Massaua e il Mar Rosso, da sempre, appartengono a una geografica variabile. Lo spazio eritreo si presenta infatti fin dall’antichità come molto complesso e articolato, con proiezioni economico – sociali non solo verso l’interno dell’Etiopia e del Sudan ma anche verso l’Arabia, l’India e il Mediterraneo.

L’Eritrea ha da secoli un suo rilevante spazio geo – strategico che va ben al di là dei suoi attuali confini, in quanto ha combinato tra loro dimensioni territoriali diverse nell’ambito di una macroregione (il Corno d’Africa) già di per sé complessa. Anche la definizione dello spazio coloniale non poteva che affrontare l’alterità eritrea e massauina: comprendere tale complessità era fondamentale per il governo della Colonia Eritrea, e come scrisse Cesare Correnti, presidente della Società Geografica Italiana, “[…] conoscere val quanto possedere; perché solo conoscendo si può discernere ed eleggere il meglio del possesso”.

Di questa intricata questione ho voluto personalmente occuparmene anche in un libro che ho scritto (al momento disponibile in ebook), che descrive la storia di una città e del suo mare, che oggi come allora sono al centro dei complessi equilibri del Corno d’Africa e dell’intero globo, e che ci parla ancora di alterità e di labili frontiere tra vari mondi possibili, e soprattutto della necessità sempre più impellente di integrare pacificamente popoli, economie e culture.

Il Corno d’Africa è diventato nell’ultimo quindicennio il protagonista di dinamiche politico-economiche rilevanti a livello globale. La vicinanza di svariati scenari di crisi (di cui quello yemenita mantiene la sua preminenza) e la sua posizione altamente strategica hanno favorito la corsa verso quest’area da parte di svariati attori esterni attraverso l’istallazione di strutture militari, la costruzione di hub logistico – portuali, o il semplice controllo delle rotte marittime. A fronte di questa rilevanza geo – strategica, il Corno d’Africa resta comunque una delle regioni del mondo con i più bassi livelli di sviluppo socio-economico e i tassi più elevati di vulnerabilità ambientale. Crisi umanitarie e ambientali a loro volta generano ondate migratorie che si riflettono sull’intero continente africano ed europeo.

Ormai la grande crescita cinese fondata sul denaro e sulla convenienza economica non sorprende più nessuno nemmeno nell’Europa cristiana e liberale. Quello esercitato dalla Cina è un ruolo di potere mondiale senza precedenti, contro cui gli USA di Trump stanno tentando l’arma (spuntata) dei dazi protezionistici. Ma la marcia di Pechino appare inarrestabile. Si va dall’acquisto di quote importanti del debito pubblico di paesi sovrani (tra cui il 12 per cento di quello statunitense), alla costruzione delle celebri “via della seta”, cioè alle grandi iniziative infrastrutturali e commerciali destinare a ridisegnare la geoeconomia del mare e a collegare la Cina all’Eurasia, al Mediterraneo e all’Atlantico attraverso l’acquisto di quote di partecipazione nei grandi porti, e in Africa attraverso l’acquisizione di vasti spazi agricoli per produrre cibo da importare in Cina e che, accompagnato dalla fornitura di infrastrutture e dalla vendita di armi, si configura come una vera e propria “sinizzazione” dell’Africa stessa.

Se la creazione di grandi porti è una delle condizioni necessarie per la crescita economica attraverso il canale delle infrastrutture di trasporto, la parola chiave per far sì che la presenza di tali infrastrutture sia anche una condizione sufficiente per la crescita è intermodalità. Per massimizzare le potenzialità delle infrastrutture portuali occorre connettere le stesse al territorio circostante attraverso adeguati collegamenti terrestri, tendenzialmente di natura ferroviaria (per poter movimentare via terra i container). Tutto questo per il territorio eritreo si trasformerà inevitabilmente in una grane sfida economica, progettuale e culturale, posto che le sue attuali infrastrutture ferroviarie e stradali risalgono al colonialismo italiano. Anche le infrastrutture del porto di Massaua necessitano di nuovi interventi. Oltre alla logistica le nuove grandi navi porta container hanno bisogno di acque profonde. La nuova sfida culturale sarà riuscire a coniugare sviluppo e rispetto dell’habitat e delle preesistenze.

Senza la memoria il Corno d’Africa, e con esso il Mar Rosso e Massaua, resteranno sempre in balia delle macro-dinamiche del momento. Solo penetrare le prospettive storiche e la conoscenza della ricchezza culturale e umana di questa regione potranno in avvenire tutelarci dagli esiti, spesso imprevedibili, delle contingenze. Oggi, come allora, il Corno d’Africa, così come le sub-regioni del Canale di Suez, del Mar Rosso, del Golfo di Aden, del Bab el-Mandel e della costa somala, sono realtà tra loro estremamente differenti ma accomunate da alcuni quid e soprattutto dai flussi marittimi. Ora che finalmente l’Eritrea è tornata protagonista del suo futuro dopo anni di resilienza, non resta che sperare che lo sviluppo sostenibile dei suoi porti (tra cui quello di Massaua) diventi un motore di crescita per questo martoriato paese, che è tornato ad essere crocevia degli interessi globali e continua a posizionarsi strategicamente con le sue coste sul Mar Rosso.

Comunque vadano le cose, noi italiani saremo sempre in Eritrea. Non lasceremo mai questa terra difficile, meravigliosa e complessa. Ci lega ad essa un profondo, inspiegabile e indissolubile legame. Più solido delle convenienze economiche, delle difficoltà, dei pregiudizi e degli egoismi. Ameremo sempre la bellezza astratta del paesaggio surrealista eritreo, il suo strano colore purpureo, i suoi infiniti contrasti. Ameremo tutto di questa terra, sì, anche il caldo opprimente dei bassopiani marini e degli arcipelaghi corallini, e le lande più aride, dure, infeconde dell’altopiano. Anche quando arriveranno le strade e le ferrovie moderne, noi viaggeremo ancora sui tracciati immaginari e impossibili dei nostri primi esploratori che percorsero questi territori, verso gli orizzonti sognati e i miraggi che ci appartengono da sempre. E come gli “insabbiati” descritti da Tommaso Besozzi saremo sempre alla ricerca del nostro settimo viaggio.

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Alessandro Pellegatta è nato nel 1961 a Milano, dove vive e lavora. Si dedica da anni alla letteratura di viaggio. Per FBE ha pubblicato nel 2009 un libro sull’Iran (Taqiyya. Alla scoperta dell’Iran), mentre per Besa editrice ha pubblicato i reportage Agim. Alla scoperta dell’Albania (2012), Oman. Profumo del tempo antico (2014), La terra di Punt. Viaggio nell’Etiopia storica (2015), Karastan. Armenia, terra delle pietre (2016), Eritrea. Fine e rinascita di un sogno africano (2017), Vietnam del Nord. Minoranze etniche e dopo sviluppo (2018). Il 28 febbraio 2019 uscirà un suo nuovo volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana in Africa intitolato Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa. Due nuove opere sulla storia del Mar Rosso e di Massaua e sull’Algeria sono al momento disponibili in versione ebook su Amazon Kindle. Partecipa da anni ad eventi e convegni relativi alla cultura di viaggio, e collabora con svariati siti e riviste sui temi legati alle minoranze etniche e la difesa dei diritti dell’uomo.

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