Nel suo libro ‘Psicologia della cultura’, pubblicato nel 2004, Luigi Anolli sottolineava le grandi differenze esistenti tra le diverse culture nella relazione tra l’individuo e i gruppi di appartenenza. Secondo lo schema proposto dall’autore, nella cultura occidentale l’autonomia è un valore fondamentale, la società è vista come un insieme di singoli cittadini, i quali sono tenuti ad obbedire a delle leggi da loro stessi approvate, mentre la cultura orientale si fonda su una prospettiva olistica, l’individuo non è considerato come a sé stante, ma come parte inscindibile dell’organismo sociale, il valore cardine è l’armonia, declinata in termini di solidarietà, coesione e cooperazione. All’interno delle diverse culture esistono poi notevoli differenze tra le persone, ma anche all’interno dei cosiddetti occidente ed oriente si contrappongono visioni del mondo che si differenziano nettamente tra loro, senza coincidere coi poli della dicotomia proposta, che possono essere visti piuttosto come i due estremi di un continuum lungo il quale si possono collocare tutte le culture.

E’ evidente che l’ideologia individualista fa sentire il proprio peso soprattutto nelle società occidentali, spesso sfociando in una diffidenza generalizzata verso tutto ciò che sa di collettivo, dovuta al fatto che si tende a dare per scontato che in un gruppo di persone allargato l’emotività finirà per prendere sempre il sopravvento sulla razionalità degli individui.
E’ nei fatti che in occidente il liberalismo ha prevalso sul comunismo, quindi anche l’individualismo, che rappresenta uno dei presupposti filosofici del liberalismo, ha vinto sul collettivismo, ma l’individualismo vittorioso è di un genere particolare: è soltanto quello economico.

Il fondatore dell’economia come scienza autonoma, slegata da vincoli con la morale, la religione e la politica, è considerato Adam Smith, che pubblicò nel 1776 la sua celeberrima ‘Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni’. Una delle frasi più citate dell’opera è la seguente: “non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del loro interesse”. Per l’autore, la regola economica fondamentale è a logica del guadagno, che riuscirebbe a creare una “mirabile armonia” tra gli interessi delle classi socialii: interessante trovare nelle parole di uno dei padri del pensiero occidentale un riferimento così esplicito al valore orientale per eccellenza.

Centrale non è allora l’individuo, ma l’interesse individuale, che è per l’appunto il guadagno: come spiega Domenico Parisi, scienziato cognitivo del CNR, “le società occidentali tolgono ogni limite alla libertà dell’individuo in modo che possa essere interamente assoggettato al marketing”.
Oggi si fa molta retorica sui diritti individuali (concedendone però pochini, in concreto), ma per un vero individualismo, per mettere “l’individuo al centro”, si dovrebbe promuovere il raggiungimento da parte del maggior numero di persone possibile l’indipendenza e l’autonomia in senso completo, quindi comprendente il senso critico e la capacità di mantenere il proprio punto di vista anche di fronte alla pressione degli altri.
Però, com’è noto, le persone così, che sono le sole che meriterebbero di essere definite individui, sono difficili da controllare e al potere dà fastidio che ce ne siano in giro troppe. D’altra parte hanno spesso una marcia in più, poiché sono quelli più creative ed allora ad uno stato converrebbe averne tante tra i propri cittadini, se solo sapesse valorizzarle.

Alcuni esseri umani degni di essere definiti individui, cioè liberi da un punto di vista psicologico, vi sono sempre stati: come abbiamo già spiegato in un nostro precedente articolo la prescrizione ‘conosci te stesso’ si può considerare la base della filosofia e della spiritualità tanto occidentali che orientali. E per essere se stessi è ovvio che si debba prima di tutto conoscersi, ovvero diventare consapevoli dei propri pensieri, sentimenti e sensazioni.
I veri individui possono rivelarsi delle schegge impazzite, ma non è detto che le cose vadano per forza così: potrebbero invece inserirsi nella società e non recarle danno, semmai stimolarla in senso positivo, perché ciò accada è però necessario che la società sia in grado di accoglierli, anziché di combatterli.

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