“Ciò che io non posso come uomo, dunque ciò che non possono tutte le mie sostanziali forze individuali”, secondo Marx, “lo posso mediante il denaro”. [1]

Chissà quale sarebbe il pensiero del barbuto autore del Capitale sul ddl Cirinnà che ha provato a legittimare anche in Italia la pratica dell’utero in affitto. E chissà se sarebbe felice di scoprire che a proporlo, sostenerlo strenuamente e promettere di votarlo sono stati proprio i suoi nipotini alla lontana.

Nonostante i consueti mal di pancia, i parlamentari delle due anime PD – quelli per cui Marx era il Vangelo e quelli che avevano scambiato il Vangelo per Marx – si sono ricompattati in aula ed hanno approvato il provvedimento, immolando, però, sull’altare della stabilità governativa l’agnello sacrificale della “stepchild adoption”.

In attesa del disco verde sul piano legislativo, la pratica dell’utero in affitto sta già conoscendo un tentativo di sdoganamento culturale come dimostra l’articolo[2] comparso su “Repubblica” il 10 Dicembre scorso. Nonostante il  proposito da panegirico, la testimonianza delle due donne rivela le contraddizioni implicite nella maternità surrogata: la mercificazione del corpo umano e lo sfruttamento dei ricchi sui poveri.

Stupisce che sia proprio quella sinistra italiana, ancora imbevuta di femminismo e che non ha mai reciso il cordone con una certa tradizione globalista, a farsene portavoce.

L’antico e consumato schema del povero orientale sfruttato dal ricco occidentale trova linfa nel fenomeno del turismo riproduttivo, nuova forma di colonialismo perpetuato dietro la maschera di un paternalismo buonista e sostenuto dal progressismo nazionale più moralista.

Gli stessi delle marce pacifiste contro le guerre di Bush o dei cortei in difesa del corpo delle donne  si riscoprono al fianco di chi, facendo della genitorialità un diritto e non un dono, trasforma la procreazione in un diritto e la miseria di altri in un’opportunità personale. Nella pratica dell’utero in affitto s’incontra la possibilità di una coppia occidentale di sborsare soldi per “realizzare un sogno” con la necessità di una donna ucraina o indiana di accettarli per il proprio tenore di vita. Quest’incontro non è forse il risultato di quegli squilibri dell’economia globale contro cui si scagliano i progressisti di casa nostra?

Ma forse il vecchio Marx non è così incolpevole: è proprio la sua visione materialistica delle relazioni umane, unita all’eliminazione di Dio dalla società, che consente agli individui di giocare a fare i creatori e a legislatori poco saggi di permetterglielo.

Nico Spuntoni

[1] K. Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, pp. 252-256.

[2] C. Pasolini, “Noi donne diventate madri grazie all’utero in affitto”, Repubblica, 10 Dicembre 2015.

 

UN COMMENTO

  1. Che c’ entra Karl Marx,con l’utero in affitto!!O,meglio,può’ c’entrare in un solo senso,cioè’ nella condanna .marxiana
    Della praticadell’utero in affitto,perche’mercificazione del corpo umano,conseguenza della mercificazione del lavoro umano e della natura,operata dal capitalismo!!!

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