Il 35% dei 20 musei più importanti del nostro paese in mani straniere, parità di genere e competenza amministrativa pressoché nulla. A rigor di logica e con il minimo sindacale di sale in zucca, sarebbe la fotografia di un disastro ma per il ministro dei Beni Culturali, il piddino Dario Franceschini, si tratta di “un passo storico per l’Italia e i suoi musei che colma anni di ritardi, completa il percorso di riforma del ministero e pone le basi per una modernizzazione del nostro sistema museale”.
La tanto decantata procedura di selezione internazionale espletata dalla Commissione presieduta da Paolo Baratta di cui hanno fatto parte Lorenzo Casini (professore di diritto amministrativo dell’Università di Roma “La Sapienza” ed esperto di legislazione per il patrimonio culturale), Claudia Ferrazzi (segretario generale dell’Accademia di Francia-Villa Medici di Roma, già vice amministratore generale del Louvre), Luca Giuliani (professore di archeologia classica e Rettore del Wissenschaftskolleg di Berlino) e Nicholas Penny (storico dell’arte, direttore della National Gallery di Londra) che, stando a quel che dice Franceschini, ha permesso a lui e al Direttore Generale dei Musei del Mibact, Ugo Soragni, “di scegliere in terne di assoluto valore”, ha sollevato critiche e polemiche tra tantissimi addetti ai lavori di lungo corso.
La parola più ricorrente è sconfitta. Il paese in cui è stata “inventata” la tutela dei beni culturali e che ha fatto da scuola a decine di studiosi ed esperti d’arte tedeschi, è stato affidato a tutori stranieri anche nel campo dei musei. Poteri del renzismo.
Questo l’elenco completo dei nuovi direttori: Galleria Borghese (Roma) – Anna Coliva; Gallerie Degli Uffizi (Firenze) – Eike Schmidt; Galleria nazionale di arte moderna e contemporanea (Roma) – Cristiana Collu; Gallerie dell’Accademia di Venezia – Paola Marini ; Museo di Capodimonte (Napoli) – Sylvain Bellenger; Pinacoteca di Brera (Milano) – James Bradburne; Reggia di Caserta – Mauro Felicori; Galleria dell’Accademia di Firenze – Cecilie Hollberg; Galleria Estense (Modena) – Martina Bagnoli; Gallerie Nazionali di arte antica (Roma) – Flaminia Gennari Santori; Galleria Nazionale delle Marche (Urbino) – Peter Aufreiter; Galleria nazionale dell’Umbria (Perugia) – Marco Pierini; Museo nazionale del Bargello (Firenze) – Paola D’Agostino; Museo Archeologico nazionale di Napoli – Paolo Giulierini; Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria – Carmelo Malacrino; Museo Archeologico nazionale di Taranto – Eva Degl’Innocenti;Parco Archeologico di Paestum – Gabriel Zuchtriegel; Palazzo Ducale di Mantova – Peter Assmann; Palazzo Reale di Genova – Serena Bertolucci; Polo Reale di Torino – Enrica Pagella.
Gli stranieri sono 7 (3 tedeschi, 2 austriaci, 1 britannico e 1 francese); gli italiani che tornano dall’estero sono 4, tutte donne: Martina Bagnoli, Flaminia Gennari Santori e Paola D’Agostino che rientrano dagli Stati Uniti e Eva Degl’Innocenti dalla Francia. 14 storici dell’arte, 4 archeologi, 1 museologo ed 1 manager culturale.
Percorsi professionali che, soprattutto per gli stranieri, racchiudono già una prima insidia: la poca competenza nel muoversi tra i paletti del complesso sistema amministrativo della nostra struttura museale. L’80% del lavoro di un direttore è di tipo amministrativo-burocratico. L’arte e la creatività, senza voler scadere nel paradosso, sono residuali.
Un aspetto che sembra sfuggire ai corifei governativi in tripudio per l’ennesimo schiaffo alla sovranità del nostro paese. Sovranità che dovrebbe sostanziarsi in una difesa dell’identità e della spiritualità della comunità nazionale, racchiuse nel patrimonio artistico custodito nei musei.
Una bestemmia per i “rottamatori” di casa nostra. E, come se non bastasse, tra i neo direttori, vi è già chi parla di affitare a privati le sale dei musei per finanziarne il restauro. Logiche da mercatari per un paese in svendita. C’era una volta l’Italia dell’arte e della cultura, paese di santi, poeti e navigatori. Poi sono arrivati gli yuppies e i rottamatori…

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