Vigni e Mussari, ex Mps coinvolti in Processo Alexandria

L’ex presidente del Monte Paschi di Siena, Giuseppe Mussari è stato assolto dalla Corte di Appello della Terza Sezione di Firenze “perché il fatto non costituisce reato”. Dopo un anno si dissolve nel fumo il Processo Alexandria, una delle tre obbligazioni incriminate del Monte dei Paschi di Siena tra il 2005 e il 2008, che avrebbero causato la crisi di capitale della banca senese.

Mussari, amico di lunga data dell’ex premier, Massimo D’Alema, era accusato, insieme all’ex direttore generale del Monte dei Paschi, Antonio Vigni e all’ex responsabile del settore finanziario, Gianluca Baldassarri, di ostacolo alla vigilanza. Il Monte dei Paschi aveva nel periodo di presidenza Mussari (2006-2012) condotto tre operazioni irregolari, con le obbligazioni Alexandria, Santorini e Nota Italia.

Alexandria era un pacchetto di derivati acquistato nel 2005 da Mps per la cifra di 400 milioni. Nel 2009 però con la crisi di Lehman Brothers e la crisi dei subprime provocano un buco di 220 milioni di euro sull’investimento. A questo punto i vertici di Mps acquistano la Banca Antonveneta e giungono ad un accordo con la banca giapponese Nomura.

I giapponesi, in cambio di BTP trentennali, acquisteranno i derivati di Alexandria ad una cifra fuori mercato, che consentirà a Mps di giustificare l’acquisto dell’istituto creditizio veneto con un falso aumento di capitale che permise a Mps di non registrare la perdita a bilancio.

Durate quattro anni le indagini hanno condotto lo scorso anno al rinvio a giudizio di 16 persone tra la procura milanese e quella senese, mentre Mps ha patteggiato la cifra di 600 milioni di multa e 10 milioni di confisca. I tre ex dirigenti sono stati invece condannati in primo grado a tre anni e mezzo per mancata vigilanza: l’accusa della procura di Firenze era relativa alla mancata visualizzazione del documento di stipulazione del contratto con Nomura alla Vigilanza della Banca d’Italia.

Secondo quanto si evince dall’articolo del Sole24ore, in Appello la procura aveva chiesto l’innalzamento della pena a sette anni, ma la difesa è riuscita a dimostrare che i vertici dell’Mps avevano già inviato i dati relativi all’affare con Nomura alla Consob, mentre alla Banca d’Italia sarebbe stato inviato un documento dove sarebbero contenuti i dettagli relativi alla rinegoziazione del contratto con Nomura (“deed of amendment”). Secondo l’accusa però il contratto originale resta conservato a Palazzo Koch (“mandate agreement”), e non è stato inviato alla Vigilanza.

Una decisione quella del tribunale di Firenze che lascia dunque l’amaro in bocca ai circa 1300 risparmiatori, che da anni chiedono giustizia del malaffare degli istituti di credito, i quali dopo la crisi del 2009 hanno perso la fiducia della maggior parte dei cittadini. La vicenda poi assume contorni ancora più disastrosi se è vero quanto hanno dichiarato i pm, secondo i quali a Mps le operazioni erano svolte per “soddisfare la politica”.

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