Dopo aver “sistemato” (si fa per dire, il decreto deve ancora essere approvato) con l’intervento pubblico le due banche venete, questa settimana è stata la volta del Monte dei Paschi di Siena. La risoluzione era in sospeso dal dicembre scorso.

Nel pomeriggio di martedì 4 luglio, la Commissione Europea ha approvato la ricapitalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi di Siena tramite l’intervento pubblico. Il Tesoro parteciperà direttamente alla ricapitalizzazione entrando nel capitale della banca con 5,4 miliardi di euro complessivi, prendendo così (se tutto andrà secondo i piani) il 70% del controllo.

L’ammontare complessivo della ricapitalizzazione sarà pari a 8,1 miliardi di euro, così ripartiti: lo Stato verserà la cifra di 3,9 miliardi di euro, mentre i restanti 4,3 miliardi saranno raccolti tramite “burden sharing” (condivisione degli oneri), ossia la conversione forzosa di tutte le obbligazioni subordinate emesse dalla Banca sia a favore di investitori istituzionali che retail prima della sottoscrizione delle azioni da parte del Ministero dell’Economia e Finanze.

Secondo il decreto legge 237 varato lo scorso 23 dicembre 2016, le obbligazioni saranno convertite nei seguenti termini, a seconda del grado di rischio: i bond Tier 1 saranno convertiti al 75%, le obbligazioni “FRESH 2003” al 18% del valore nominale e e i Tier 2 al 100% del valore nominale.

La clientela retail che rientrerà nel burden sharing e che quindi vedrà le proprie obbligazioni subordinate convertirsi forzatamente in azioni, verrà rimborsata entro 60 giorni scambiando le azioni con obbligazioni ordinarie per un valore pari all’investimento iniziale. Sarà lo Stato a farsi carico di questi rimborsi con un ulteriore esborso di 1,5 miliardi di euro acquistando le azioni frutto della conversione dei bond subordinati.

La ricapitaizzazione definitivamente approvata conta di uno sconto di 700 milioni rispetto agli 8,8 miliardi richiesti dalla BCE alla fine di dicembre. Lo Stato quindi diventerà azionista di maggioranza e rimarrà tale teoricamente fino al 2021.

Per quanto riguarda le sofferenze, il piano ne prevede la dismissione per un valore pari a 28,6 miliardi (registrate al 31 dicembre 2016), di cui 26,1 tramite cartolarizzazione di cui si farà carico il fondo Atlante 2, tramite la controllante Quaestio Capital Management SGR. Gli altri 2,5 miliardi saranno dismessi con altre procedure dedicate.

Il prezzo di cessione previsto sarà pari a 5,5 miliardi di euro, pari al 21% del Gross Book Value. Contabilmente erano state registrate per un valore di 9,4 miliardi di euro. La differenza di 3,9 miliardi verrà contabilizzata nel primo semestre 2017.

L’obiettivo prefissato è quello di raggiungere un consolidamento patrimoniale al 2021  con un indice Common Equity Tier 1 al 14,7%. Sul piano economico si punta a un fatturato al 2021 di 4,3 miliardi di euro, oneri operativi di 2,2 miliardi di euro e e un risultato operativo lordo di 2,1 miliardi. L’utile netto è previsto a 1,2 miliardi di euro.

Per il raggiungimento di tali obiettivi, è fondamentale attuare il piano di riduzione dei costi che prevede in pratica il taglio di 5.500 dipendenti e la chiusura di 600 filiali entro il 2021.

Entrando nel dettaglio, 4.800 di questi tagli al personale sarà costituito da prepensionamenti da coprire con un “fondo di solidarietà”, 450 licenziamenti verranno con la chiusura di filiali estere e gli altri 750 saranno costituiti da turnover, a fronte dei quali sono previste 500 nuove assunzioni.

Altri risparmi si avranno attraverso la digitalizzazione dei servizi e dal taglio agli stipendi, che toccheranno anche i primi 5 top manager che si fermeranno a una cifra di 460mila euro lordi, non oltre 10 volte la media dei dipendenti.

Il ritorno in borsa, secondo l’A.d Marco Morelli, è fissato per la seconda metà di settembre, dopo lo scambio di obbligazione che riguarderà i 40mila risparmiatori retail oggetto del burden sharing.

Oggettivamente siamo di fronte a una soluzione migliore rispetto a quella attuata per le banche venete, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, finite nelle mani di Intesa Sanpaolo per la cifra simbolica di 1 euro, dopo l’esborso statale di 5,2 miliardi immediati e altri 12 messi a garanzia.

Nel caso di Mps lo Stato entra direttamente nel capitale della banca senese e ne prende il controllo, almeno fino al 2021. Lo Stato potrebbe ottenere il 70% di Mps se dovessero aderire allo scambio di azioni con bond ordinari tutti i risparmiatori coinvolti. Lo Stato, quindi, sarà meglio capace di controllare che l’esborso pubblico serva  ad attuare il piano di ristrutturazione concordato.

D’altro canto, anche in questo caso, si attua una soluzione ibrida tra intervento statale e mantenimento delle regole europee, che ha l’evidente scopo di tenere in piedi l’impianto dell’Unione bancaria. Assistiamo però ad un bail-in ingentilito, il burden sharing, la “condivisione degli oneri”, che prevede la conversione delle obbligazioni subordinate in azioni e poi il rimborso per i piccoli risparmiatori con obbligazioni ordinarie del valore dei titoli iniziali.

Alcuni detentori di obbligazioni subordinate, con un’operazione del tutto distinta dal burden sharing, potranno chiedere risarcimento al Monte dei paschi nel caso in cui ritengono che i loro bond subordinati siano loro stati venduti in modo scorretto.

Tra i grandi investitori che parteciperanno alla condivisione degli oneri, invece, troviamo il gruppo Generali che tiene in pancia 400 milioni di obbligazioni subordinate. Con la conversione in azioni, anche Generali entrerà nel capitale della banca senese.

Il resto del piano, come abbiamo visto, è costituito principalmente di “esuberi” e ridimensionamenti, che pur volendo chiamare le cose con parole più dolci e volendo trovare soluzioni meno impopolari possibili, si tratta sempre di licenziamenti e chiusura di filiali sul territorio.

Per quanto riguarda i numeri del salvataggio statale, i 5,4 miliardi (3,9 di ricapitalizzazione e 1,5 di rimborso agli obbligazionisti) stanziati per Mps, si aggiungono ai 5,2 di intervento immediato stanziati per le banche venete. Se consideriamo gli altri 12 miliardi messi a disposizione per le garanzie sui crediti delle banche venete più rischiosi o che “potrebbero essere deteriorati”, siamo già oltre la cifra di 20 miliardi di debito aggiuntivo stanziata col decreto di dicembre. Ed altre banche, nei prossimi mesi, potrebbero aver bisogno di aiuti dallo Stato.

Se invece vi state domandando quando verrà messa in moto la macchina della giustizia per processare e punire i complici del disastro di Mps e delle altre banche, sapete già che probabilmente rimarrete delusi e che mai si farà completa giustizia.

La Corte dei Conti cita in giudizio Morgan Stanley, la responsabile del debito pubblico e il dg del Tesoro per il problema dei Derivati di Stato

A proposito di debito pubblico e giustizia, c’è una notizia che è passata un po’ in sordina: al termine dell’istruttoria iniziata nel 2016, la Corte dei Conti ha deciso di citare in giudizio Morgan Stanley, insieme a quattro alti dirigenti del Tesoro, tra i quali troviamo il nome di Maria Cannata, attuale responsabile del debito pubblico. Gli altri nomi sono:  Vincenzo La Via, direttore generale del Tesoro e gli ex ministri Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli.

I magistrati contabili contestano un danno erariale pari a 3,9 miliardi di euro (2,7 chiesti a Morgan Stanley e 1,2 agli altri) per una transazione poco chiara sui derivati che pesano sul debito pubblico. La prima udienza è fissata ad aprile 2018.

La vicenda risale all’epoca del governo Monti, tra il 2011 e il 2012. Dopo il declassamento del rating italiano da parte dell’agenzia S&P, il Ministero dell’Economia versò a Morgan Stanley una cifra pari a 3,1 miliardi di euro a causa di una clausola  di “Additional termination event” presente nei contratti stipulati, che permetteva la chiusura anticipata dei contratti.

Leggiamo da Il Fatto Quotidiano:

Le operazioni in derivati in questione furono originate tra il 1994 e il 2005, quando direttore generale del Tesoro (fino al 2001) era l’attuale numero uno della Bce, Mario Draghi. I contratti erano poi stati chiusi anticipatamente dal governo Monti tra il 2011 e il 2012 con un’operazione da 3,1 miliardi di euro che ha generato mille polemiche, indagini conoscitive e inchieste giudiziarie. Nel mirino della Procura generale della Corte dei Conti erano in particolare finite le clausole fatte valere dalla banca Usa nel 2011 che avevano determinato la chiusura anticipata dei contratti. In particolare il Tesoro aveva garantito a Morgan Stanley una clausola “unilaterale” Additional termination events (Ata): se si fosse trovato esposto oltre un certo livello, la banca avrebbe potuto chiedere la chiusura del portafoglio. E questo perché il Tesoro “non aveva prestato la garanzia a collaterale (contante o titoli)” prevista dall’accordo. Il ministero non l’ha fatto, perché la garanzia avrebbe fatto salire deficit e debito, che invece si voleva far scendere per entrare nell’euro.

Da qui la valutazione dei magistrati contabili secondo i quali i contratti sarebbero stati “non idonei” a stabilizzare il debito e il ministero Tesoro non avrebbe dovuto stipularli visto che la soglia era così bassa da venire superata quasi subito: “Le procedure adottate dal ministero violavano le norme di contabilità generale dello Stato” e “in diversi casi sembravano orientate unicamente e senza un valido motivo a favorire la banca”. Per due contratti (interest rate swap), poi, la ristrutturazione “venne proposta da Morgan Stanley senza un valido motivo e accettata dal Mef senza esercitare alcun ruolo attivo”. Secondo il Tesoro, la posizione con Morgan Stanley era unica e non esistono altri accordi che contemplino simili clausole di estinzione complessiva. Tra 2012 e 2015, ricorda Reuters, i derivati hanno avuto un impatto negativo sul bilancio pubblico di 21 miliardi in base a dati Eurostat.

Difficile distinguere tra reati veri e propri e incompetenza amministrativa e politica. Ci troviamo di fronte, poi, sempre ai soliti nomi noti che ricorrono anche nelle inchieste sulle banche (Mps soprattutto), oltre al caso del processo di Trani a Standard & Poor’s. Viene pertanto da chiedersi se anche questo processo finirà con un’assoluzione completa e la vicenda fatta cadere nel dimenticatoio.

 

Marco Muscillo

 

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