Il Presidente eritreo Isaias Afewerki, foto di repertorio (da Madote)

Come riportato ieri dall’agenzia stampa eritrea TesfaNews, la Russia è ormai in procinto di sbarcare nel Continente Africano con sei sue basi, di cui una proprio in Eritrea, sul Mar Rosso. Quest’ultima, data la collocazione geografica, avrà un’importanza a dir poco strategica, anche perché affacciata su un mare che è teatro dei principali traffici dall’Asia all’Europa e viceversa, attraverso il Canale di Suez. Proprio per questo un’altra base sorgerà in Egitto, paese che a partire dall’arrivo di al-Sisi ha cominciato sempre più ad avvicinarsi alla Russia, sua antica alleata ai tempi di Nasser e del primo Sadat, mentre un’altra vedrà la luce nel nuovo Sudan del dopo al-Bashir, in una posizione che è di confine fra il Corno d’Africa e l’entroterra più profondo del Continente: in entrambi i casi parliamo anche di paesi attraversati, insieme all’Etiopia, dal corso del Nilo, su cui al momento è in corso una seria disputa dovuta proprio alla Grande Diga del Rinascimento Etiopico tanto cara ad Addis Abeba. Nella vicenda della crisi del Nilo la diplomazia eritrea è stata fortemente interpellata da tutti e tre i paesi, Etiopia, Sudan ed Egitto, e sta cominciando a produrre i suoi primi importanti risultati, forte della storica e consolidata reputazione che Asmara in tutti questi anni s’è guadagnata grazie proprio all’equilibrio e alla ponderazione con cui ha già affrontato e contribuito alla soluzione dei vari problemi regionali sinora avvenuta.

Di conseguenza, per la Russia, installare una propria base in Eritrea ha un doppio significato: approfittare della posizione strategica offerta da un paese che controlla chilometri di Mar Rosso e che a sua volta lo collega con l’entroterra del Corno d’Africa, e della statura politica e diplomatica di un alleato come Asmara che, in Africa, in questi ultimi anni ha guadagnato sempre più punti. Come si suol dire: prendere due piccioni con una fava. TesfaNews, che riporta fonti provenienti in primo luogo dalla testata tedesca Bild, spiega come in un articolo pubblicato proprio da quest’ultima ed intitolato “Russia’s New Africa Ambitions” Mosca fin dal 2015 avesse stabilito un partenariato di cooperazione militare con 21 paesi africani, fra cui proprio l’Eritrea. Che quell’accordo non sia rimasto lettera morta, lo dimostrano le varie ed ultime notizie relative proprio ai sempre più saldi legami fra Russia ed Eritrea: dall’acquisto da parte di Asmara di nuovi armamenti russi, compresi gli elicotteri Ansat, alla formazione di un nuovo Centro Logistico congiuntamente diretto da entrambi i paesi, e via dicendo. Del resto, nell’autunno del 2019, nel vertice Russia-Africa a Sochi, l’Eritrea è stata fra i principali partner della Russia nei vari programmi di tipo politico-militare per il Continente Africano.

Che vi sia un interesse specifico della Russia ad affrontare la “NATO in Africa” nota come AFRICOM, è dato non soltanto dalla volontà di contare sui paesi con cui il rapporto è già saldo, ma anche da quella di portare dalla propria parte nazioni un po’ più contese pure dalle altre cancellerie, europee, mediorientali od asiatiche che siano: tant’è che, oltre all’Eritrea, all’Egitto e al Sudan, le altre tre basi sorgeranno in Madagascar, Mozambico e Repubblica Centrafricana. Tolta quest’ultima, i primi due furono a suo tempo stretti alleati di Mosca, protagonisti di un’importante storia nella lotta al colonialismo europeo in Africa. In tal modo la Russia potrà controbilanciare in modo più ottimale la presenza degli Stati Uniti e dei loro alleati in primo luogo nell’area dell’Oceano Indiano e delle rotte attraverso il Mar Rosso e Suez, ma anche dell’Africa più profonda.

Sono zone estremamente importanti, ed in questo senso davvero l’Eritrea fa la differenza, e non solo per ragioni geografiche: ricordiamoci, per esempio, il buon rapporto da tempo stabilito anche con la Cina. Quando nel 2015 a Pechino Xi Jinping organizzò il 70° Anniversario della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, una manifestazione nuova nel calendario delle festività istituzionali cinesi, ad ammirare gli spettacoli e la parata dal palco vi erano chiaramente vari capi di Stato, fra cui proprio il Presidente eritreo, Isaias Afewerki. Non vi era, invece, il suo omologo etiopico d’allora, leader del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, al potere in Etiopia dal 1991 al 2018) i cui giorni al potere erano ormai contati: ed infatti, tre anni dopo, in Etiopia vi fu l’inevitabile “cambio di passo” di cui tutti siamo a conoscenza.

Questo, di per sé, dovrebbe servire come risposta a coloro che, anche in quei giorni, parlavano di un’Eritrea isolata dal mondo, a cui né Russia né Cina rivolgevano la parola, oltre ovviamente a Stati Uniti ed Unione Europea; e che al contempo sostenevano, allora più di oggi, l’idea di un rapporto privilegiato fra il governo etiopico d’allora, che invece era saldamente schierato con USA ed UE, e la Cina e cascata pure la Russia; confondendo, in questo come in tanti altri casi, un rapporto commerciale od economico con un vero e proprio partenariato strategico che ha ben altro peso e significato, in primis da un punto di vista politico e militare. Come possiamo ben vedere, costoro erano ben lontani dal conoscere e dal raccontare seriamente la realtà. Per un paese come la Cina, che ha a cuore le rotte commerciali attraverso il Mar Rosso e Suez, a cominciare poi dalla Nuova Via della Seta, il legame con l’Eritrea è meritevole di grande cura, a tacer poi che anche per Asmara, che ha vissuto anni di complesse sanzioni da parte di USA ed UE, spesso e volentieri Pechino è stata l’unica vera, credibile e puntuale fonte d’approvigionamento di merci e materiali fondamentali per il suo esemplare percorso di sviluppo sociale ed economico.

Del resto, coloro che sostenevano a qualunque costo l’idea dell’Eritrea come “Stato canaglia” erano non di rado i medesimi “guru” del mondo politico e mediatico che a suo tempo parlavano di basi militari e navali, quando ufficiali e quando segrete, dell’Iran, di Israele o del Qatar in Eritrea: si capisce, anche questo rientrava nel loro programma di denigrazione e diffamazione di Asmara volto a promuovere la vicina Etiopia allora guidata dal TPLF, e che proprio a causa di quel governo si trovava a vivere in una situazione di continui e crescenti problemi politici e sociali interni. Hanno parlato di basi mai viste, ma oggi non parlano di basi che invece ci saranno: già questo dovrebbe dirla lunga sulla loro supposta “credibilità” o “professionalità”. Quando, poi, in Etiopia il TPLF è caduto e con la nuova coalizione di governo il paese ha fatto la pace con l’Eritrea, com’era giusto ed ovvio che fosse, costoro si sono subito ammutoliti: forse non si saranno ancora ripresi dallo shock, chissà. Di sicuro non sono estimatori del nuovo governo etiopico e masticano amaro nel vedere i progressi della diplomazia eritrea in tutta la regione del Corno d’Africa, mentre accolgono con dolore anche il cambio di regime nel frattempo occorso nel vicino Sudan, dove pure un altro loro punto di riferimento come Bashir è venuto meno. In attesa che si risveglino da questo loro shock politico-emotivo, cosa che a loro auguriamo di tutto cuore e che di certo non tarderà ad avvenire, contempliamo con curiosità ed interesse i nuovi fatti che provengono dal Continente Africano e che anche questa volta hanno in una delle sue principali regioni chiave, il Corno d’Africa, il più significativo punto d’avvio.

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