è perfettamente esemplificato dalla figura di Camperio, che fu patriota e come tale dovette affrontare il grande dilemma di tutti quegli italiani che, dopo aver lottato contro l’Austria, si diressero in Africa, alcuni non esitando a proporre azioni di conquista militare. La contraddizione era insita nell’idea stessa alla base del progetto coloniale: come poteva un paese che in nome dell’autodeterminazione dei popoli aveva creato i presupposti per le guerre di indipendenza concepire un percorso politico che tali ideali contraddiceva palesemente? Nel processo di incubazione coloniale molti furono gli stimoli e le sollecitazioni (la spinta di chi vedeva nell’Africa un nuovo Risorgimento, la necessità di rispondere ai gravi problemi del Mezzogiorno, il bisogno di nuovi mercati degli imprenditori del Nord,l’urgenza di potenziare e ammodernare la flotta mercantile italiana). Sta di fatto che la Società Geografica Italiana, le società di navigazione (e principalmente la Compagnia Rubattino), la Società d’esplorazione geografica in Africa fondata da Camperio e Luigi Canzi, gli industriali del Nord e la Società del Benadir furono i principali veicoli di penetrazione economica in Africa. I privati ebbero nella prima fase proto coloniale un ruolo di primo piano nella strategia espansionistica. Uno degli scopi fondamentali di tale strategia doveva essere l’aumento delle esportazioni italiane, che a metà degli anni Settanta dell’Ottocento avevano subito una contrazione a causa della crisi del 1873 e dell’inasprimento della concorrenza sui maggiori mercati mondiali.

2. Manfredo Camperio era un uomo dai grandi ideali, ma dal suo lavoro trassero profitto anche ambienti industriali, economici e commerciali non sempre mossi da intenzioni altrettanto elevate. Cosa potrebbe dirci del cosiddetto “Stato di Milano” o ancora delle aspettative che la neonata Italia riponeva verso la nuova rotta inaugurata dall’apertura del Canale di Suez? Camperio fu proprio tra quei pochissimi italiani che rappresentò il suo paese quando tale canale venne inaugurato.

L’immagine africanista di Camperio non appare del tutto netta e i motivi ispiratori del suo agire ebbero sicuramente incertezze e ripensamenti. La sua figura per molti versi è davvero complessa e paradigmatica. Attraverso l’evoluzione dei comportamenti e dei pensieri di Camperio possiamo infatti leggere tutte le fasi della politica coloniale, dal pacifico proto-colonialismo delle origini al colonialismo politico dall’occupazione di Massaua (1885) in poi. Camperio divenne, a partire dalle esplorazioni in Tripolitania e Cirenaica,  la longa manus del governo, pur nei suoi errori e nelle sue valutazioni spesso affrettate, è comunque sempre stato permeato dal mondo “altro”, e pur nei limiti della sua attività pionieristica diede una svolta importante a un paese immobile, abbandonato ai suoi problemi, e continuò per anni a spronare una classe dirigente incapace e lontana dai bisogni del suo popolo. Alla fine, i suoi ideali risorgimentali vennero platealmente disattesi dl militarismo della Colonia Eritrea e dalla Società del Benadir. Negli anni del centralismo crispino avvenne la dura repressione dei Fasci Siciliani e dei moti della Lunigiana (1894). Logge massoniche s’impadronirono dei gangli sia del potere centrale sia coloniale, fino al disastro di Adua (1896) che fece esplodere la tirannia di Baratieri.

3. Spesso si dice “Italiani, brava gente”, ma non sempre è così. Nel suo libro si parla non a caso di situazioni che, in termini eufemistici, potrebbero sembrare contraddittorie o comunque incongrue: per esempio, per il fallimento della missione esplorativa di Orazio Antinori, la morte di Chiarini in prigionia, i traffici di armi fra il conte Antonelli e il negus Menelik, o ancora gli orrori della Società del Benadir, che di fatto venne meno ai suoi intenti inaugurativi. Camperio pensava ad un legame pacifico con quelle terre, ma lo sbarco italiano a Massaua del 1885 e i fatti successivi ben presto vanificarono i suoi auspici.

Tra gli esploratori non era tutto rosa e fiori. Nell’ambito della “grande spedizione” africana capitanata da Antinori nel 1876 vi furono aspri contrasti. Oltre al dualismo tra Società Geografica Italiana e Società di esplorazione commerciale in Africa vi furono anche contasti nell’ambito di quest’ultima in ordine alla conduzione delle spedizioni. Seguirono le uccisioni di Giulietti, Bianchi, Porro e Sacconi causate dall’impreparazione e dalla disorganizzazione. Anche i tentativi di colonizzazione agricola dell’Eritrea, ispirati alla visione “democratica” del colonialismo agricolo di Leopoldo Franchetti, furono vani anche per l’ostilità di Baratieri.

4. Questa domanda, se possiamo dirla così, è a tema libero. Nel senso che il colonialismo italiano, in Africa Orientale, ha certamente prodotto risultati duraturi, dato che tuttora si possono constatare nella loro consistenza; tuttavia, ve ne sono di buoni e di cattivi. Volendo fare un bilancio, cosa possiamo salvare della presenza e dell’interscambio fra gli italiani e le popolazioni locali (eritrei, somali, etiopici) e cosa invece dobbiamo condannare? Quali sono state le differenze fra i semplici cittadini e i loro governanti, soprattutto da parte italiana?

Oggi ci portiamo ancora appresso un passato che non passa. Lo scandalo Cagnassi –Livraghi di Massaua; gli sprechi e i comportamenti lascivi durante l’amministrazione militare della Colonia Eritrea prima dell’arrivo di Ferdinando Martini; le brutali espropriazioni di Baratieri in Eritrea e il più che disinvolto operato della Società del Benadir in Somalia; la deportazione della popolazione della Cirenaica e l’uso dell’iprite durante la guerra di Libia e di Etiopia; l’apartheid, le leggi razziali e contro il madamato; i lager di Nocra in Eritrea e di Danane in Somalia; il massacro di Addis Abeba e dei monaci e diaconi di Debra Libanos in Etiopia a opera di Graziani (che finì in bellezza la sua fulgida carriera nella Repubblica Sociale Italiana). Il colonialismo politico è una macchia che oggi i più vorrebbero cancellare senza nemmeno conoscere. Ma non fu tutto negativo. La promozione della coscienza geografica fu il fondamento e lo stimolo delle politiche espansionistiche e coloniali, e creò un immaginario che permeò il comune sentire delle masse e contribuì alla costruzione dell’identità nazionale dopo l’Unità e favorì la conoscenza della diversità africana. Molti dei protagonisti (intellettuali, scienziati, politici, esploratori) di questa prima fase pionieristica affidata all’iniziativa privata erano stati anche attori e patrioti del Risorgimento, e a loro volta divennero i fautori di nuove ideologie. Il sogno coloniale si andò progressivamente affermando attraverso una paziente produzione scientifica, la letteratura di viaggio e la memorialistica, la narrativa popolare e colta, l’arte figurativa e la fotografia. Tramite Camperio e Correnti l’Africa entrò nelle case degli italiani.

5. Camperio colse il senso della “resilienza”, che sicuramente è una dote atavica di quei popoli: come possiamo giudicare quella dote oggi, alla luce anche degli odierni fatti politici? Nella ritrovata pace fra i popoli e i governi dell’Africa Orientale, e soprattutto nella ripresa di un dialogo fra questi paesi e l’Italia, possiamo ritrovare qualcosa degli insegnamenti di Camperio, anche se inconsapevolmente vissuti ed interpretati?

Per tutta la sua vita Camperio non lesinò il suo impegno, e con la sua fisicità e concretezza non si sottrasse ad alcuna responsabilità e fatica. Diede a sua figlia Sita il nome di una divinità indiana. E per la bella cappella funeraria di famiglia, oltre alle iscrizioni tratte dall’Apocalisse, scelse delle incisioni a caratteri arabi che ancor oggi possiamo leggere nel cimitero di Villasanta. Oltre che un appassionato esploratore, fu uno straordinario divulgatore e lettore. Fu uno straordinario sperimentatore e un precursore degli inizi della fotografia moderna, e tentò sempre strade nuove senza preoccuparsi dell’insuccesso o della sconfitta.

Il viaggio per Camperio era una condizione ovvia e indispensabile, un concetto che egli riteneva fondamentale nella storia, nella cultura e nell’economia umane, e questo lo avvicinava molto agli arabi, che probabilmente a causa delle loro origini nomadi si sono trasformati più facilmente in mercanti nel corso dei secoli. Per questo forse, onde accompagnare l’ultimo viaggio dei suoi familiari e il proprio, decise di adornare (caso unico all’epoca) la cappella funeraria della Famiglia Camperio con frasi arabe inneggianti ad Allah, così come Ibn Battuta soleva rivolgersi a Dio per affrontare le avversità e i pericoli che costellavano i suoi itinerari. Camperio ci ha insegnato anche una dote fantastica, la resilienza, cioè la capacità di rialzarsi, di resistere ai colpi e di non arrendersi mai. Di continuare a provarci nonostante i precedenti fallimenti e la sorte avversa. Se guardiamo alla storia i più grandi uomini hanno sempre coltivato la resilienza per diventare più forti, più saggi, per donare al mondo la loro grandezza, senza aspettare le giuste condizioni, ma al contrario cercando di generare le condizioni giuste. Camperio, pertanto, può essere considerato un grande uomo e dobbiamo ancora ringraziarlo per quella sua straordinaria capacità di farsi portatore degli ideali risorgimentali e per quella sua particolare vocazione all’Africa,di cui oggi si sente tanto la carenza.

Dobbiamo ritornare allo spirito di Camperio per comprendere l’Africa,questo continente da secoli al centro degli appetiti politici ed economici internazionali e che, pur impoverito dalle sue disperate ondate migratorie verso l’Occidente e continuamente depredato delle sue risorse materiali, sta faticosamente cercando di uscire da vecchi e nuovi colonialismi per intraprendere la strada dello sviluppo e di un’effettiva indipendenza.

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