Vladimiro Caminiti, un giornalista che non ha bisogno di presentazioni, di lui ha scritto così: “Era cresciuto senza scarpe e soffrendo la fame. Kalman Konrad lo aiutò a diventare il finissimo rapsodico del calcio. Uno stelo appeso a due occhi azzurri che saettava come una freccia verso i gol più meravigliosi”.

E, colpa di un destino mai banale, lui, questo rapsodico del pallone, l’ultima volta che ha deliziato il mondo è stato il dì di Santo Stefano del 1938. L’Austria Vienna, la sua squadra, giocava contro l’Hertha Berlino proprio nella capitale tedesca, simbolo di quella Germania nazista e hitleriana che era uno sfarzo e un vanto continuo e pronta di lì a poco a tentare di conquistare l’Europa. Nazione, però, e nazionale che aveva rifiutato.

Eccolo, allora, “Cartavelina”, come era simpaticamente soprannominato. Eccolo, dunque, il Mozart del calcio, come lo hanno etichettato qualche intenditore di quella sfera che rotola. Eccolo, quindi, Matthias Sindelar, quell’esile artista del goal che è entrato di diritto nella storia. Sia in quella del calcio, e non solo di quella austriaca, ma di quella generale.

Nato a due passi dell’attuale Slovacchia nel 1903 e di origine ebraica, vive in una famiglia dalle modeste condizioni economiche e ben presto di trasferisce a Vienna dove capisce di poter sfondare come calciatore.

Scoppia la Prima guerra mondiale, e per la famiglia Sindelar iniziano i drammi, quelli seri. Il papà muore sul fronte, la mamma deve mantenere Matthias e tre sorelle portando avanti una lavanderia.

Il ragazzo aiuta in casa, ma quando può si butta in strada a calciare palle improbabili fatte di stracci. Qualcuno, però, lo nota e principia a fare strada giocando dapprima nell’Hertha Berlino e poi nella FK Austria, che nel 1927 porta a vincere la Mitropa Cup, che allora aveva un enorme significato. Si spalancano le porte della Nazionale austriaca, che con lui raggiunge gli anni di maggior splendore. Agli albori degli anni ’30, e nel 1934 ai Mondiali in Italia, davanti a un altro regime, quello fascista, i biancorossi chiudono quarti. Il problema, però, è un altro: il Fuhrer da un anno è diventato anche cancelliere, si iniziano ad aprire i campi di concentramento e molti ebrei come Matthias vengono strappati alle famiglie e deportati.

In quella Coppa del Mondo italica Sindelar non scende in campo per disputare la finalina per il terzo posto, ma invece è presente quasi quattro anni più tardi in quella che non sarà una partita come tutte le altre. D’altronde, come può esserlo? Evidenziamo la data: 3 aprile 1938. Vienna. Si festeggia la pacifica annessione del Paese alla Germania. Ovunque bandiere con la svastica a benedire l’Anschluss. Il rettangolo verde più famoso della capitale è in festa per la partita con i “fratelli tedeschi”. Il capo di quei fratelli, Adolf Hitler, nell’ottica della Grande Germania, investe nello sport come non mai e, dopo le Olimpiadi di Berlino di due anni prima, vuole conquistare la Coppa Rimet che quell’anno si svolgerà in Francia. E vuole farlo anche grazie ai calciatori austriaci. A cominciare da Sindelar, appunto.

Lui, però, rifiuta. Eroicamente. Alcuni suoi compagni non sono stati così coraggiosi, e dopo il deludente Mondiale francese scappano all’estero. Per Matthias, però, è l’inizio della fine. Viene trovato morto il 23 gennaio 1939. Non ha ancora compiuto 36 anni. Come muore? La versione ufficiale è “avvelenamento da monossido di carbonio”. Ma la tesi appare dubbia: qualcuno ha parlato di suicidio, altri di omicidio (da parte della Gestapo), altri ancora di incidente. Quel che è certo è che la polizia austriaca archivia il caso in fretta, tanto è vero che dopo la guerra sparisce anche l’incartamento. Ma quei giorni in cui il Mozart del calcio ha deliziato il mondo non li cancellerà mai nessuno.

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