Se ne è andato a ottant’anni suonati in una clinica di Siena Antonio Valentin Angelillo, grande centravanti italo-argentino che ha scritto la storia del nostro calcio, soprattutto con la maglia nerazzurra dell’Inter.

Un talento precoce

Nato a Buenos Aires, quartiere Boca, il 5 settembre 1937 da una famiglia di macellai di origini lucane (il nonno era originario di Rampone), Angelillo iniziò a giocare in una squadretta della capitale che rispondeva al nome di Arsenal. Nel 1955 passò al Racing di Avellaneda ma in maglia bianco celeste restò poco perché su di lui piombò il Boca Juniors: all’esordio in Primera Division segnò sedici gol in trentaquattro presenze, l’Argentina aveva trovato il suo nuovo Di Stefano. A diciotto anni Antonio Valentin era infatti già titolare in Nazionale dove componeva un trio offensivo, schierato secondo i dettami dello schema a diagonale sudamericano, di tutto rispetto con Humberto Maschio alle sue spalle e Omar Sivori al suo fianco (e le ali Corbatta e Cruz ad arrotare cross dalle fasce). I “tres angeles con la cara sucia” (angeli dalla faccia sporca) disputarono una Copa America strepitosa nella primavera del 1957 in Perù. A Lima i ragazzotti allenati dall’ex “filtrador” Guillermo Stabile diedero una bella bambola al Brasile in finale battendo Didi e soci con un perentorio tre a zero. Quella vittoria rappresentò una sorta di spartiacque per il calcio sudamericano: il Brasile capì la lezione e si presentò l’estate dopo in Brasile con un più prudente 4-2-4 e con i giovani rampanti Garrincha e Pelé vinse a mani basse il mondiale ponendo le basi per un ciclo irripetibile. L’Argentina, tronfia per la vittoria in Copa America, andò in Svezia con il solito modulo a diagonale terminando ultima nel suo gironcino dopo aver beccato un’umiliazione storica (6-1) da una modesta Cecoslovacchia. Il povero Stabile cercò di giustificarsi così: “El mejor centre-forward del Mundo es a Milan!”...

Il nuovo Di Stefano all’Inter

Già, nell’estate del 1957 Angelillo, reputato dalla critica il miglior centravanti del mondo dopo Di Stefano, e gli altri due angeli dalla faccia sporca erano ritornati nella terra dei loro avi: Maschio (originario del pavese) al Bologna, Sivori (oriundo ligure) alla Juventus, Antonio Valentin all’Inter. L’impatto di Angelillo con la realtà milanese non fu ottimale all’inizio: l’argentino, figlio unico e mammone, soffriva una terribile nostalgia della sua terra e gli scapoli della rosa dell’Inter (Fongaro e Masiero) decisero subito di introdurlo nella movida per fargli passare i brutti pensieri. Angelillo, un bel ragazzone aitante e con i baffetti alla Clark Gable, finì così per spassarsela con le tante ragazze che pullulavano la vita notturna di Milano sfogando così la nostalgia per la natia Argentina. Sul campo Angelillo ci mise un po’ di tempo per carburare ma dopo un paio di mesi di ambientamento concluse la sua prima stagione con sedici reti, bottino di tutto rispetto per un ventenne. L’anno successivo l’angelo dalla faccia sporca superò se stesso segnando l’iperbolica cifra di 33 reti in 34 partite (primato tuttora imbattuto nei campionati a 18 squadre) : Angelillo non solo segnava caterve di gol ma aiutava anche i compagni in fase difensiva correndo su e giù per il campo come il suo idolo Don Alfredo.

La femme fatale e la lite con Herrera

Al momento della consacrazione però ci si mise di mezzo una donna fatale, una ballerina di night club da un nome esotico (Ilya Lopez che in realtà era bresciana e faceva Tironi di cognome) che stregò letteralmente l’asso argentino. Il rendimento sul campo di Angelillo scemò così all’improvviso (“solo” 11 gol nel 1959/60), i moralisti attribuirono questo calo di rendimento proprio alla relazione con la ballerina, Ilya dal canto suo, un po’ mamma e un po’ fidanzata, si impegnò a portò il suo amato Valentino dallo psicologo che dopo un’accurata analisi stabilì che Angelillo aveva l’età biologica e la forma mentis di un quattordicenne! Nella stagione 1960/61, stufo di non vincere mai, Angelo Moratti chiamò sulla panchina un tecnico di grido come Helenio Herrera. L’austero Mago andò subito ai ferri corti con il bomber argentino, da buona prima donna infatti Herrera vedeva come fumo negli occhi giocatori come Antonio Valentin che in campo correvano su e giù seguendo più il proprio istinto che le direttive del mister e poi c’era quella donnaccia che gli stava sempre attorno! Dopo quindici partite Angelillo e l’Inter chiusero così il loro rapporto: Herrera pretese l’acquisto di Luis Suarez al suo posto e l’Inter divenne Grande e vincente sia in Italia che in Europa.

La parabola discendente (Roma, Milan, Genoa)

La carriera di Angelillo invece finì di fatto qui: ceduto alla Roma, nella Capitale non riuscì a rinverdire i fasti milanesi disputando tre stagioni buone anche se non trascendentali (a parte il primo anno non raggiunse mai la doppia cifra). Nel biennio 1960-61 Angelillo, sfruttando lo status di oriundo, vestì anche la maglia azzurra due volte segnando anche un gol a Israele ma non fu convocato per i mondiali cileni del 1962 dalla coppia Ferrari-Mazza. Nel 1965 Angelillo ritornò a Milano, vestendo però la maglia rossonera. I bei giorni interisti erano solo un ricordo però nel 1967/68 Valentino vinse da riserva scudetto e Coppa delle Coppe con Nereo Rocco allenatore. L’ultima stagione da professionista l’argentino la visse al Genoa (Serie B) nel 1968/69, poi a soli trentadue anni la scelta di appendere le scarpette al chiodo.

Carriera da allenatore

Angelillo, che nel frattempo si era sposato con una friulana e aveva messo su famiglia, diventò così allenatore in molte squadre dello stivale. Centrò una promozione in A con il Pescara (1978/79) poi nel 1982/83 portò in Serie B l’Arezzo mentre l’anno dopo sfiorò addirittura la promozione in A con la squadra amaranto. Divenuto cittadino onorario della città toscana, Angelillo chiuse la sua carriera di allenatore nel 1990/91 allenando la Torres. L’ultimo suo incarico nel mondo del calcio fu quello di osservatore per il Sudamerica per il suo primo amore, l’Inter. Fu proprio Angelillo a segnalare a Moratti un certo Javier Zanetti e Cordoba.

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