Pisa piange il maresciallo della Folgore Mario Mele, strappato alla sua terra e ai suoi cari dall’esposizione all’uranio impoverito. A dare il triste annuncio è stato Domenico Leggiero, dell’Osservatorio militare. Un’altra tragedia dopo quella che appena qualche giorno fa ha scosso la città: la morte per le stesse cause del militare Francesco Rosito. Mele, veterano di tante missioni, non è riuscito a vincere l’ultima battaglia.

Tristi ed amare le parole di Leggiero: “E’ morto stamane alle 5 dopo una leucemia devastante che lo ha portato via alla sua famiglia. I figli e la moglie lo hanno assistito fino alla fine, lo hanno accontentato anche nel suo ultimo desiderio: spegnersi nella propria casa frutto di tanti sacrifici. Così la famiglia lo ha portato a casa qualche giorno fa dove stamane si è spento”.

“Solo oggi, prosegue il coordinatore dell’Osservatorio Militare, con tempismo perfetto, la famiglia si è accorta che ci sono anche le Istituzioni e malignando qualcuno sostiene che si son fatte vive solo per gestire l’impatto mediatico dell’ennesima morte, la possibile reazione di un popolo che sembra stanco di queste morti e del silenzio del Ministro e del Governo”.

L’uranio impoverito contenuto nelle bombe sganciate dalla Nato durante i raid aerei contro la Serbia nella primavera 1999, continua a mietere vittime. Qualche anno fa, fece scalpore un articolo pubblicato sul quotidiano Vecernje Novosti, in cui si parlava della morte in soli tre mesi, nella regione meridionale serba di Leskovac, non lontana dal Kosovo, di piu’ di cento veterani delle guerre degli anni novanta nella ex Jugoslavia, in massima parte ex combattenti del conflitto armato in Kosovo.

“Non passa giorno che la nostra organizzazione non perda uno dei suoi componenti”, dichiarò al giornale il presidente dell’Associazione dei veterani di guerra Dusan Nikolic, precisando che ai primi posti fra le cause di morte, figuravano il cancro all’intestino, all’esofago e ai polmoni.

Secondo l’autorevole Istituto specialistico sanitario Batut, nei bombardamenti Nato sulla Serbia (dal 23 marzo al 10 giugno 1999, un martellamento di 78 giorni, con migliaia di vittime e profughi e pesanti distruzioni) furono “lanciate” 15 tonnellate di uranio impoverito. Una polvere terribile, in grado di infilarsi nelle divise dei militari e di provocare negli anni malattie irreversibili. Agghiacciante il numero delle morti da uranio impoverito fornito dall’istituto: circa 40mila persone.

Nello stesso anno dei bombardamenti, l’U.S. Army divulgò un’informativa rivolta ai vertici militari di tutti i Paesi presenti in missioni nella ex Yugoslavia sulla pericolosità delle neoparticelle di uranio impoverito. Il documento illustrava in inglese come difendersi dai rischi dovuti al contatto con l’uranio, per esempio lavandosi le mani e coprendo la pelle esposta. E per coloro i quali operavano in Kosovo, fu diffusa una cartina sulla quale erano evidenziate le zone “inquinate” dall’uranio impoverito.

Come ha più volte dichiarato l’ammiraglio Falco Accame, presidente dell’associazione Ana-Vafaf, che tutela le famiglie dei militari deceduti in tempo di pace: “Gli americani erano stati chiari: neanche un lembo di pelle doveva rimanere esposto a quel metallo, e i soldati erano tenuti a indossare tute completamente impermeabili. Invece i nostri erano vestiti poco più che in braghe di tela, si sedevano nelle camionette dove sui sedili era rimasta la polvere di uranio, che si infilava nelle mutande e nei pantaloni. E questo spiega l’anomala insorgenza di tumori non solo alle vie respiratorie, ma anche ai testicoli e rettali”.

Una carenza di informazioni ed un’assenza di cautele, confermate anche dal capitano Enrico Laccetti, alto ufficiale della Croce Rossa, per quasi dieci anni in servizio nei Balcani, che al ritorno dalla missione, ha avuto come ricordo un linfoma ai polmoni lungo 24 centimetri provocato, come recita il referto della biopsia,“da nanoparticelle di metallo pesante”.

“Noi italiani, ricorda il capitano, operavamo a mani nude, con il volto scoperto, senza maschere, in territori altamente inquinati da proiettili di uranio impoverito, ancora conficcati al suolo e poi vedevamo i soldati statunitensi tutti bardati, con divise ultratecnologiche che sembravano sbarcati da un film di fantascienza, ma quando abbiamo chiesto ai nostri superiori perché fossero così protetti e noi invece no, loro ci rispondevano: sono americani, sono esagerati. Non preoccupatevi: è tutto a posto”. Una colpevole superficialità aggravata, come avvenuto in Bosnia, dall’inadeguatezza delle apparecchiature di localizzazione affidate alle nostre squadre NBC, la cui portata esplorativa era di 10 centimetri, praticamente nulla. Cosa che portò il Ministero Difesa, il cui titolare era allora l’On. Sergio Mattarella, attuale presidente della Repubblica, ad affermare che non vi era stato impiego di armi all’uranio in Bosnia, quando invece erano stati utilizzati più di 10.000 proiettili.

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