Ronald e Nancy Reagan durante la parata inaugurale nel 1981.

Forse la morte di Nancy Reagan chiude un ciclo idealmente inauguratosi negli Stati Uniti tra la fine degli Anni Settanta e l’inizio degli Anni Ottanta, allorchè debuttò e prese sempre più il sopravvento il cosiddetto “edonismo reaganiano”, basato su una deregulation esasperata dell’economia ed un’altrettanto esasperata esibizione dei muscoli americani all’estero: che si trattasse di dar contro alla piccola Libia o alla grande Unione Sovietica poco importava. Ma, a guardar bene, quel ciclo s’è concluso assai prima, se non con lo scoppio delle prime bolle speculative nell’era Clinton, che già misero in guardia circa la facile bellezza dell’idea del “più mercato meno Stato”, perlomeno con la grande crisi economica e finanziaria che ha coinvolto gli ultimi scorci dell’era Bush jr., peraltro già di per sé gravemente affossata dagli insuccessi militari in Afghanistan e soprattutto in Iraq.

Insomma, con Nancy Reagan più che altro è morta l’ultima protagonista e testimone diretta di quel periodo ormai sempre più lontano, una donna che era la regista dei grandi e sfarzosi ricevimenti alla Casa Bianca ai tempi in cui quest’ultima vedeva il marito Ronald come suo inquilino. Tuttavia, non sarebbe corretto ridurre la figura e l’importanza di Nancy Reagan solo a questi eventi, che in ogni caso ebbero un ruolo fondamentale nel delineare l’estetica dell’edonismo reaganiano. Si sa per certo che Nancy Reagan, infatti, fu un’ascoltata e ricercata consigliera per le scelte del marito. Potrebbe essere, questo, un assioma che confermerebbe quel detto secondo cui “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”, ma il punto è proprio questo: fu davvero un grande uomo Ronald Reagan? Fu, la sua, per dirla col Manzoni, “vera gloria”?

Ronald Reagan indubbiamente riuscì a rilanciare l’economia statunitense, praticandole delle cure da cavallo. Quelle cure erano già state avviate dalla sua migliore alleata e in un certo senso anche maestra, la “Lady di Ferro” Margareth Tatcher. Alla Tatcher Reagan non avrebbe mai fatto mancare in cambio il proprio aiuto: si pensi al supporto datole in occasione della guerra contro l’Argentina per le Malvine, allorchè fornì le basi e l’intelligence all’Inghilterra, oppure alla sinergia che con essa stabilì nel sostenere il governo dell’apartheid in Sudafrica, in quegli anni impegnato in una dura e sanguinosa guerra in Angola, contro il MPLA e le truppe di rinforzo cubane. Addirittura pare che, con la copertura di Reagan e della Tatcher, il regime sudafricano abbia ricevuto otto testate nucleari da Israele, poi stranamente scomparse nel nulla al momento dell’elezione di Mandela. Il Leader Maximo Fidel Castro ne parla diffusamente ed abbondantemente nella sua lunga intervista-biografia con Ignacio Ramonet, “Cento ore con Fidel”, pubblicata anche in Italia col titolo “Fidel Castro, autobiografia a due voci”.

Ronald Reagan non si limitò ovviamente solo a questo: sempre con l’aiuto di Margareth Tatcher, per esempio, tentò l’assassinio di Muammar Gheddafi bombardando Tripoli e Bengasi nel 1986, in occasione della famigerata operazione “Colorado Canyon” che per poco non ebbe come esito quello di spaccare la NATO fra favorevoli e contrari e di condurre la Libia in seno al Patto di Varsavia: una brillantissima operazione strategica, non c’è che dire. Per attuare “Colorado Canyon” Reagan era addirittura favorevole all’impiego di armi nucleari, cosa che provocò persino la ribellione dei suoi collaboratori.

Poi ci fu il caso di Grenada, dove gli Stati Uniti intervennero perché era andato al governo una forza socialista, e quello di Beirut, dove l’amministrazione Reagan tentò un’altra sua sortita. E che dire delle trame oscure che videro la CIA dell’era Reagan agire per provocare la morte del Presidente di Panama, Omar Torrijos, o ancora la tresca coi “Contras” per contrastare la guerriglia filo-castrista in America Centrale, dal Nicaragua ad El Salvador, o ancora il sostegno al famigerato dittatore Efraìn Rios Montt in Guatemala, a tacere ovviamente dei sempre ottimi rapporti col Cile di Pinochet?

Ma Reagan era un grande Presidente, e Nancy era la sua moglie impeccabile, anch’essa definita una “Lady di Ferro” come l’amica di famiglia Tatcher. Un altro caro amico di famiglia era Michail Gorbaciov, che dai Reagan ricevette un aiuto impareggiabile nel processo di distruzione dell’URSS e del campo socialista. Purtroppo Andropov s’era ammalato subito, poco dopo aver preso il posto di Breznev, morendo troppo presto, e Cernenko era soltanto un leader di transizione. Così, nel pieno dell’era Reagan, un’Unione Sovietica già di per sé fin troppo in difficoltà s’era ritrovata guidata da un leader inetto ed imbelle, e del tutto volenteroso di liberarsi del socialismo distruggendolo con la scusa di riformarlo: Michail Gorbaciov, per l’appunto.

Bisogna dire, considerando tutte queste cose, che i Reagan furono anche fortunati, per non parlare dei loro successori, i Bush. Solo che la pacchia non dura in eterno. La scuola economica di Milton Friedman e dei “Chicago Boys”, tanto cara a Reagan e alla Tatcher, è stata sconfessata dalla grave crisi del 2008, ed oggi chi continua a credervi appartiene a quella categoria che a seconda dei casi, o con compatimento o con derisione, viene quando definita dei “nostalgici” o degli “irrealisti”. L’era Reagan ed il ciclo che aveva inaugurato si sono quindi decisamente conclusi, ormai da anni, e pare senza troppi rimpianti neppure in America. Barack Obama, per vincere, ha dovuto criticare quel sistema, proponendone una pur velata correzione, e anche Hillary Clinton e Bernie Sanders hanno dovuto continuare su quel percorso, persino estremizzandolo.

Chi continua a proporre la “formula Reagan”, negli Stati Uniti, compie una ben precisa “operazione nostalgia”: efficace quanto si vuole in termini di marketing, ma difficilmente spendibile e ripetibile in un’epoca ormai sempre più contrassegnata in termini internazionali dal multipolarismo e da un’economia non proprio più esattamente ultraliberista.

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