Michele, un ragazzo trentenne di Udine, alcuni giorni fa ha deciso di dire addio alla sua breve vita, lasciando una commovente ma lucidissima lettera ai genitori (1).

Apparentemente essa sembra una lettera di scuse, una richiesta tardiva di perdono, ma in realtà esprime tutto il disagio di un giovane, vittima innocente di una società che ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive e annullando tutti i suoi sogni.

Michele è stanco di trovarsi in una situazione di continuo precariato, ambirebbe ad un lavoro stabile, in qualità di grafico pubblicitario, vorrebbe una “tranquillità economica”, una famiglia propria da amare, alcune ambizioni da soddisfare.

Purtroppo i colloqui di lavoro sono costellati da continui rifiuti, le sue aspettative sono costantemente disilluse, la sua serenità ripetutamente sottoposta ad ardue prove che producono solo risultati negativi.
Alla fine Michele non trova nessuno che lo rappresenti, che capisca il suo desiderio di emergere e valorizzare le sue capacità. Egli non si riconosce più e soprattutto non riconosce più la possibilità di vivere un futuro, che secondo lui non potrà che procurargli ulteriori sofferenze. Decide quindi di arrendersi, di non combattere più, di non sopravvivere.

In questo momento, in Italia, la disoccupazione giovanile rappresenta oltre il 40% e almeno due ragazzi su dieci non trovano alcun tipo di occupazione. Non tutti per fortuna si suicidano; alcuni capiscono che stanno vivendo solo momenti temporanei di forte disagio, altri trovano la forza e la capacità di farsi aiutare.

Michele era forse più sensibile di altri, oppure non ha saputo incanalare il suo forte dolore in altre prospettive che lo avrebbero aiutato a vedere la realtà in maniera meno tragica.

Adesso lui non c’è più e noi non siamo nessuno per giudicare. Possiamo solo restare in silenzio e sperare che abbia trovato finalmente la pace.

Nello stesso modo abbiamo il diritto – dovere di comunicare ai giovani che c’è sempre una speranza, che la vita è un dono meraviglioso e non deve essere gettata, e che bisogna sempre chiedere aiuto se ci si trova in difficoltà, in quanto esistono strutture in grado di fornirlo.

La disperazione è come una brutta malattia, dalla quale si può e si deve guarire, in quanto dopo il buio arriva sempre la luce. Parimenti, abbiamo il dovere di riprenderci ciò che è sancito come primo articolo della carta costituzionale: il lavoro. Solo così, possiamo garantire alle giovani generazioni e a quelle che verranno quel futuro che Michele non ha visto.

 
(1) http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2017/02/07/news/non-posso-passare-il-tempo-a-cercare-di-sopravvivere-1.14839837