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Come abbiamo già detto nei precedenti articoli, difficilmente si farà giustizia nella vicenda del Monte dei Paschi di Siena. Troppi gli interessi e troppo importanti coloro che ne sono implicati; servirebbe una vera e propria rivoluzione. Allo stesso tempo, si farebbe soltanto male a pensare che il problema dei crediti deteriorati e della crisi delle banche italiane possa essere imputata solo alla mala gestione, al’affarismo e alle implicazioni con la politica. Ricordiamo che grazie all’austerità, l’Italia ha trascorso tredici trimestri in recessione, un periodo tale da minare alla stabilità di qualsiasi sistema bancario. Senza tenere in conto questo, probabilmente il malaffare nelle banche non sarebbe nemmeno emerso.

Tuttavia, è pur giusto che certe cose si sappiano e che qualche nome venga fatto, visto che i soldi del risanamento ce li metterà il pubblico. Chi scrive non è abituato a fare inchieste, quindi ci limiteremo a fare una rassegna di notizie citando le dovute fonti.

Il Sole24Ore ha pubblicato l’elenco dei debitori morosi di Mps, che hanno contribuito ad accumulare 47 miliardi di sofferenze. Vi leggiamo:

“Tra i protagonisti di spicco più emblematici, come ha ricostruito Il Sole24Ore, figura sicuramente la famiglia De Benedetti e la sua Sorgenia. Emblematica per dimensioni e per quel ruolo innaturale che ha svolto Mps. La Sorgenia si è indebitata per 1,8 miliardi con il sistema bancario. La sola Mps, chissà come, si è caricata di ben un terzo di quel fardello. Seicento milioni erano appannaggio del solo istituto senese che ha fatto lo sforzo più ingente rispetto al pool di 15 istituti che avevano finanziato la società elettrica finita a gambe all’aria. I De Benedetti capita l’antifona della crisi irreversibile non si sono resi disponibili a ricapitalizzare come da richiesta delle banche. Alla fine il «pacco» Sorgenia è finito tutto in mano alle banche che hanno convertito l’esposizione creditizia in azioni. E Mps si ritrova ora azionista della Nuova Sorgenia con il 17% del capitale. Per rientrare dal credito prima o poi, occorrerà risanare la società e venderla. Oggi Sorgenia è tra gli incagli di Mps. Non solo, nel 2015 la banca ha svalutato i titoli Sorgenia per 36 milioni di euro.”

Secondo nome sulla lista è quello di Luigi Zunino: “L’ex immobiliarista rampante cumulò debito con il sistema bancario per 3 miliardi. Tuttora la sua ex Risanamento è inadempiente con Mps che ha, sempre nel 2015, svalutato titoli in portafoglio per 11,6 milioni.”

Terzo è Gianni Punzo “azionista di peso di Ntv e patron e ideatore dell’interporto di Nola, la grande infrastruttura logistica del meridione. Da tempo la Cisfi, la finanziaria che sta in cima al complesso reticolo societario è in affanno per l’ingente peso debitorio. Anche qui le banche Mps in testa hanno convertito parte dei prestiti in azioni. Mps è oggi il primo socio della Cisfi sopra il 7% (con Punzo al 6,1%).”

Compaiono anche i nomi di Roberto Bartolomei e Riccardo Fusi con il caso Btp, Giuseppe Statuto, e il costruttore Massimo Mezzaroma.

Ma continuiamo a citare l’articolo del Sole24Ore: “E poi residua a bilancio dal 2007 il disastroso progetto immobiliare abortito di Casalboccone a Roma eredità dei Ligresti che vede Mps azionista (in cambio dei crediti non pagati) con il 22% del capitale. Il capitolo Coop vede Mps protagonista della ristrutturazione del debito di Unieco.”

E ancora per chiudere in bellezza: “Tra i dossier immobiliari c’è il finanziamento di alcuni fondi andati in default: come un veicolo gestito da Cordea Savills, finanziato con eccessiva leva da Mps, che aveva in portafoglio gli ex-immobili del fondo dei pensionati Comit. Ma Mps ha finanziato anche alcuni dei fondi di Est Capital, società finita in liquidazione che gestiva il progetto del Lido di Venezia.

E infine c’è il capitolo della partecipate pubbliche. Mps è inguaiata con pegni o titoli in Scarlino Energia; Fidi Toscana; Bonifiche di Arezzo; l’Aeroporto di Siena e persino le Terme di Chianciano.”

In un altro articolo pubblicato su Libero, del 15 dicembre scorso, Franco Bechis ci ricorda che i guai di Mps iniziarono tutti con l’acquisizione nel 2008, da parte dell’istituto creditizio senese, di Banca Antonveneta, per la cifra spropositata di 17 miliardi di euro. Bechis commenta la pubblicazione della lettera con la quale, l’allora Governatore della Banca d’Italia, un certo Mario Draghi, dava il via libera a quella maldestra operazione. A dover di cronaca, c’è da dire che questa lettera è stata acquisita in due processi sul caso Mps, ma i Pubblici Ministeri hanno “escluso ogni responsabilità penale della banca centrale italiana e dello stesso attuale presidente della Bce”. 

Un estratto della lettera di Banca d’Italia su Antonveneta.

 

Leggiamo l’articolo di Libero:

“L’esistenza di quella lettera era nota, e la sua versione integrale (3 pagine) è stata acquisita anche in due processi che riguardavano l’istituto senese, a Siena e Roma, e in entrambi i casi i pubblici ministeri hanno escluso ogni responsabilità penale della banca centrale italiana e dello stesso attuale presidente della Bce, Draghi. Un avvocato che agisce come socio di Mps, Paolo Emilio Falaschi, ha però impugnato quella decisione e ancora sta provando ad ottenere da un tribunale un provvedimento che certifichi l’invalidità di quella autorizzazione di Draghi, e il conseguente annullamento dell’acquisto di Antonveneta che è all’origine anche degli attuali guai. Mai ci riuscisse, e Mps si vedesse restituire i 17 miliardi di euro che complessivamente era costata quella operazione, certo tutti i problemi senesi verrebbero risolti come d’incanto e l’intervento dello Stato non sarebbe più necessario.

La strada è sicuramente in salita, però non così strampalata perché quella lettera di Draghi si unisce a un documento della vigilanza della banca centrale successivo a una ispezione ad Antonveneta di poco precedente (il 9 marzo 2007), in cui venivano espressi dubbi sulla solidità patrimoniale della banca che avrebbe da lì a poco comprato Mps e si segnalava fra i motivi un prestito di 7,9 miliardi di euro in essere con gli olandesi di Abn Amro. E’ proprio quella la cifra alla base delle azioni giudiziarie intentate, perché avrebbe portato il costo complessivo dell’acquisto di Antonveneta per Mps a 17 miliardi di euro. Invece l’allora governatore della Banca di Italia scrisse- pur conoscendo quei 7,9 miliardi di debito con gli olandesi- “l’acquisizione del complesso aziendale riferito ad Antonveneta comporterà un costo di 9 miliardi di euro, l’esborso effettivo sarà maggiorato del controvalore della vendita di Interbanca, che comporterà un aumento della liquidità di Antonveneta di pari importo”.

Ma anche il passaggio successivo di Draghi desta qualche sorpresa rispetto alla tradizionale prudenza della Banca di Italia. Perché spiega come Mps avrebbe trovato quei 9 miliardi necessari all’operazione: “un aumento di capitale per 6 miliardi (di cui 1 miliardo con esclusione del diritto di opzione), l’emissione di strumenti ibridi e subordinati per complessivi 2 miliardi e il ricorso a un finanziamento ponte per 1,95 miliardi da rimborsare anche mediante cessione di assets non strategici”. Non solo Draghi descrive quel tipo di reperimento dei fondi, ma ne sposa la ratio, subordinando espressamente l’acquisto di Antonveneta “alla preventiva realizzazione delle misure di rafforzamento patrimoniale programmate, con specifico riguardo agli interventi di aumento di capitale e di emissione di strumenti ibridi e subordinati, in osservanza delle vigenti disposizioni normative in materia di patrimonio di vigilanza”.Attenzione, siamo nel 2008. Quindi proprio nel momento dell’esplosione della crisi finanziaria in tutto il mondo legata proprio all’emissione di quegli “strumenti ibridi e subordinati” che vengono raccomandati da chi aveva istituzionalmente la tutela della “sana e prudente gestione” delle banche italiane.

Ed è proprio quel passaggio che fa insorgere Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef che si chiede ora “ Perché Bankitalia e Draghi favorirono quella rischiosa operazione, nonostante conoscessero dalle ispezioni, che MPS non avesse i conti in ordine dopo l’acquisto di Banca 121 (ex Banca del Salento) ad un prezzo proibitivo, lo scandalo di May Way e For You?” Secondo Lannutti “Draghi non era uno sprovveduto: oltre che Governatore di Bankitalia, era presidente del Financial Stability Forum, un organismo internazionale nato nel 1999 su iniziativa dei Ministri finanziari e dei Governatori delle Banche centrali del G7, per promuovere la stabilità finanziaria internazionale e ridurre i rischi del sistema finanziario”. Il numero uno di Adusbef si fa una domanda maliziosa: “Draghi autorizzò quella rischiosissima operazione con Antonveneta per non pregiudicare gli appoggi politici del PD e di ambienti di Forza Italia (allora al governo) tutti legati a Mps nel groviglio armonioso del ‘sistema Siena’, visto che avrebbero potuto ostacolare le proprie ambizioni alla presidenza della Bce?”

Insomma, questo basta per farsi un’idea sugli interessi che ruotano intorno al Monte dei Paschi. Lasciamo al lettore  di farsi un proprio giudizio sulla questione. Se poi non siete ancora soddisfatti di quel che avete letto, vi invitiamo a spendere meno di un’ora del vostro tempo e di guardarvi questa video-intervista di Claudio Messora (Byoblu) a Claudio Borghi Aquilini, il quale in Regione Toscana è stato vice-presidente della commissione d’inchiesta sul caso Mps.

Marco Muscillo.

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Marco Muscillo
Nato nel 1988 a Tricarico in provincia di Matera. Vive in Umbria da più di 20 anni. Ha studiato Storia della Società, della Cultura e della Politica all'Università di Perugia. Essendo ancora disoccupato, ogni tanto si diverte a scrivere articoli per l'Opinione Pubblica.

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