C’è un libro di Eugenio Montale poco conosciuto che si intitola “Fuori di casa”. Pubblicato da Riccardo Ricciardi nel 1969, raccoglie gli itinerari di viaggio del grande poeta italiano. Il primo brano è dedicato proprio alla sua terra natale, le Cinque Terre. Prima di essere aggredite dal turismo di massa, esse rimasero per secoli abbandonate a se stesse. Paesaggi marini e montuosi austeri, una povertà diffusa, paesi arroccati tra le rupi e il mare alimentarono la poetica di Montale. Villaggi di zappatori d’orto e di barche di piccolo cabotaggio dedite alla pesca del pesce azzurro. Un ambiente avaro di spazi, fatto di povere case e di muretti a secco dove prospera tutto l’anno la parietaria per la gioia degli allergici. Una specie di ancestrale Calabria innestata in terra ligure. Nulla di più.

Un tempo il territorio delle Cinque Terre apparteneva alla Lunigiana, antica regione che sconfisse Roma al Saltus Marcius, località sita vicino a Sarzana. Gli Apuani, dopo aver massacrato una legione romana, vennero deportati a migliaia nelle terre del Sannio, ma alleandosi con i Sanniti sconfissero nuovamente Roma. Come gli Apuani, anche i Monterossini sono un popolo indomito, tenace, cocciuto, che si inerpica come le capre per coltivare la vigna o l’orto. Si nasceva e si moriva in un fazzoletto di terra e di sassi, in spazi obliqui e spesso malsani. Giungo a Monterosso. Non cerco il mare o la spiaggia, non guardo lo spettacolo dei limoni ma mi inerpico testardamente lungo un caruggio per andare al cimitero, arroccato in un luogo spettacolare dentro i ruderi di un castello fortificato. Da lì si osserva meglio la baia di Fegina, che lambisce la frigida Punta Mesco.

Le Cinque Terre sono tutte un susseguirsi di promontori rocciosi, spesso a picco sul mare, di baie nascoste e terrazzamenti costruiti a forza di braccia per ricavare piccoli fazzoletti di terra sassosa e magra, spesso flagellati dal libeccio e che, come ha scritto Eugenio Montale, “…scaglia scaglia, lividi, mutano colore”. Come un cane randagio percorro sentieri seminascosti nella macchia mediterranea di lentischi, eriche e euforbie. Mi piace venire qui specie d’inverno a respirare l’aria impregnata dalla salsedine durante le forti mareggiate che si abbattono sulla costa. Ascoltare il forte rumore della risacca che risucchia i ciottoli, e intravedere il giallo dei limoni dietro mal chiusi portoni tra gli alberi. Abitare tutta la precarietà degli orti semi abbandonati. Il rumore del mare in tempesta e il vento attaccano la ruggine della mia mente, incrostata dalle preoccupazioni futili del presente: e la mente si acquieta, si purifica dalle sue scorie, concedendosi voluttuosamente alle meraviglie dell’orizzonte.

Che buontemponi questi Monterossini! Tra le lapidi sospese e incastrate nelle pareti di roccia del cimitero di Monterosso trovo quella di Brigida Desimoni in Accini, vita esemplare di madre e di sposa, che spirò il 30 febbraio 1899 (?). Sarà, ma oggi il mare risplende immemore nel suo attonito azzurro, dopo una burrascosa giornata da pioggia battente e di vento. Più in là c’è l’urna di Domingo Montale, il padre severo di Eugenio e contitolare di una ditta di acquaragia, dentro la cappella di famiglia. Si è da poco schiantato per il troppo vento un bell’albero di pitosforo nella parte più antica del camposanto: i fiori, bianchi e profumatissimi, giacciano ancora a terra tra le pallide tombe grigiastre: il tempo ha quasi cancellato foto e nomi. Cammino in un silenzio irreale, e come in una sorta di antologia di Spoon River riscopro i guizzi, i frammenti e gli ossi di seppia delle vite altrui. Parole ormai desuete, immagini evanescenti di pescatori ossuti, di contadini dai grandi baffi ed esili vedove infrante spiccano in questa cornice di tombe asserragliate negli spazi angusti: i morti, al pari dei vivi,sono abituati ad abitare i loro brevi spazi. Zappatori d’orto e marinai parlano dei loro destini presto segnati e di un mondo lontano che si ode appena, come il suono del mare della conchiglia che si accosta all’orecchio. Anziani contadini piegati dall’artrosi coltivano ancora nei dintorni i loro unici orti arrangiandosi come possono, zappando la mite assenza di questa avara terra vicino ai loro morti.

Scendo da sentieri ritorti. Muretti a secco cedono ai gonfiori dell’umidità e al salmastro. Passo dopo passo mi avvicino al mare e mi ritrovo davanti alla Torre Aurora, che si innalza austera tra gli scogli e le piante monumentali di agave. Siamo di marzo, non è ancora tempo di flaneur di spiagge e il filo dell’orizzonte sembra spezzarsi entro gli archi franosi delle rocce. E’ forse il peso delle assenze che più segna questa giornata dilavata, corrosa dal sale e dai silenzi. Alla mitica statua in cemento del Gigante manca ancora la sua conchiglia. Battuta dalle mareggiate e dal libeccio degli anni, perde ogni tanto un pezzo. Benché mutilata in più parti, ha ancora entrambi i piedi e le gambe. E si affaccia sul mare, resistendo all’indifferenza degli umani.

Mi piace perdermi nei trucioli di una Monterosso che non è più. Immagino i suoi ampi orti di limoni intorno alla “Vecchiona” (1) . Un giovane Eugenio Montale passa le sue vacanze estasiate in compagnia del cugino Lorenzo, uno scapolone amante del bel canto e dell’Oriente: all’ombra di un gigantesco cedro del Libano e delle palme la statua marmorea dell’Estate emerge da un laghetto di ninfee. Poco lontano, in una piccola grotta Eugenio si diverte ad incollare piccole conchiglie raccolte sulla spiaggia. Poi, in un improvviso impeto giovanile, lo vedo salire ansimante sulla scala della Torre dei Merli, sì, proprio quella immersa nell’ultimo verde che mira l’orizzonte infinito, posizionata sul lembo estremo delle Cinque Terre. E’ questo il limite che amo, dove lo sguardo si spinge oltre le contingenze alla ricerca di fantasmi, di flebili luci, di lampare tremolanti sull’acqua assente, immobile, di un’estate qualunque.

Porgo ancora l’orecchio all’eco di un mondo lontano e alla parlata scomparsa dei “manenti”, i mezzadri di un solo orto che si arrangiavano con mille altri mestieri precari e che mangiavano solo pane e cipolla. Mi inerpico sulle terrazze dei vigneti digradanti, e gli occhi bramano la miracolosa pesca delle acciughe, inseguendo barche che arano i flussi con i vogatori, stanchi e soddisfatti, ritti sulle acque. Ma come scrisse Eugenio, “[…] intorno, a distesa d’occhio, l’iniquità degli oggetti persiste intangibile” e “[…] ognuno di noi ha un paese come questo […] che dovrà restare il suo paesaggio, immutabile”.

(1) Villa storica di Monterosso descritta dal poeta Eugenio Montale, con la statua dell’Estate raccontata nella raccolta poetica “Ossi di Seppia”.

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Alessandro Pellegatta è nato nel 1961 a Milano, dove vive e lavora. Si dedica da anni alla letteratura di viaggio. Per FBE ha pubblicato nel 2009 un libro sull’Iran (Taqiyya. Alla scoperta dell’Iran), mentre per Besa editrice ha pubblicato i reportage Agim. Alla scoperta dell’Albania (2012), Oman. Profumo del tempo antico (2014), La terra di Punt. Viaggio nell’Etiopia storica (2015), Karastan. Armenia, terra delle pietre (2016), Eritrea. Fine e rinascita di un sogno africano (2017), Vietnam del Nord. Minoranze etniche e dopo sviluppo (2018). Il 28 febbraio 2019 uscirà un suo nuovo volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana in Africa intitolato Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa. Due nuove opere sulla storia del Mar Rosso e di Massaua e sull’Algeria sono al momento disponibili in versione ebook su Amazon Kindle. Partecipa da anni ad eventi e convegni relativi alla cultura di viaggio, e collabora con svariati siti e riviste sui temi legati alle minoranze etniche e la difesa dei diritti dell’uomo.

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